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| Anno 2005 | |
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E’ un labirinto di vicoli, stradine e viuzze, difficile muoversi all’interno, difficile capire da dove si esce, ma ancora più difficile entrarci: si tratta dei campi profughi palestinesi in Libano. Qui la presenza dei palestinesi non è mai stata accettata, e fin dal loro arrivo in questo territorio sono aumentati gli scontri e le forti contrapposizioni, e diminuiti invece i tentativi di risolvere la difficile coabitazione così da poter raggiungere anche un equilibrio interno. Abu Rani, palestinese in contatto continuo con i profughi di tutti i campi libanesi, racconta che i figli sono all’estero per studiare. “Almeno lì – dice - riescono ad avere un futuro”.
A spiegare meglio la condizione dei palestinesi è uno dei principali portavoce in Libano, Bassam Hussein. “Non possiamo esercitare nessuna professione, possiamo solo fare i lavori più umili, ci tocca pulire le strade o imbiancare le case”. Sono le prime parole, velate da un pizzico di amarezza, di Hussein che parla della quotidianità e cerca di mettere in evidenza che la loro condizione è di emarginati. “I giovani vanno via per proseguire gli studi – racconta – dopo che conseguono la laurea è possibile che rimangano dove si trovano. In Libano non possono esercitare la professione di ingegneri o di medici, solo perché sono palestinesi. Il governo non ci consente di muoverci o di possedere case o terreni. Per riparare le nostre abitazioni dobbiamo chiedere ai militari l’autorizzazione per portare dentro il campo il materiale necessario. Questa è una brutta condizione. Il governo del Libano non aiuta la gente palestinese, ci ha rilegati nei campi. In passato a Beirut c’erano sette campi palestinesi. Due sono stati distrutti, completamente rasi al suolo, oggi ne esistono solo quattro”. Negli anni 80 le milizie del Partito falangista, con il beneplacito delle truppe israeliane, penetrarono nel campo profughi palestinese di Sabra e Chatila, a Beirut, e massacrarono duemila civili, in gran parte donne, vecchi e bambini, causando la reazione internazionale e l'invio di un contingente di pace che si stanziò nella capitale libanese. Memore di quel tragico episodio all’interno dei campi palestinesi si può vedere del filo spinato raccolto in un angolo, del materiale da risulta, enormi bidoni di plastica, pieni non si sa di cosa, che servono in caso di attentati e incursioni serali o notturni, per rallentare e limitare l’avanzata di gruppi intenzionati a uccidere. “Il problema palestinese – prosegue Bassam – è il problema di tutto il mondo arabo e di quello internazionale. Il Libano non vuole che noi ci sviluppiamo, anche se oggi le nostre condizioni sono migliorate rispetto a qualche anno fa. Quando siamo arrivati in questo Paese, ci hanno mandato via dalla città, non potevamo avere contatti con la gente. Non potevamo andare in città, non ci davano i permessi. Qui tutti dicono che il problema sono i rifugiati”.
Tra i palestinesi ci sono problemi o contrasti?
Quindi gli unici problemi qui sono con la popolazione libanese?
Come sono i rapporti con l’Italia e gli italiani?
Quali sono le vostre principali difficoltà?
Cosa pensa della situazione interna del Libano?
Secondo Lei in futuro tra palestinesi e israeliani finirà lo scontro?
Vi aspettavate un maggiore aiuto dal governo del Libano?
E’ mai stato in Palestina?
Spera di poter vedere in futuro la sua terra?
Mi può descrivere la giornata di un palestinese?
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