Anno 2005

Cerca in PdD


Io, palestinese in Libano, figlio di nessuno

Clara Salpietro, 20 dicembre 2005

E’ un labirinto di vicoli, stradine e viuzze, difficile muoversi all’interno, difficile capire da dove si esce, ma ancora più difficile entrarci: si tratta dei campi profughi palestinesi in Libano. Qui la presenza dei palestinesi non è mai stata accettata, e fin dal loro arrivo in questo territorio sono aumentati gli scontri e le forti contrapposizioni, e diminuiti invece i tentativi di risolvere la difficile coabitazione così da poter raggiungere anche un equilibrio interno. Abu Rani, palestinese in contatto continuo con i profughi di tutti i campi libanesi, racconta che i figli sono all’estero per studiare. “Almeno lì – dice - riescono ad avere un futuro”.

A spiegare meglio la condizione dei palestinesi è uno dei principali portavoce in Libano, Bassam Hussein. “Non possiamo esercitare nessuna professione, possiamo solo fare i lavori più umili, ci tocca pulire le strade o imbiancare le case”. Sono le prime parole, velate da un pizzico di amarezza, di Hussein che parla della quotidianità e cerca di mettere in evidenza che la loro condizione è di emarginati.

“I giovani vanno via per proseguire gli studi – racconta – dopo che conseguono la laurea è possibile che rimangano dove si trovano. In Libano non possono esercitare la professione di ingegneri o di medici, solo perché sono palestinesi. Il governo non ci consente di muoverci o di possedere case o terreni. Per riparare le nostre abitazioni dobbiamo chiedere ai militari l’autorizzazione per portare dentro il campo il materiale necessario. Questa è una brutta condizione. Il governo del Libano non aiuta la gente palestinese, ci ha rilegati nei campi. In passato a Beirut c’erano sette campi palestinesi. Due sono stati distrutti, completamente rasi al suolo, oggi ne esistono solo quattro”.

Negli anni 80 le milizie del Partito falangista, con il beneplacito delle truppe israeliane, penetrarono nel campo profughi palestinese di Sabra e Chatila, a Beirut, e massacrarono duemila civili, in gran parte donne, vecchi e bambini, causando la reazione internazionale e l'invio di un contingente di pace che si stanziò nella capitale libanese. Memore di quel tragico episodio all’interno dei campi palestinesi si può vedere del filo spinato raccolto in un angolo, del materiale da risulta, enormi bidoni di plastica, pieni non si sa di cosa, che servono in caso di attentati e incursioni serali o notturni, per rallentare e limitare l’avanzata di gruppi intenzionati a uccidere.

“Il problema palestinese – prosegue Bassam – è il problema di tutto il mondo arabo e di quello internazionale. Il Libano non vuole che noi ci sviluppiamo, anche se oggi le nostre condizioni sono migliorate rispetto a qualche anno fa. Quando siamo arrivati in questo Paese, ci hanno mandato via dalla città, non potevamo avere contatti con la gente. Non potevamo andare in città, non ci davano i permessi. Qui tutti dicono che il problema sono i rifugiati”.

Tra i palestinesi ci sono problemi o contrasti?
Tra i palestinesi non ci sono problemi, nemmeno di religione, noi conviviamo benissimo. C’è la moschea e a fianco la chiesa cristiana. Tra di noi non c’è la differenza di culto, c’è integrazione.

Quindi gli unici problemi qui sono con la popolazione libanese?
I libanesi non vogliono fare i lavori più umili, e infatti ripetono spesso che tanto ci sono i palestinesi. I palestinesi sono in ogni paese, in Libano, in Siria, in Giordania, in Europa. Apparteniamo tutti a un grande progetto. Il governo del Libano ha distrutto l’identità palestinese, ci ha ridotto al livello più basso della società. Il nostro progetto è di ricostruire l’identità della gente palestinese, risollevare le loro sorti.

Come sono i rapporti con l’Italia e gli italiani?
I rapporti con gli italiani sono buoni, mentre non sono buoni con il governo. I media in Europa dicono che i palestinesi sono terroristi, sono gente cattiva.

Quali sono le vostre principali difficoltà?
Abbiamo problemi economici perché non possiamo lavorare, ci troviamo in una brutta situazione. Non abbiamo soldi quindi non possiamo mantenere i nostri figli a scuola, non possiamo comprargli libri e quaderni. Anche la pulizia all’interno dei campi è un problema, anche le medicine sono un problema. Se abbiamo una malattia ci danno l’aspirina perché dicono che non ci sono medicine adatte a noi.

Cosa pensa della situazione interna del Libano?
La situazione libanese è complicata. In Libano ci sono molte religioni, musulmani e cristiani. Ci sono tanti gruppi e non c’è accordo tra di loro. In molte parti del Libano tanta gente dopo la morte di Hariri, che era il loro garante, sono andati via in Siria. Molti libanesi hanno detto che è stata la Siria a far uccidere Hariri.

Secondo Lei in futuro tra palestinesi e israeliani finirà lo scontro?
Noi toglieremo i punti di osservazione quando Israele depone le armi. Nei vari tentativi di arrivare a un accordo, il governo libanese non ci ha mai aiutato, anzi ha trattato i palestinesi in modo disumano. Ricordo quando Israele invase il Libano e cosa è successo ai campi palestinesi, ricordo quando nell’85 sono state massacrate donne e bambini.

Vi aspettavate un maggiore aiuto dal governo del Libano?
Quello che il governo ha detto in questi anni sono solo parole. Avevano detto che i palestinesi dovevano eleggere un delegato, i libanesi un loro delegato e questi due si sarebbero dovuti incontrare per trovare una soluzione al problema palestinese. Da quando è stato detto, sono passati molti anni e i problemi sono sempre gli stessi. Il governo libanese ha fatto tante promosse che poi non ha mantenuto. Il governo ha deciso che non possiamo comprare le case. Noi non possiamo avere la nazionalità libanese, non possiamo tornare nella nostra terra che è la Palestina, questo è il grosso problema dei rifugiati politici. Intanto però Israele ha persone che vivono in Libano.

E’ mai stato in Palestina?
Io non ho mai visto la Palestina perché sono nato in Libano. Nella mia mente posso solo immaginare la Palestina, perché mi è stata raccontata dai miei genitori. La mia famiglia era numerosa, come molte famiglie palestinesi, siamo 13 figli, mentre io ne ho solo due. I miei genitori mi hanno tramandato le tradizioni e la cultura palestinese, ma non ho mai messo in pratica tutto questo nella mia terra.

Spera di poter vedere in futuro la sua terra?
Se posso, spero di andarci un giorno. Lì la mia famiglia ha la casa.

Mi può descrivere la giornata di un palestinese?
I palestinesi vivono come una famiglia normale, c’è chi ha un piccolo negozio, alcuni insegnano nelle scuole, chi costruisce case e chi fa l’imbianchino. Ci sono anche quelli che non fanno niente tutto il giorno, si appoggiano a un muro e aspettano. Molta gente lascia il Libano e va a lavorare in Germania, in Svizzera e in Francia. Qui non è possibile vivere, il governo del Libano ci schiaccia per farci andare via.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM