Anno 2005

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Ulteriori tagli all'Esercito dannosi per la Difesa

Tony Settembrini, 30 maggio 2005

Con la fine del confronto bipolare simmetrico e l'avvio delle operazioni di supporto alla pace e gestione delle crisi nell'ambito della più ampia e complessa strategia della prevenzione attiva, l'uomo-soldato si è decisamente riappropriato - pure in un contesto di forte e rapida crescita tecnologica - di un ruolo centrale nell'ambito degli strumenti militari terrestri.

Il differenziarsi della minaccia, trasformatasi gradualmente da convenzionale ad asimmetrica, ha portato alla ribalta il terrorismo quale minaccia principale in una rinnovata dimensione globale e trans-nazionale. La conseguente necessità di homeland security ha aperto in tutte le nazioni un nuovo fronte interno che ha considerevolmente accresciuto l'impegno operativo degli strumenti militari. Soprattutto di quelli terrestri.

Ma ciò che emerge dall'esperienza degli eserciti occidentali è l'inconsistenza dell'assioma che a un rapido e mirato ammodernamento degli equipaggiamenti militari possa corrispondere una contrazione numerica degli eserciti, visto che non sempre l'uomo può essere soppiantato dalle crescenti possibilità offerte dalla tecnologia.

Non a caso le più recenti iniziative in ambito Nato e Ue, dando per acquisita la disponibilità di un adeguato livello di tecnologia, misurano le capacità operative della componente terrestre in uomini, in quanto è l'uomo-soldato colui che nel mutato contesto operativo, ove l'avversario ricorre a metodi di offesa e di confronto non ortodossi, garantisce con le sue caratteristiche e peculiarità, la capacità di assolvimento del compito.

In Iraq l'Esercito statunitense non ha problemi di tecnologia - del resto, visto il bilancio della difesa questa non gli manca - incontra invece difficoltà per l'indisponibilità di uomini, a riprova che la cura efficace non è quella di ridurre organici e reparti in maniera più o meno sostenuta nell'ottica di avere "meno quantità in cambio di maggiore qualità".

Al riguardo, proprio al fine di porre rimedio a tale situazione, il Congresso ha recentemente disposto l'aumento di 30.000 uomini per lo US Army, necessari per aggiungere, entro il 2006, ulteriori dieci brigate a quelle esistenti nel 2003 e giungere così a un totale di 43 grandi unità di manovra, con una potenziale ulteriore crescita a 48 brigate nel 2007.

Non si tratta, quindi, di affermare una sterile supremazia della componente terrestre sulle restanti componenti - che poco avrebbe senso in un confronto multidimensionale ed esteso (nei metodi, nei tempi e nello spazio) come quello che vede le democrazie opposte al terrorismo internazionale - ma di rimarcare come l'uomo-soldato continui a essere il sistema d'arma irrinunciabile: quello che offre il miglior rapporto costo-efficacia.

Infatti, nel breve-medio termine l'opzione d'impiego più probabile per lo strumento militare, stante anche il contesto giuridico-politico nazionale, appare essere quella delle operazioni joint e combined di gestione delle crisi. In tale quadro, la componente terrestre, utilizzando il sistema d'arma uomo-soldato, è in grado di prevenire e reprimere la messa in atto di attività potenzialmente ostili all'interno dell'area d'intervento.

Essa trova un impiego efficace in quelle zone urbanizzate o compartimentate all'interno delle quali normalmente stazionano e operano le forze contrapposte. Qui occorre l'adattabilità a situazioni operative in continua variazione, la capacità di discriminare e selezionare sia gli obiettivi sia gli interventi. Ma occorrono anche le capacità di interazione e mediazione proprie dell'uomo. Le altre componenti dello strumento militare poco o nulla possono fare, salvo fornire concorso alla raccolta informativa e alla deterrenza generale.

In termini di ciclo operativo, però, il sistema uomo-soldato presenta limitazioni d'impiego analoghe, se non maggiori, a quelle degli altri sistemi d'arma. Se per questi ultimi, infatti, sono sufficienti i cicli di manutenzione previsti, l'uomo richiede un'accortezza d'impiego ancora maggiore, che si traduce - ad esempio - in periodi di riposo e di recupero delle capacità operative poiché - è bene ricordarlo - non può essere tenuto in efficienza con una semplice manutenzione o sostituzione di complessivi.

Nel caso dell'Italia l'esercito impegna attualmente, all'estero e sul territorio nazionale, forze equivalenti a tre brigate di manovra che, rapportate alle undici disponibili, comportano un ciclo di rotazione che solo si avvicina al rapporto 1 a 4 tra uomini impiegati e disponibili, accettato da tutti gli eserciti come minimo per assicurare il giusto recupero psico-fisico e operativo. L'esercito italiano, pertanto, si esprime oggi pressoché al massimo consentito dalle sue potenzialità.

Eventuali riduzioni di personale al di sotto dei 112.000 uomini previsti si tradurrebbe subito in un abbassamento della guardia dal punto di vista della gestione della sicurezza nelle sue dimensioni nazionale e internazionale. Appare chiaro che riduzioni di forza sarebbero possibili solo dopo una revisione del livello di ambizione nazionale e, con esso, i compiti e le missioni assegnate o assegnabili a ogni singola compente della Difesa.

Appare a questo punto evidente che sarebbe fuorviante incentrare la dialettica politica, circa il dimensionamento dello strumento militare nazionale e la sua sostenibilità, basandosi prevalentemente sul numero di uomini. Eppure, da sempre, quando si parla di nuovi modelli di difesa, lo si fa quasi esclusivamente in termini di uomini. Prima 250.000 uomini, poi 230.000, ieri 190.000 e non si può escludere che in un futuro più o meno prossimo si cerchi di operare ancora sulla dimensione quantitativa del personale quale via obbligata per liberare risorse da dedicare a un miglioramento qualitativo.

Ma l'assioma che le riduzioni di personale siano la via per una crescita qualitativa dello strumento militare non è corretto. Tale assioma si è dimostrato infatti non efficace sul piano storico perché non coerente con gli impegni attuali dello strumento militare e con il contesto socio-politico nazionale. Ma soprattutto è irrilevante sul piano della spesa.

Quest'ultimo aspetto è evidente qualora si consideri l'enorme divario fra i costi per il personale e quelli dei sistemi d'arma più significativi. Una brigata di 4.000 uomini costa, riferito al solo personale, circa 100 milioni di euro all'anno, pari a meno del costo di un aereo Eurofighter , variabile tra i 130 e 150 milioni di euro. La stessa brigata costa poi un quinto di quello di una delle nuove fregate di costruzione italo-francese (Fremm). In sostanza, le risorse finanziarie recuperabili attraverso riduzioni di personale non potrebbero compensare i costi della tecnologia.

L'Esercito ha già raggiunto la soglia critica e ogni ulteriore riduzione si ripercuoterebbe inevitabilmente in una grave menomazione del pacchetto di capacità che oggi garantisce il livello di impegno in atto e la necessaria flessibilità per fronteggiare i diversi scenari ipotizzabili. Né si può pensare che un più spinto ricorso alla tecnologia possa compensare - nel breve termine - nuove riduzioni di personale, perché questa è una chimera. Il problema risiede nel fatto che il fante - sia pure "tecnologico" - è un uomo che si stanca, deve dormire e mangiare, ha una famiglia e la sua operatività risente dei suoi stati d'animo. La tecnologia può rendere un soldato invincibile sul campo, ma non può sopperire a queste carenze connaturate all'essere umano.

Giusto per avere dei termini di paragone, anche se di larga massima, tagliare 10.000 uomini all'Esercito - numero pari all'incirca a due brigate e relativi supporti - equivale a ridurre di circa il 20% le capacità operative dell'intero strumento terrestre, per realizzare un risparmio che corrisponderebbe all'acquisto di un 6% della sola componente d'altura dello strumento navale (quella prioritariamente destinata a operare nelle "blue water") oppure a un 4% della sola componente velivoli intercettori-d'attacco delle forze aeree.

Eppure, se si guarda all'evoluzione dello strumento militare nazionale attraverso il Libro Bianco del 1985, il Modello di Difesa del 1995 e i più recenti orientamenti in tema di pianificazione delle forze, le diverse componenti dello strumento militare nazionale non hanno avuto lo stesso trend di sviluppo-riduzione.

Per le forze terrestri si è passati da 299.000 uomini e 24 brigate nel 1990 a 112.000 uomini (meno 63%) e 11 brigate (meno 54%), con una riduzione della linea carri da 1.200 circa a 320 (meno 73%). Per la componente navale, invece, si è passati da 43.000 uomini e 18/20 unità d'altura - che ne rappresentano la componente maggiormente significativa - a 34.000 uomini (meno 21%) e 14/16 unità d'altura (meno 21%). Per la componente aerea, infine, da 65.000 uomini e 18 gruppi di volo intercettori-d'attacco a 44.000 uomini (meno 32%) e 13 gruppi di volo intercettori-d'attacco (meno 28%), con una riduzione delle corrispondenti linee di volo da 330/370 velivoli a 240 circa (meno 32%).

Infine, come detto, l'eventuale adozione di un approccio che riduca il personale sarebbe incongruente con l'impegno che l'attuale situazione internazionale - e la sua prevedibile evoluzione nel medio termine - richiede alla componente umana dello strumento militare nazionale. Dall'inizio degli anni Novanta, la componente terrestre dello strumento militare è ininterrottamente impegnata con migliaia di uomini, dentro e fuori dal territorio nazionale, con l'indispensabile supporto di aliquote specialistiche delle restanti componenti dello strumento joint.

E' evidente che il processo di riduzione degli strumenti militari non può però portare a valori inferiori a una cosiddetta "massa critica", che corrisponde al numero minimo di uomini e/o sistemi d'arma in grado di esprimere una capacità in modo congruo a garantire l'assolvimento di un compito operativo.

Ciò nonostante, un accettabile livello di "qualità" deve essere conferita all'uomo-soldato, e questa qualità non può prescindere dall'aspetto tecnologico. Risulta quindi evidente che, se il budget italiano per la Difesa rimane costante, occorrerà scendere a compromessi sia nel definire chiaramente quali capacità occorrano sia a quali investimenti rinunciare. In sintesi, è bene chiarire a monte che cosa si vuole realmente dalle Forze armate, per fare cosa e soprattutto che cosa ci si può permettere. Solo successivamente, si potrà decidere se e quanti uomini tagliare, quanti sistemi d'arma acquistare e di che qualità.

La riflessione è che forse i "dividendi" della pace, derivanti dalla fine della contrapposizione bipolare, si sono esauriti e con essi è terminata la possibilità di continuare a ridurre drasticamente gli eserciti. La nuova minaccia del terrorismo internazionale e la diversa, rinnovata esigenza di sicurezza connessa con il controllo del territorio, svolto principalmente dall'uomo sul terreno, impongono l'attenta valutazione circa le scelte organizzative che dovranno essere operate tra le varie componenti dello strumento militare nazionale.

L'Esercito, peraltro, mediante l'adozione dei principi di flessibilità e di economia, tipici degli strumenti di ridotte dimensioni, ha introdotto da tempo quelle misure organizzative atte a ottimizzare le forze disponibili, ovvero la costituzione di contenitori di capacità accentrate e omogenee da attagliare all'ampia gamma di missioni operative ipotizzabili negli attuali scenari. La scelta di una soluzione specializzata avrebbe portato paradossalmente a un aumento degli assetti necessari e dei costi a essi connessi per fronteggiare l'ampio ventaglio delle possibili missioni, a meno di accettare a priori di non essere presenti in particolari situazioni-scenari di crisi, accettandone il conseguente prezzo politico.

Inoltre, in un esercito di volontari, qualora si pervenisse a forze con diverso livello di equipaggiamenti e addestramento, la percezione di appartenere a unità di seconda serie avrebbe effetti particolarmente negativi sul personale, in termini di motivazione e gratificazione professionale e umana.

Infine, a sottolineare la particolarità dei nostri giorni, l'esperienza insegna che non è possibile generare numerose pianificazioni di contingenza da utilizzare in scenari operativi complessi quali quelli odierni. Occorre pertanto poter disporre di bacini di forze complete, bilanciate e integrate che possano generare, in breve tempo e attraverso procedure sperimentate, pacchetti di forze equilibrate e articolate, in grado di far fronte al più ampio spettro di possibili operazioni.

In questo contesto, ogni eventuale ulteriore ipotesi di contrazione quantitativa risulterebbe per l'Esercito improduttiva, sterile e in piena antitesi con la necessità di assicurare dispositivi omogenei, idonei a essere ruotati fra loro, al fine di garantire una dimensione globale costo-efficace di difesa e sicurezza.

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