Anno 2005

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L'intervista al generale Fraticelli, shock and awe

Andrea Tani, 22 giugno 2005

Sulla famosa intervista del generale Giulio Fraticelli sono entrati in campo grossi calibri e la questione mi pare si stia sollevando dal generico polverone iniziale, sollevato dal Corriere, per volare più alto. Ha parlato dalle pagine dello stesso giornale l'ambasciatore Sergio Romano, l'autorevole oracolo di Delfi del moderatismo nazionale e da queste pagine virtuali anche due fra le più lucide intelligenze del mondo militare italiano del dopoguerra: i generali Fabio Mini e Luigi Caligaris. Tutti concordano sulla opportunità dell'intervento del capo di stato maggiore dell'Esercito, pur dissentendo - il terzo - sui contenuti o astenendosi dai giudizi di merito, col sovrano distacco che si conviene all'oracle-in-chief, il primo (il generale Mini non si è espresso nettamente, ma ha cercato di dire, mi pare: "Capitelo!"

Mi sembra però che qui non sia in discussione il diritto-dovere dei capi militari a rivolgersi alla pubblica opinione quando lo ritengono necessario o solo utile. Altri lo hanno fatto e anche con maggiore aggressività (e rischio personale) a cominciare da una famosa intervista dell'ammiraglio medaglia d'oro al valor mlitare Gino Birindelli del 1969, nella quale l'allora comandante della squadra navale metteva in luce le penose condizioni del personale militare e il totale disinteresse dell'establishment al tema, nel quadro di una generale noncuranza delle classi dirigenti del paese verso le tematiche strategiche dell'Italia.

Dopo vari decenni siamo più o meno sempre allo stesso punto, nonostante il rivolgimento globale in atto e il mutato contesto politico, come ha messo in luce Luigi Caligaris. Ma molti capi militari lo hanno detto ripetutamente in varie sedi e su questo mi permetto di non concordare con il generale. Il fatto che il potere non ascolti e non sia neanche consapevole dei termini del problema - a sinistra come a destra come al centro - non cancella questa realtà. Semmai descrive meglio di tante analisi sociologiche il mediocre humus culturale del nostro personale politico e - parliamoci chiaro - anche di noi elettori che li mandiamo e li manteniamo al vertice di un paese che si meriterebbe di meglio.

Il problema sollevato dall'intervista del capo di Sme è stato esaurientemente commentato nel merito dalla lettera di Giuliano Martinelli da queste Pagine, con la quale è difficile dissentire. Quello che colpisce maggiormente, al di là degli argomenti, è l'incredibile superficialità con la quale nella intervista è stata liquidata l'importanza e la crucialità degli strumenti militari che concorrono, assieme all'Esercito, a dare consistenza globale alle capacità militari italiane. Non si discute il diritto di parlare: si discute solo il diritto di dire le cose che si sono lette - non smentite, mi pare - avendo le competenze e le qualificazioni di un altissimo funzionario della Difesa che ha operato in modo integrato nella sua struttura da forse un decennio, come sono quelle del generale Fraticelli.

Vogliamo scendere sul concreto e disputare l'affermazione secondo la quale fregate e aerei da combattimento non sono indispensabili alla sesta o settima potenza industriale di un pianeta ricoperto per il 90% da mari profondi (dove passa il 95% dei beni e servizi che le nazioni si scambiano) e circondato per il 100% da un'atmosfera piuttosto spessa (attraversata dal restante 5%)? Nonché popolato - il pianeta - da oltre duecento Stati tutt'altro che concordi nella loro weltenschaaung, mossi da interessi e pulsioni contraddittorie e spesso contrastanti e armati di forze armate regolari pesanti che hanno dato prova di sé alla grande negli ultimi tremila anni.

Il tema contemporaneo del terrorismo e della esplosione delle tematiche militari asimmetriche fa dimenticare che sono ancora questi soggetti geopolitici l'origine delle preoccupazioni più corpose degli stati maggiori e che le peggiori contingenze ipotizzabili oggi non riguardano attacchi terroristici o immigrazioni clandestine, ma guerre classiche, nucleari e convenzionali, che possono affiancarsi a tutte le asimmetrie possibili, ma non sono certo da esse sostituite. Il confine fra le due tipologie è peraltro sempre più sfumato. Un gruppo terroristico può impadronirsi di qualche testata nucleare; la Russia ne ha già migliaia. Le uniche due bombe atomiche utlizzate nella storia sono state sganciate da due aerei di un'aeronautica di uno Stato, e neanche di quelli peggiori.

E, comunque, guerre classiche o conflittualità asimmetriche sono tutte oggetto delle attenzioni e delle preoccupazioni di strumenti militari sempre più integrati, dove le missioni e gli obiettivi possono essere diversi ma sempre meno il modo di farvi fronte, che prescinde dalle mostrine degli addetti ai lavori. In tempo di Network Centric Operations si tratta di ovvietà quasi insultanti, che possono essere prese di peso da qualsiasi dichiarazione ed esternazione di qualunque capo militare occidentale. E anche orientale. Che senso ha affermare che nelle contingenze attuali in pratica servono solo i soldati e tutto il resto arrugginisce negli hangar, quando non è impegnato a sfilare in parata? Ma che vuole dire? Anche i bambini sanno che la Serbia - uno Stato agguerrito - è stata messa in ginocchio dal solo potere aereo e che la Us Navy ha svolto un ruolo essenziale nella campagna afgana, in un teatro operativo che più continentale non poteva essere.

Limitandosi alle cose di casa nostra, si può veramente asserire che gli Eurofighter siano lussuosi sfoggi di tecnologia buoni solo per sfamare l'industria e che le Fremm servono a placare le megalomanie della Marina militare, ma che più che sfilare a Napoli davanti al Ciampi del 2015 non potranno fare? Verrebbe voglia di richiamare tutti gli innumerevoli casi in cui le componenti aeree e navali sono state determinanti per sviluppare una strategia operativa, anche nell'oggi asimmetrico che il generale Fraticelli sottintende come pressocché esclusivo, ma sembrerebbe un'offesa al buon senso e alla cultura professionale dell'illustre ufficiale.

Ma se non è convinto dell'abbiccì strategico contemporaneo un membro dei Comitato dei capi di stato maggiore nonché ex vice direttore nazionale degli armamenti, nonché consigliere militare del segretario dell'Onu e chissà quanti altri incarichi prestigiosi, ma come si pretende che si convincano gli avvocati, geometri, contadini, commercialisti, imprenditori, medici, portaborse che formano il Gotha politico - si fa per dire - o la platea dei semplici tax payer e elettori, nonché Vespa-watchers?

Insomma il diritto alla libera espressione è sacrosanto - e ovviamente anche a quello della critica delle decisioni delle quali non si è responsabili, sennò si scende nella sfera psicoanalitica - ma anche il dovere di esprimere al meglio la propria cultura professionale è altrettanto sacrosanto. Soprattutto quando le conseguenze delle proprie parole fanno male e possono essere strumentalizzate da chi non ha alcun interesse al bene del paese (non parliamo di quello delle forze armate) e contribuire alla catastrofica disinformazione che ha condotto la dimensione strategica dell'Italia al livello attuale. Se non è scesa più in basso, si deve soprattutto all'opera generosa, disinteressata e strenua di centinaia di migliaia di brave persone, siano in kaki, azzurro o blu, le quali non si meritano di vedere la propria fatica sbeffeggiata, anche se ciò avviene in buona fede.

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