Anno 2005

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La difesa dell’Italia non è compito di Pentagono e Santa Sede

Andrea Tani, 14 novembre 2005

Il 9 novembre si è svolta a Palazzo Salviati, Roma, la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico del Centro alti studi per la Difesa (Csmd), alla presenza del ministro Antonio Martino e del capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola. Ambedue hanno aperto i lavori con una prolusione di ampio respiro - più politica e ideologica quella del titolare del dicastero, alla Bush, più strategica e professionale quella dell’ammiraglio, alla Rumsfeld. Il Csmd ha spaziato dalla storia alle relazioni internazionali alla definizione degli scenari attuali (militari, integrati, interconnessi, joint and combined).

Tutti naturalmente netcentrici, un neologismo assai diffuso nella letteratura del high-tech militare e oltremodo caro a Di Paola, come ha esplicitamente confermato. Si è trattato, come avviene ogni anno, di un vero e proprio “discorso sullo stato delle Forze armate italiane” in un momento particolarmente delicato e decisivo per il loro futuro, come dimostrano le tante discussioni e polemiche che hanno luogo nei contesti più disparati: grandi giornali, fondazioni, convegni di componenti politiche, un tempo del tutto disinteressate - se non ostili - al mondo militare.

La prolusione ha preso le mosse dalla rivoluzione in corso in ogni sfera degli scenari strategici contemporanei per enfatizzare la necessità di modificare il tradizionale approccio concettuale verso la sicurezza. L’ammiraglio si è espresso con la sua consueta erudizione nell’indicare il come e il cosa di questa modifica epocale, enfatizzando la necessità di compiere l’operazione di “trasformazione” (è questa la parola d’ordine Nato del momento) mentre si opera sul campo, anche perchè il campo non aspetta e le necessità operative contingenti sono sotto gli occhi di tutti. La trasformazione è in corso dovunque, anche presso le nostre Forze armate, per le quali Di Paola ha espresso parole di ammirata considerazione per come stanno fronteggiando gli oneri di questi anni.

Si tratta dell’impegno più cospicuo del dispositivo militare italiano dalla fine della seconda guerra mondiale. Un dato per tutti: oggi il rapporto fra gli effettivi militari impegnati in una dozzina di teatri diversi e la forza bilanciata complessiva è di sei volte superiore a quello che era nel 1990. In termini di “proiettabilità” (l’ammiraglio non ha ben spiegato cosa significava e nessuno ha avuto il coraggio di chiederglielo) tale rapporto sale a di 15 volte. Considerando anche il personale di supporto, sono oggi 20.000 i militari italiani che partecipano alle missioni all’estero. Il ritorno di immagine e di prestigio per il Paese è sicuramente importante, anche se non sempre compensa le scivolate compiute da altri in altri campi.

Tutto questo è oggi possibile grazie a una serie di fattori: innanzitutto la capacità di trasformazione delle Forze armate negli ultimi dieci anni (in misura più accelerata nell'ultimo quinquennio), che si coniuga alla disponibilità di mezzi in linea adeguati progettati e finanziati in un’epoca di “vacche budgetarie” relativemente grasse, durante le ultime fasi della Guerra Fredda. I brillanti risultati del dispositivo militare italiano di oggi, che hanno contribuito in modo determinante ad aumentare la caratura politico strategica del nostro Paese, sono derivate da scelte corrette e coraggiose ma soprattutto dai risultati degli investimenti dei decenni precedenti.

Le navi, i carri e blindati, i velivoli, i sistemi sensoriali, Tlc e C-4 che equipaggiano nel mondo i reparti italiani - e non solo quelli – sono frutto delle leggi promozionali degli anni 70 e 80 e di tutte quelle attività di sviluppo e finalizzazione che seguirono, con qualche recente aggiunta scaturita dai programmi internazionali “blindati” da tagli e contrazioni eteroindotte (oggi queste blindature non sembrano servire più, come si è visto dalla tormentata vicenda delle Fremm e dell’Eurofighter). L’ultimo fattore è costituito dai finanziamenti ad hoc che sono stati di volta in volta stanziati dal Parlamento per le varie missioni, che non riescono in alcun modo a compensare la contrazione di risorse ordinarie che si sta verificando da un quinquennio a questa parte.

Le principali cause della contrazione sono i tagli di bilancio che si ripetono di Finanziaria in Finanziaria, ai quali occorre sommare gli oneri crescenti delle spese per il personale, causati dall’abolizione della leva e dalla professionalizzazione dei militari. Per dare un’idea quantitativa della drammatica situazione che questa combinazione sta determinando, le assegnazioni per gli investimenti (rinnovo dei mezzi e sviluppo di nuovi sistemi e tecnologie) e l’esercizio (crescente per le mutate esigenze internazionali testé descritte) sono diminuite negli ultimi quattro anni di 7 miliardi di Euro rivalutati (4,5 per le aumentate spese del personale e 2,5 per i tagli di bilancio). Una vera slavina budgetaria della quale pochi hanno consapevolezza.

A dispetto delle più o meno buone e sincere intenzioni di ogni governo, la tentazione di risolvere i propri problemi economici attingendo al tesoretto della Difesa è irresistibile. Questa è infatti l’unica ad avere nel suo bilancio cospicui stanziamenti non inamovibili (stipendi, pensioni, essenzialità) - denari freschi e veri - e diventa il bersaglio privilegiato di ogni ministro della Economia che voglia tagliare e non possa farlo, in un anno che precede le consultazioni nazionali, a sfavore degli interessi di corporazioni che hanno un peso elettorale importante. Il bilancio della difesa è il più cospicuo tesoretto di risorse pronto cassa a disposizione della demagogia di turno, anche se altri dicasteri hanno apparentemente stanziamenti più consistenti. Apparentemente perché sono formati in gran parte da retribuzioni e ridurre gli stipendi a insegnanti e dipendenti dello Stato non si può.

I numeri degli occupati sono socialmente critici e sindacalmente pirotecnici, se li si tocca, e quindi anche per quanto riguarda lo sfoltimento degli organici, che probabilmente migliorerebbe l’efficienza delle singole amministrazioni oltre che ridurre il debito pubblico, i margini di manovra di qualsiasi governo sono assai ristretti. In particolare di quelli poco empatici al sindacato. La vicenda della riforma Moratti, che è quanto di meno “polista” si può immaginare, essendo stata preparata dai tecnici del ministero dell’Istruzione, è oltremodo sintomatica di cosa succede quando si toccano gli interessi corporativi.

E quindi il saccheggio sul militare continua, senza alcuna considerazione degli interessi di fondo del Paese, che postulano l’esistenza di Forze armate efficienti e di un’industria in grado di supportare le stesse, oltre che di continuare a presidiare uno dei pochi settori economici eccellenti di alta tecnologia attivi (e remunerativi) del nostro Paese. La “difesa della Difesa” è affidata a uomini d’ordine omogenei al sistema “usi a obbedir tacendo” i quali “tanto in qualche maniera poi faranno”, secondo i previdenti gestori della cosa pubblica, essendo la vera protezione del Paese affidata al Pentagono, per la sua componente “hard” e alla Santa Sede per quella “soft”, come sembra essere convinto più di un illustre esponente di governo.

Anche se altri schieramenti politici rispetto a quello attuale di governo avessero effettivamente quel maggior senso dello Stato e della continuità apartitica degli interessi nazionali che i suoi leader cercano di accreditare - come sembrerebbe emergere dal recente convegno dei Ds sulle forze armate, anche se il precedente del Kossovo non incoraggia aperture di credito - resta da vedere come si comporterebbe un qualsiasi altro ministro della Economia in un anno elettorale. E cosa penserebbero e farebbero in merito allo stesso argomento i vari Bertinotti, Pecoraro Scanio e anche Prodi ultima maniera. Molti, troppi condizionali.

Il risultato complessivo di questa malinconica vicenda è che oggi abbiamo il più basso bilancio della difesa pro capite d’Europa (0.84 del Pil) e nel contempo i primi o i secondi della classe nel peace-keeping, come ha orgogliosamente dichiarato l’ammiraglio Di Paola al Casd. La situazione, oltre che paradossale, è diventata assai critica anche perchè quei personaggi ‘usi a obbedir tacendo’ non sono più i pigri carrieristi stile ‘Deserto dei Tartari’ della soglia di Gorizia. Sono agguerriti veterani asimmetrici del Libano, della Bosnia, del Kosovo, dell’Afghanistan, di Nassiriya, di Timor Est, del Sudan, poco disponibili agli accomodamenti di facciata e sempre meno disponibili a coprire e sanzionare quella che è oggettivamente una operazione di svendita dell’argenteria di famiglia. Anzi, magari così fosse, delle serrature di famiglia, dei salvavita elettrici, delle valvole di sicurezza contro le fughe di gas, delle ringhiere dei balconi e prima o poi del know-how per non rimanere folgorati, carbonizzati o schiacciati dai numerosi crolli possibili. Comunque sia, ad oggi la situazione e le prospettive del bilancio della Difesa italiano sono veramente preoccupanti.

I successi del peace-keeping non devono fuorviare. Sono stati resi possibili grazie a scelte operate in un passato irripetibile e a finanziamenti ad hoc che sono ben lontani dal compensare i tagli. Al massimo contribuiscono all’esercizio, peraltro in un modo non sempre positivo. Essendo il medesimo esercizio aumentato in modo esponenziale per le esigenze delle missioni all’estero, la conseguenza involontaria di tali finanziamenti sarà quella di obbligare a una sostituzione anticipata di mezzi logorati anzitempo, alimentando il circolo perverso.

Fra dieci anni, se continua così, non vi saranno più soldati, navi o aerei italiani in giro per il mondo a contribuire al tamponamento delle sue falle e a tenere alto il pericolante prestigio di questo incerto Paese. Ci saranno al massimo solo carabinieri, che costano poco e sono i prediletti del potere (di qualsiasi colore). L’industria della Difesa forse si salverà, entro certi limiti, attraverso l’internazionalizzazione, ma perderà peso e influenza, con lo svanire del committente nazionale. Le ambizioni del Paese dovranno essere ridimensionate radicalmente, in un periodo storico non certo favorevole allo stellone italico. Se l’Europa non si sbriga a concretizzarsi sul serio anche sul piano militare, mettendo fine a questa incertezza continua di risorse, il contributo italiano finirebbe per essere veramente risibile. L’Italia potrebbe arrivare a confluire nell’Europa militare senza più un ruolo e una concretezza da apportare alla costruzione comune.

Un richiamo ai grandi principi fondanti sembra quanto mai opportuno. La difesa del paese è “un sacro dovere dei cittadini” a ogni livello. La norma costituzionale, che corrisponde a un bisogno primario e indiscutibile di qualsiasi comunità organizzata, non è mai stata abolita. E’ stata solo sospeso il servizio militare obbligatorio, peraltro non considerando bene gli oneri che ne sarebbero derivati (altri paesi molto più ricchi e seri di noi se ne sono ben guardati, dalla Germania agli scandinavi, per rimanere in Europa). Anche i decisori e la nomenclatura politica devono conformarsi alla maestà delle leggi fondamentali che regolano la convivenza nazionale e all’esigenza vitale che sottintendono. Le Forze armate sono un organismo complesso e delicato, per il quale occorrono cure e attenzioni continue: ci vogliono 300 anni per dare vita a una tradizione che le giustifichi e dia loro animus (come diceva l’ammiraglio Cunningham), 30 anni per allevare e forgiare dei combattenti, almeno altrettanti per realizzare mezzi operativi, dottrine, regolamenti. Non si può improvvisare e se si copia si abbrevia solo di poco (la tradizione, poi, non è possibile importarla né delocalizzarla).

Per distruggere tutto questo ci vuole molto meno: una guerra persa male; una scissione nazionale sulla necessità di possedere un’esercito o sul colore politico che dovrebbe assumere; un’ideologia utopeggiante che pervade ogni angolo del contesto sociale (o magari più di una); una nomea internazionale di furberia che non aiuta, ma calunnia solo, quasi sempre a sproposito; scarse risorse economomiche e morali. Nel recente passato le Forze armate italiane sono andate a cozzare con tutte queste trappole insieme e sono riuscite a sopravvivere per qualche miracolo. O forse solo per l’onestà, la dedizione e la professionalità dei suoi militari, qualità che sono riuscite a rimanere tali e a non essere travolte dal crollo dei valori morali che ha interessato il Paese di pari passo con l’elevazione dei parametri materiali.

Ma questo non è un destino ineluttabile e soprattutto può non bastare. Anche gli organismi più sani e forti possono morire o almeno agonizzare se si toglie loro la ragione d’essere, sotto la scusa di amputazioni necessarie per una “grande causa patriottica” come ad esempio il ripianamento del debito pubblico, che peraltro le Forze armate non hanno contribuito ad alimentare. I sette miliardi di euro di tagli sono una vera e propria amputazione, su un organismo già piuttosto gracile. Che a operare questa volta debbano essere proprio i supposti custodi ideologici dei valori nazionali aggiunge al danno anche la beffa.

Se tale amputazione dovesse diventare permanente o il prodromo di chirurgie ancora più cruente, il nostro Paese si troverà a breve costretto a contrarre radicalmente impegni e responsabilità, con una drastica riduzione di ruolo e di importanza. Ne subirà un danno forse esiziale anche la componente industriale e tecnologica collegata alla difesa e sicurezza, che ha ottenuto in questi anni successi internazionali paragonabili a quelli militari in senso stretto, e ancora più remunerativi sotto il profilo della concretezza economica e del progresso tecnologico del Paese.

E’ su questi punti che i responsabili militari dovrebbero forse battere con forza presso i decision maker e la pubblica opinione, più che sull’orgogliosa affermazione dei proprio allori. Occorrerebbe inorgoglirsi un po’ di meno e compiangersi di più, anche se non è facile per un mondo che trae da sé stesso la forza e la spinta per andare avanti. In un Paese dove le istituzioni pubbliche sono in perenne apnea di risorse e di credibilità, i successi operativi possono sembrare un segno di abbondanza se non di superfluo, e invitare alla razzia indiscriminata in nome di una equità apparentemente magnanima ma in realtà oltremodo truffaldina. Le regole del gioco sono queste e prima i militari lo capiscono, meglio è. Si può rimanere gente per bene e puliti anche in un bazar.

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