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| Anno 2005 | |
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La missione del presidente Bush in Giappone, Corea, Cina e Mongolia si sta concludendo con non pochi risultati significativi. Certamente molti di più di quelli non conseguiti nella precedente in America Latina. Fra i più ragguardevoli ne possono essere annoverati tre.
Il primo è la conferma di un’alleanza di ferro con il Giappone che costituirà l’asse portante della politica asiatica americana nel prossimo futuro. Tokio sta diventando la “Gran Bretagna dell’Asia”, il consanguineo dell’antico mentore-avversario-tutore statunitense, oltre che l’amico dei momenti difficili e il sodale degli affari veramente importanti. Attraverso il legame strategico con Washington i giapponesi stanno riacquistando la completa indipendenza strategica, riappropriandosi della memoria storica e dell’orgoglio di nazione. Non ha altro che questo significato la pervicace insistenza dei premier nei loro pellegrinaggi al sacrario di Yasukuni, dove è sepolta la fierezza del Sol Levante, insieme ai due milioni e mezzo di eroi militari della sua storia recente. Gli americani utilizzeranno l’arcipelago nipponico come fulcro del dispositivo militare preposto al contenimento del loro principale avversario strategico - la Cina - e come principale alleato operativo dello scacchiere. Nel fare ciò cercheranno presumibilmente di evitare che il risorgimento militare dei sudditi del Tenno diventi eccessivo e assuma connotazioni nucleari, come molti temono. Alcuni reparti americani dislocati in siti difficili per quanto riguarda i rapporti con gli autoctoni – Okinawa, ad esempio - saranno spostati a Guam (una divisione di marines). Verrà rafforzato il carattere Joint del dispositivo alleato, con modalità simili a quelle della Nato (comandi aerei e terrestri binazionali integrati). La difesa antimissilistica strategica dell’Usaf coprirà e comprenderà anche il Giappone, dove verranno situati nodi intelligence a fattor comune, basi di allerta radar e batterie di Patriot, e succedanei. La portaerei a propulsione convenzionale Kitty Hawk, attualmente “home ported” a Yokosuka, andrà in disarmo e verrà sostituita da una Nimitz a propulsione atomica, superando la tradizionale - e spesso strumentale - ripulsa del governo e dell’opinione pubblica nipponica sul tema nucleare. L’annuncio è stato dato proprio durante l’incontro fra Bush e il premier Koizumi. E’ molto probabile che Tokio riceva a breve il via libera americano per quella modifica della costituzione che consentirà al Giappone di uscire dalla sua formale condizione di Stato pacifista e disarmato, anche per riempire le strutture joint binazionali citate di contenuti autentici e non di simulazioni, come è adesso. Il che vorrà dire disporre nuovamente di forze armate normali, ovviamente ad ampia autonomia - come non può non essere in Asia, date le distanze - e in grado di operare “oversea” nel peace-keeping internazionale e in tutto quello che ad esso viene assimilato. La manovra verrà facilitata dalla possibile adesione del Giappone al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che Washington sollecita con insolito vigore, a differenza di quello che fa per chiunque altro. Altro risultato della missione Bush, pur se non così eclatante, è costituito dalla ritrovata intesa con Seul per un approccio coerente - anche se differenziato nei ruoli - nei confronti di Pyongyang e del suo problema nucleare. Il ‘bastone’ sarà brandito dagli yankee, i quali non intendono concedere nulla a Pyongyang fino al suo disarmo verificato internazionalmente. La ‘carota’ sarà offerta dai sudcoreani attraverso gli aiuti che crescono esponenzialmente (quest’anno raddoppieranno rispetto al 2004), il prepararsi a dare concreta attuazione al rifornimento elettrico dei quasi spenti fratelli separati e la rappresentanza in sede internazionale di tutte le istanze che possono interessarli. Il ministro della riunificazione di Seul ha anche dichiarato che prevede che ci sarà una sola Corea entro quindici anni. Le due parti concordano inoltre sulla opportunità di trasformare l’armistizio con la Corea del Nord del ’53 in un vero trattato di pace, che ponga fine allo stato di guerra che formalmente è ancora in vigore fra gli ex combattenti di allora. La distensione fra il presidente Roh Moo e Bush si è estesa anche al premier giapponese Koizumi, che ha avuto con Roh un incontro definito ‘cordiale’ nel quale entrambi hanno cercato di disinnescare le incomprensioni nate in Corea in merito alle famose visite di Koizumi al sacrario di Yasukuni. Seul ha accolto il presidente Bush anche come partecipante al summit dell’Apec, che ha ospitato a Busan 21 Paesi dell’Asia-Pacifico, nell’evento internazionale più gigantesco ed esposto della storia del Paese. Diecimila funzionari intervenuti ai lavori, 46.000 addetti alla sicurezza, 20 centri nazionali antiterrorismo dislocati nei paraggi di Busan, i soliti 100.000 manifestanti no-global. Si è trattato di una prova di grande efficienza e maturità da parte della Corea del Sud, superata magistralmente. I risultati economici del summit ci sono stati, soprattutto a detrimento dell’Unione Europea, accusata di protezionismo agricolo, ma il ruolo degli Usa è stato marginale. L’esito forse più significativo di tutta la missione di Bush, infine, si è avuto nell’evidenziarsi, da parte americana, di una politica flessibile di competizione - cooperazione con la Cina che in qualche modo sembra concretizzare l’indirizzo che nel prossimo futuro sarà mantenuto da parte dell’establishment statunitense nei confronti del Dragone in ascesa. Tale politica, per la quale il Wall Street Journal ha coniato un neologismo inedito (Congagement, da containment e engagement, liberamente traducibile in ‘congaggio’), si basa sulla coesistenza di un forte rapporto economico, che presumibilmente è destinato a proseguire e a intensificarsi (anche perché ambedue i Paesi non ne possono fare a meno), con una politica di reciproco contenimento strategico che ha connotazioni essenzialmente ideologiche e militari. Il destino del primo elemento di questo binomio (il rapporto economico), si può sintetizzare nello slogan anglosassone ”so far, so good”, con tutte le implicazioni del caso. Simbolo dei rigogliosi rapporti in atto sono il mega acquisto di 70 Boeing 737 da parte della Cina annunciato durante la sosta di Bush a Pechino, nonché la disponibilità da parte dei suoi governanti a venire incontro alle richieste americane in merito al riequilibrio della bilancia commerciale fra i due Paesi, la rivalutazione dello yuan, il rispetto della proprietà intellettuale e la soppressione della pirateria informatica. L’aspetto meno rassicurante della situazione in atto è, per gli Stati Uniti, la loro crescente vulnerabilità allo strapotere finanziario cinese che il massiccio acquisto di titoli del tesoro americani da parte delle banche della Repubblica Popolare conferisce a Pechino. Al di là del citato sbilancio del rapporto commerciale e della condizione di dipendenza di larghi settori dell’economia americana dal basso costo della manifattura cinese - che fa vivere e prosperare giganti come “Wal Mart”, ma che potrebbe essere riorientato, se necessario, verso altre direzioni asiatiche - è in questa presa in ostaggio della finanza statunitense che sembrerebbe risiedere la vera arma assoluta della Cina. Come l’America possa proteggersi dalle possibilità di ricatto, condizionamento e semplice pressione che questo grilletto finanziario conferisce a Pechino è un mistero. Il noto aforisma che il creditore non spara al debitore non regge: non gli spara, forse, ma può piegarlo ai suoi voleri, pignorargli la casa e gli averi, farlo lavorare come uno schiavo, screditarlo socialmente, impedirgli di costituire un qualsivoglia problema per il futuro. Questa condizione potrebbe essere collegata al discorso successivo - il containment - o essere indipendente, dato che queste fenomenologie hanno spesso logiche autoreferenti (fanno riferimento a diverse tipologie di problemi e di gestori degli stessi.) La prevalente valenza militare del containment si esprime in una serie di misure che comprendono lo stabilirsi di una rete di sicurezza Asia-Pacifico di paesi amici (o solo alleati in modo opportunistico), federati in modo stellare con gli Stati Uniti a diversi livelli di importanza e coinvolgimento (i due fattori interagiscono fra loro e stabiliscono la caratura delle singole alleanze). Il principale di tali alleati è certamente il Giappone di cui abbiamo parlato. Seguono l’Australia, la Corea del Sud, l’India, l’Indonesia e due new entry molto interessanti e significative: il Vietnam e la Mongolia, che stanno concludendo accordi militari con gli Stati Uniti. Taiwan è sullo sfondo, sempre da questo lato della barricata. Non è solo da considerarsi una sentinella avanzata o un ostaggio, a seconda dei casi, ma anche un sensore e una batteria di artiglieria pesante, situata ben all’interno del perimetro strategico cinese. Si tratta di un complesso di attori strategici del tutto equivalente a una Nato asiatica, se non fosse per la coesione ideologica, alquanto latitante, e l’integrabilità dei rispettivi dispositivi militari, imparagonabile a quanto l’Alleanza Atlantica ha realizzato in più di mezzo secolo. Tuttavia, il confronto è improprio, dato che la Nato costituisce l’esempio più riuscito e longevo di alleanza militare della storia. Occorre considerare che la moderna tecnologia consente modalità intrinseche di interoperabilità che sono ormai diffuse preso tutti i produttori di armamenti moderni e relative dottrine. Una volta che una coalizione degli willing sia stata stabilita, con precisi e condivisi obiettivi politico-strategici, e gli armamenti in loro dotazione possiedano capacità di colloquiare in modo standardizzato, non vi sono differenze così macroscopiche con il modello Atlantico. Nell’uno e nell’altro caso gli americani si trovano a svariate leghe avanti a tutti e conducono le operazioni netcentriche e post-eroiche. Gli altri seguono, se sono in grado. A quel punto per il Pentagono può essere meglio disporre al proprio fianco di una vigorosa fanteria sikh o vietnamita, non molto scolarizzata ma adusa alle durezze della guerra, piuttosto che di universitari fuori corso castigliani o casertani che fanno il soldato per non rimanere disoccupati, ma sono anni luce lontani dal suo più profondo animus. A questo intrecciarsi di colleganze asiatiche più o meno afferenti alla leadership americana corrisponde, da parte di quest’ultima, una concentrazione di risorse militari proprie attorno allo scacchiere asiatico, con un riferimento più o meno diretto alla necessità di contenere un espansionismo cinese che dovrebbe assumere connotazioni militari, secondo i consueti paradigmi. In realtà ciò è ancora tutto da dimostrare, per quanto riguarda il comportamento effettivo della dirigenza cinese, la quale persegue un attivismo internazionale molto accentuato ma circoscritto (per ora) alla sfera diplomatica, economica e commerciale. I recenti viaggi del presidente Hu in America Latina, Europa, Africa, Asia e Canada, fecondi di accordi commerciali ed economici ma privi di qualsiasi connotazione militare, stanno a dimostrarlo. Ma si sa che in politica contano le percezioni più che i fatti, e le percezioni americane sono quelle che sono. L’intellighenzia strategica statunitense ragiona in termini di geopolitica storica. Non hai mai perso veramente una competizione e non vede la necessità di cambiare idea. Nella storia l’uso della forza, o anche il solo farlo balenare, si sono sempre accompagnati a una aspirazione di egemonia. Questi convincimenti hanno portato l’establishment politico militare degli Stati Uniti a focalizzare sempre più le sue strategie potenziali sul magnete cinese, al di là della minaccia che oggi - e nell’immediato futuro - esso è in condizione di rappresentare. In un modo o nell’altro i dispositivi operativi del Pentagono (insieme alle alleanze dei volenterosi di cui sopra) si sono progressivamente avvicinati alle frontiere della Cina e alla sua sfera di influenza geopolitica, da ovest, da sud, da est e anche da nord. La missione di Bush ha direttamente interagito con le ultime due direttrici di questo avvicinamento: il citato Giappone e, del tutto inedita, la Mongolia, un paese di 2.8 milioni di abitanti che deve solo a questo – e anche al fatto di aver mandato in Iraq cento dei suoi 9.000 militari - la visita di un presidente degli Stati Uniti. George Bush ha introdotto in questa missione un’altro poderoso strumento di lavoro al servizio di tale politica, costituito dalle affermazioni perentorie che ha espresso, a Kyoto e altrove, circa l’indispensabilità di riforme libertarie radicali per il futuro cinese (e anche quello di una trascurata tirannia minore, la Myanmar dei generali fascio-maoisti). Il presidente americano ha indicato in Taiwan un modello al quale ispirarsi e ha esplicitamente chiesto la libertà religiosa per i credenti della Repubblica Popolare. Ai dirigenti di Pechino tali dichiarazioni devono essere sembrate altrettanto sconvenienti di quanto potrebbe essere stata, nei confronti degli Usa, la sollecitazione di un presidente cinese in visita all’Avana a introdurre la collettivizzazione dei mezzi di produzione, il servizio sanitario nazionale alla svedese e la chiusura delle chiese (oltre all’indicazione di Cuba come un esempio da seguire). Con l’aggiunta, a questa sollecitazione, dalla pretesa di passare un paio d’ore nella più vicina sezione del partito comunista-lenininsta d’America (che peraltro non esiste più) in una successiva tappa a Washington della sua missione nelle Americhe. Come ha detto una alto dirigente di Pechino, il presidente di una Repubblica che consente violazioni dei diritti umani così eclatanti come quelle che si verificano a Guantanamo e nelle prigioni segrete della Cia dovrebbe essere più cauto ad affrontare certi argomenti. Non si tratta solo di cautela. La leadership della Repubblica Popolare potrebbe percepire queste dichiarazioni come un vero e proprio tentativo di destabilizzazione a base ideologica, soprattutto perché sono i suoi maggiorenti ad avere la consapevolezza più acuta del loro potenziale effetto dirompente sulla società cinese. Questa si trova in una fase molto critica della sua transizione ed è molto più labile di quanto non sia comunemente inteso oltre i suoi confini. Il crollo dell’Unione Sovietica - in gran parte intrinseco nelle fragilità di un sistema comunista applicato a una società arretrata, ma catalizzato dalle energiche spallate americane degli anni 80 - è troppo recente per non atterrire chi si trova nella stessa condizione socio-culturale. O ancora in una peggiore, date le aspettative insoddisfatte che la prosperità cinese ha scatenato e le disparità fra i diversi fruitori. L’esito delle recenti “rivoluzioni colorate” in Europa e in Asia fornisce una ulteriore conferma delle preoccupazioni, se mai ve ne fosse bisogno. Al di là degli sviluppi di tutte queste mosse e contromosse, che sono ben lungi dall’esaurire i termini della complessa equazione strategica fra le due Superpotenze contemporanee, resta il fatto che le strategie americane in Asia, piuttosto efficaci, a quanto sembra, sono state portate avanti in anni molto distraenti da parte di un’amministrazione fra le più controverse e impopolari (almeno a giudicare dai sondaggi di queste settimane e dall’ostilità dell’establishment statunitense). I risultati incontrovertibili che essa può vantare stridono come più non potrebbero con la pittura alquanto scrostata con la quale gran parte della stampa americana dipinge la politica asiatica di questa amministrazione. Essa viene accusata di pressappochismo e di trascuratezza, in un momento cruciale per il divenire del Continente, per l’ossessione che Bush e i suoi sembrano nutrire per il Medio Oriente e in particolare per il Golfo Persico e scenari circostanti, sempre più equiparati alla vicenda vietnamita di 30 anni fa (che andrebbe peraltro un po’ revisionata, vista la situazione attuale dell’Asia, che tutto sommato deriva da quello che successe allora). La stessa amministrazione è per di più capitanata da un presidente non acclamato in patria per le sue doti intellettuali. Tutto ciò potrebbe significare due cose. La prima: non sempre le classi dirigenti, la stampa e l’uomo comune hanno chiari gli interessi del proprio paese e il successo con il quale a volte vengono perseguiti, anche negli Stati Uniti. La seconda: se questo è ciò che riesce a fare l’America con una mediocre leadership, figuriamoci a cosa potrebbe aspirare con una veramente “smart”. La Cina è avvisata.
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