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| Anno 2005 | |
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Il Venezuela chavista sta diventando sempre più uno dei maggiori animatori e al tempo stesso destabilizzatori del panorama internazionale. Le conseguenze delle sue vicissitudini non sono più limitate alla porzione latino-americana del Nuovo Mondo, ma interferiscono pesantemente con due degli elementi più importanti dello stesso panorama: l’egemonia planetaria americana e il petrolio, separati e in combinazione fra loro. Sin dall’inizio della vicenda neo-bolivariana, ossia da quando Chavez è diventato presidente nel 1998, non è stato mai ben chiaro quale fosse l’impatto della sua azione, se prevalessero le positività o le negatività.
Oggi è ancora meno evidente. Mentre sette anni fa sembrava che l’interrogativo interessasse solo il Venezuela, ai nostri giorni è lampante che le sue riverberazioni hanno valicato i confini della patria di quel Bolivar, simbolo (ma ancor più ossessione) della politica chavista. Non passa settimana senza che le corrispondenze da Caracas segnalino qualche nuovo colpo di scena. Nell’ultima che si è chiusa l’11 dicembre abbiamo avuto i sorprendenti risultati delle elezioni legislative nazionali e il via libera all’adesione del Venezuela al Mercosur, non così inatteso forse, ma in prospettiva ancora più gravido di conseguenze internazionali. Gli esiti del voto hanno determinato la prima vittoria totalitaria di uno schieramento politico in una elezione democratica, anche se la contraddizione è evidente. La metafora “bulgara” è stata del tutto superata, in un contesto trasparente e non coercitivo. Il Movimento della Quinta Repubblica (MVR) di Chavez ha ottenuto la quasi totalità dei seggi in palio. I suoi fiancheggiatori si sono impadroniti del resto. L’opposizione - un variegato spettro di partitini e movimenti dalle ispirazioni più disparate, dalla sinistra trozskista all’estrema destra - si è ritirata dalla competizione, con pretesti inizialmente plausibili ma via via sempre più speciosi, da inquadrare peraltro in una strategia troppo scaltra e coesa per non essere stata ispirata dall’esterno. Il risultato è stato un tasso di votanti (il 25 per cento) assolutamente ridicolo anche per le basse percentuali americane, a nord come a sud. Nelle due elezioni precedenti erano state rispettivamente il 56 e il 60 per cento, con esiti elettorali prossimi alla parità. Con la loro azione, gli oppositori di Chavez hanno consegnato il potere assoluto agli avversari, ma allo stesso tempo ne hanno evidenziato l’esiguo grado di rappresentatività nei riguardi dell’elettorato venezuelano, assolutamente inadeguato per le ambizioni rigeneratrici del presidente. In aggiunta, il 25 per cento conquistato dai chavisti è di qualche punto inferiore ai tassi delle altre consultazioni, e abissalmente al di sotto dei consensi demoscopici attribuiti al governo in carica poco prima delle elezioni, che arrivavano al 68 per cento, particolare - quest’ultimo - di ardua lettura in relazione al 25 per cento). Al di là del trionfo formale, Chavez ha subìto quindi un obiettivo arretramento dei consensi. I 250 osservatori internazionali di Oas e Unione Europea, che hanno monitorato la consultazione, hanno confermato la sua sostanziale correttezza. Hanno tuttavia messo in luce il deficit di rappresentatività che è scaturito dalle urne, criticando più la politica del governo che l’astuzia dell’opposizione e mettendo implicitamente in luce i pericoli di una involuzione dittatoriale del contesto politico venezuelano. Entrambe le organizzazioni hanno auspicato una nuova autorità elettorale nazionale che sia in grado di ricostituire la confidenza dei votanti. Chavez ha reagito con molta asprezza a queste critiche, accusando Osa e UE di avere teso una ‘imboscata’ alla sua amministrazione. Si tratta di una affermazione alquanto ardita, data la benevolenza con la quale l’esperimento bolivariano viene generalmente seguito in Europa e in America Latina, dove gli amici di Bush (il Grande Satana del chavismo) scarseggiano davvero. In realtà le elezioni rappresentano un successo tattico per il presidente, ma allo stesso tempo potrebbero evidenziare una battuta di arresto strategica per la sua ambiziosa politica interna e internazionale. Questo soprattutto se le reazioni di Chavez dovessero seguire la falsariga un po’ paranoica che hanno assunto negli ultimi tempi, come mostra la replica all’Osa e alla UE. Se l’opposizione avesse aderito alla competizione, sarebbe andata incontro a una disfatta certa, legittimando lo status quo attuale. Il ritiro non ha mutato la sostanza dei rapporti finali di forza, ma la vittoria chavista è stata depotenziata e con lei il suo significato in termini di consenso. Ma sopratutto è stata messa in luce, di fronte alla comunità internazionale, la sempre più evidente propensione autoritaria del colonnello-presidente. L’iniziativa della opposizione potrebbe essere stata quindi una mossa assai sagace, oltre che spregiudicata, con conseguenze potenziali davvero inimmaginabili. Il rischio è che - a prescindere da Chavez - così facendo si mettano in sordina tutti i dossier economici, sociali e politici che impongono comunque una profonda politica di riforme in Venezuela e in tutta l’America Latina, chiunque si appresti a impostarla. Il 60 per cento delle popolazioni vive sotto la soglia di povertà, le sperequazioni socio-economiche sono ai massimi planetari e occorre riparare a due secoli di malgoverno, ingiustizie e corruzione. Un ulteriore pericolo è che la manovra dell’opposizione venezuelana diventi prassi consueta per tutte le analoghe del Sudamerica che credono di poter contare sull’appoggio degli Usa e della loro egemonia politico-mediatica internazionale, con la conseguente delegittimazione del metodo democratico come sistema di elaborazione della governance. Per l’opposizione venezuelana il vero azzardo potrebbe essere che ora Chavez ha mano libera per approvare le modifiche costituzionali che permetterebbero, dopo il secondo scontato sessennato che partirà dal 2006, una sua terza rielezione dal 2012 (e dopo ancora una quarta, una quinta…etc, se qualcuno o qualcosa non interrompe il ciclo: Castro è ancora al potere a quasi 50 anni dal suo vittorioso ingresso all’Avana). In aggiunta, Chavez potrebbe dare effettiva attuazione alle riforme economiche e politiche più radicali tante volte enunciate nei suoi incessanti comizi televisivi. La sua confusa ideologia social-populista si richiama a Bolivar come motivo storico ispiratore dell’indipendenza e della dignità dell’America Latina, ma guarda sempre più alle esperienze antimperialiste e anticapitaliste – antiamericane, in sostanza - come riferimento contemporaneo, da qualsiasi parte queste provengano – Cuba sopratutto, ma anche Iran e Cina. Persino Corea del Nord. Le limitazioni, le approssimazioni e i pericoli di un simile parallelo sono evidenti. Un esempio per tutti: Castro ha attraversato con suprema perizia la Guerra Fredda e un precario dopoguerra turistico-romantico-gauche caviar, essendo lo smagato timoniere di un piccolo, povero e tutto sommato inoffensivo paese. Chavez è l’autocrate indiscusso del quinto esportatore mondiale di petrolio nonché detentore delle maggiori riserve petrolifere mondiali (se si considerano le sabbie bituminose dell’Orinoco). Ha ambizioni ideologiche e geopolitiche smodate, che si coniugano in una peculiare avventatezza comunicativa e forse emotiva. Si sente un secondo Bolivar e potrebbe davvero diventarlo, se avesse successo. Nei confronti del vero lider maximo dell’emisfero occidentale (gli Stati Uniti d’America) nutre un rancore ancora superiore a quello che potrebbe avere Castro. Anche perché i medesimi hanno ispirato tentativi vari di disarcionarlo e lui ha molto somatizzato gli eventi relativi. In uno di essi (il golpe del 2002 che lo ha deposto per due giorni) ha rischiato seriamente la pelle e in altra occasione è stato additato dal più popolare predicatore evangelico d’America come bersaglio per un tirannicidio. Chavez non ha l’intelligenza politica, il temperamento e la disponibilità per giungere a qualche accomodamento con i gringos. Di questi tempi essi forse vivrebbero e lascerebbero vivere un caudillo sudamericano un po’ esaltato che li rifornisce di tanto petrolio non islamico. Ma fanno fatica ad accettare uno sfidante globale che vuole detronizzarli nel loro emisfero, formare una lega planetaria dei nemici degli Usa, aprire la strada delle Americhe al loro competitore strategico numero uno (la Cina), armandosi allo stesso tempo con mezzi russi ed europei da distribuire a descamisados che prendono ordini solo dal Supremo, fuori della inaffidabile gerarchia militare. L’astuto ex paracadutista si è peraltro guardato bene dall’acquistare quelle armi pesanti che avrebbero fatto scattare nel Pentagono la sindrome della ‘minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti’, con tutte le conseguenze del caso, ma il significato strategico di una difesa popolare politicizzata e asimmetrica è tutt’altro che inavvertito. Di questi tempi viene preso molto sul serio dai circoli militari statunitensi. Tutte queste mosse sono state accompagnate da un contorno di coreografie che fanno di Chavez un prediletto della stampa specializzata nei gossip: happening con Maradona, reiterati insulti a George Bush (non solo, anche il messicano Fox è stato ingiuriato con un linguaggio da caserma, dopo che al 4° Summit delle Americhe di Mar del Plata, a settembre, aveva dichiarato che “Chavez aveva divorziato dalla realtà”), provocazioni filantropiche come l’invio a 40mila famiglie povere degli Stati di New York e Massachussets di 12 milioni di galloni di olio combustibile venezuelano a prezzi politici, ambiziose sfide mediatiche e altro. Particolarmente significativa la messa in opera della Telesur, un network televisivo a copertura continentale, che ha l’aspirazione di diventare la Cnn latina e di liberare i sudamericani dal giogo del monopolio informativo delle mayors anglosassoni. In quest’ultima operazione Chavez ha messo i soldi e altri importanti Stati del Sudamerica gran parte delle competenze, evidenziando che il presidente venezuelano nulla potrebbe se gli Stati ispanici contigui non lo sostenessero e in qualche modo lo incitassero segretamente a osare, soprattutto quelli governati da partiti di sinistra o di centro-sinsistra, la stragrande maggioranza. Questo è risultato chiarissimo nell’altro avvenimento della settimana: la firma a Montevideo, venerdì 9, di un trattato di associazione del Venezuela al Mercosur (la zona meridionale di libero scambio che interessa Brasile, Argentina e Uruguay), secondo il quale entro un anno Caracas diventerà il quarto membro ordinario della organizzazione, a dispetto della geografia. L’evento è stato giudicato da autorevoli commentatori come un grande successo di penetrazione del Venezuela nel Sudamerica e un primo passo verso un ambizioso progetto geopolitico che dovrebbe mettere insieme il colosso brasiliano con le competenze “europee” argentine e uruguayane, fecondando il tutto con l’autonomia energetica e le risorse finanziarie venezuelane (almeno finché il petrolio rimarrà ai livelli attuali). Molti ritengono che l’armonizzazione fra l’inefficiente e corrotto sistema politico ed economico del Venezuela con quello dei più avanzati Stati meridionali si rivelerà più arduo del previsto (uno-due anni, come minimo). Tuttavia è certo che l’iniezione nelle precarie casse gaucie e carioca dei 25 miliardi di dollari derivanti dalle rendite petrolifere annue del Venezuela costituisce un argomento convincente per superare scetticismi e perplessità. Senza contare la sinergia possibile e plausibile fra l’agricoltura argentina e uruguaia, l’industria, le materie prime e i servizi brasiliani e l’energia petrolifera e demagogica di Chavez. Un ulteriore argomento a favore vede benignamente disposto anche il potentato nordamericano, che osserva tutte questo fervore di aggregazioni latine con un certo sospetto, ma comincia a capire che è forse l’unico modo per evitare guai peggiori. L’America Latina è una pentola in ebollizione e non potendo spegnere il gas è meglio trovare una valvola di sfogo. Inglobare Chavez in un sistema geopolitico dalla popolazione complessiva quasi dieci volte superiore a quella del solo Venezuela appare l’unico modo disponibile per stemperarne le pericolosità senza ricorrere a mezzi coercitivi improponibili per l’America Latina di oggi. I dirigenti americani sono stati espliciti in tal senso, affidando al presidente brasiliano Lula l’incarico di tutore del ragazzaccio bolivariano. In questa chiave di lettura potrebbero trovare anche risposta gli interrogativi aperti dalle elezioni politiche che si sono concluse domenica 4 dicembre, sempre che Chavez collabori, il che è tutto da dimostrare.
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