Anno 2005

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Armi e droga dall'Afghanistan verso l'Occidente

Fernando Termentini, 13 gennaio 2005

Da marzo a novembre del 1989 ho lavorato a fianco degli afgani che uscivano da una decennale dominazione sovietica e ho vissuto con i Pakistani nella Nord West Frontiere a ridosso del confine con l'Afghanistan. In quel periodo mi convinsi della esistenza di un commercio verso l'Europa e l'Occidente in generale di merci non lecite. Ritornato in Italia, nel 1990 pubblicai una testimonianza sotto forma di una semplice narrazione con l'intenzione di suscitare l'interesse su particolari che ritenevo della massima importanza per la sicurezza internazionale. Credo che in quel momento la narrazione rimase tale.

A distanza di più di dieci anni, dal gennaio al 2002 a oggi, sono ritornato fra quella gente, ho ripercorso gli stessi itinerari a più riprese e in tempi diversi. Ho potuto rendermi conto che poco è cambiato rispetto a quanto lasciato alla fine del 1989, per cui mi ripeto nel raccontare una situazione, una fase storica che riemerge molto simile a quella che l'ha preceduta e che si è conclusa con l'undici settembre.

Quello che scrivevo nel 1990 denunciava la vulnerabilità dell'Europa e dell'Occidente in generale al commercio di merci non lecite che potevano arrivare attraverso i Balcani e passando dalla porta di Trieste. Un flusso di droga e armi di vario genere destinate alle cosche malavitose locali, provenienti dal Centro Asia, in particolare dall'Afghanistan percorrendo la "via di Marco Polo".

Una realtà che in quel momento mi si manifestava giorno dopo giorno attraverso i contatti giornalieri con i mujhaidin afgani o percorrendo le brulle aree tribali del Pakistan, difficilmente accessibili senza essere provvisti di specifici permessi e spesso senza la "raccomandazione" di capi locali.

In un momento in cui la resistenza afgana aveva avuto successo sul dominatore russo i potenti rais locali, che avevano concorso a favorire il successo militare e che gestivano le aree tribali pakistane a ridosso dei confini con l'Afghanistan, emergevano dall'ombra e rivendicavano il loro ruolo spesso determinante. Chiedevano, in sintesi, una ricompensa in termini di potere, di libertà di manovra e di danaro. La gestione autonoma di commerci non leciti rappresentava la forma di risarcimento più rapida e meno impegnativa, per cui sia le autorità locali sia la componente occidentale, che aveva agevolato e alimentato la resistenza afgana, concesse a costoro la massima libertà di azione.

La via di Marco Polo - la strada del Kyber Pass, un tempo percorsa da carovane di cammelli carichi di spezie, curry, comino, tè e pepe - appena l'ultimo carro armato sovietico lasciò l'Afghanistan, iniziò a essere percorsa da moderne carovane, convogli di autocarri che nella maggior parte dei casi portavano pesantissimi carichi di merci destinate ai mercati clandestini. Nei sacchi di juta, fra i tappeti colorati, droga prodotta in Afghanistan e armi provenienti dalle aree tribali del Pakistan.

Darra, un grazioso villaggio come tanti altri, capitale di una delle tante aree tribali pakistane completamente autonome e fuori del controllo del governo locale. Uno dei poli per la costruzione artigianale di armi e munizionamento di piccolo e medio calibro. Pistole, kalashnikov, cannoncini contraerei, mitragliatrici MG e mortai ben esposti sugli scaffali delle botteghe fra pani di hashish e qualche tappeto.

Percorrendo nel 1989 la strada principale, si passava da un laboratorio all'altro dove tutti costruivano armi o parti di esse. Locali affacciati sulla strada il cui retrobottega dava su cortili interni dove prima dell'acquisto era possibile provare il prodotto. Un unico obbligo: quello di accollarsi la spesa per il munizionamento che si aveva intenzione di impiegare per la prova. Armi che era difficile distinguere dall'originale prodotto nelle fabbriche. Pistole Beretta 92-S, in quel momento appena introdotte sul mercato italiano, "fotocopiate" a Darra e con taluni particolari migliorati rispetto all'originale. Mitragliatrici MG-42/59 che poco avevano da invidiare all'originale tedesco.

Una catena industriale che prevedeva anche la realizzazione sul posto delle parti metalliche destinate a essere trasformate con un paziente lavoro manuale in congegni e parti di armi. Estrusi ottenuti in fonderie locali con la trasformazione di qualsiasi cosa contenesse parti ferrose. Carcasse di auto, biciclette vecchie, fusti di carburante vuoti, scatolame di latta e quanto poteva essere recuperato fra i rifiuti. Materiale scadente che permetteva la realizzazione di congegni e meccanismi funzionanti ma con una bassissima vita tecnico-operativa. Armi che con elevata probabilità erano destinate a mercati malavitosi piuttosto che a eserciti, in quanto tali da garantire solo qualche raffica per un agguato e, quello che forse poteva maggiormente interessare alla malavita occidentale, l'assoluto anonimato di provenienza.

Sono tornato a Darra alla fine del 2001. Ho percorso le stesse strade e visitato le medesime zone del 1989. Molto poco è cambiato dal decennio precedente. Le stesse baracche, le stesse procedure di prova e di acquisto della merce. Forse una maggiore accortezza nell'approccio allo straniero, in particolare nel proporre partite di sostanze stupefacenti. Un mondo che sembra essere congelato, a dimostrazione che l'industria rendeva. Nel corso degli anni, infatti, non si era sentita l'esigenza di adeguamenti né di modifiche strutturali nella "politica aziendale". Evidentemente ancora oggi è ben vivo e attivo il cordone ombelicale che unisce quelle terre lontane alla mafia siciliana, a quella marsigliese o bulgara, espressioni operative della malavita occidentale sempre in crescita e che negli ultimi anni ha anche trovato momenti favorevoli nei tragici eventi internazionali, fin dalla guerra nei Balcani per arrivare a quella dell'Afghanistan e dell'Iraq.

Nel gennaio del 2002, terminata la guerra, ho varcato la frontiera fra il Pakistan e l'Afghanistan entrando nella meravigliosa valle che dalle montagne pakistane degrada verso il fiume Kabul, giù fino a Jalabad. Un paesaggio duro, una morfologia del territorio aspra ma possente e per taluni aspetti affascinante, che ben si coniuga con l'austero e duro montanaro afgano che vi abita da secoli e che proprio da quelle parti - unico esempio al mondo - respinse l'invasore britannico. Una zona immensa a ridosso dei due paesi e che si estende per centinaia di chilometri quadrati con un paesaggio spesso lunare.

Un'area completamente autonoma e fuori dal controllo delle autorità locali - pakistane e afgane - dove l'ordine e le regole sono dettate e gestite dal rais che amministra con regole dettate dalla tradizione tribale. Il capo, oltre ad avere il potere di vita e di morte su chi abita nel feudo, garantisce l'assoluta sicurezza a chiunque vi si rifugi e sia accettato come ospite. Un ospite che però deve essere in grado di poter pagare e deve poter dimostrare la sua solvibilità. Una partita di droga, un carico di armi, il dazio per il transito di una carovana sono garanzie che da quelle parti hanno una valenza elevata.

Nel settembre del 1989 in questa valle erano in funzione molti laboratori per la raffinazione dell'oppio prodotto nel paese con le piantagioni di papavero. Strutture realizzate in vecchie fortezze edificate nei secoli scorsi a presidio dei passi. Anche fattorie modificate e attrezzate allo scopo, recintate e protette da sguardi indiscreti.

Un ciclo industriale continuo, garante di un reddito costante ai produttori, ai commercianti e allo stesso agricoltore. Un contadino che alterna il proprio lavoro tra i campi dove viene prodotta la materia prima e la fabbrica dove è trasformata. Per due- tre volte l'anno viene coltivato il papavero, che, portato presso le raffinerie, viene trasformato in eroina purissima impiegando come operaio lo stesso coltivatore momentaneamente non impegnato sui campi di papavero. Nella valle del Kyber Pass, lungo il fiume, il papavero da oppio cresce rigoglioso, in piantagioni spesso celate fra filari di alberi o coltivazioni di ortaggi.

La routine produttiva - da oppio a eroina - è molto simile a quella che si applica in Occidente per la produzione dello zucchero. L'agricoltore coltiva la bietola in inverno e poi in estate lavora come operaio negli stabilimenti che producono zucchero. L'unica differenza: il prodotto finale.

I carichi di droga vengono inviati ai mercati finali, affidati a carovane di nomadi che li portano presso magazzini di raccolta, posizionati strategicamente all'interno del territorio afghano. Qui i carichi vengono completati - se è il caso - con armi o quanto altro possa essere richiesto dai mercati di destinazione dove giungono trasportati dalle moderne carovane lungo la via di Marco Polo verso l'Occidente.

Per lungo tempo i governi occidentali hanno praticamente accettato questa situazione con un approccio politico molto pragmatico, quasi machiavellico, ma che alla fine non si è dimostrato strategicamente valido. Lasciare ai Talebani lo spazio per gestire più o meno palesemente un fiorente commercio di droga e armi, alla luce di recenti avvenimenti non è stata una mossa vincente. Allo stesso modo, lasciare completa autonomia ai rais delle aree tribali pakistane può essere stato utile al governo centrale per gestire i cento milioni di abitanti del paese con un reddito pro capite bassissimo, ma sicuramente non ha aiutato a garantire il Pakistan dal pericolo del fondamentalismo islamico.

Una serie di errori di valutazione che nel 2001 non hanno nemmeno permesso all'Occidente di cogliere dei segnali premonitori di quanto sarebbe accaduto. Improvvisamente, nella seconda metà del 2001, ai primi di agosto, i Talebani ordinarono che in Afghanistan fossero distrutte tutte le piantagioni di papaveri da oppio. Una decisione da molti interpretata come un segno di buona volontà ma che invece era determinata da un disegno strategico dai contenuti tragici. I magazzini, infatti, erano pieni di eroina raffinata - come fonti delle Nazioni Unite denunciavano - che raggiunse i rais delle aree tribali. Gli stessi rais che di lì a poco avrebbero dovuto garantire sicurezza e protezione ai vertici di al Qaeda. L'undici settembre era alle porte!

Sul momento a tutto ciò non fu data importanza. Oggi, con il senno dei poi è forse possibile individuare un certo collegamento fra quanto avvenuto e l'impossibilità di catturare bin Laden e il suo staff. Un'esperienza che dovrebbe rappresentare un punto di riferimento per le analisi future, anche in considerazione di ciò che sta avvenendo, in particolare in Afghanistan.

Rientrato in Afghanistan nei primi giorni del 2002 e attraversato il paese da sud verso nord e da ovest a est per condurre importanti azioni di bonifica del territorio, constatai l'assoluta assenza di piantagione di papaveri. Dove una volta erano coltivati i papaveri da oppio trovavo contadini inquieti per l'improvviso mancato guadagno e che rimpiangevano il passato regime. Solo le fattorie e i vecchi fortini che sapevo adibiti a raffinazione dell'oppio, ubicati a ridosso del confine e lungo le valli trasversali alla strada del Kyber Pass, mantenevano integro il loro splendore. Ben mantenuti, ordinati, anche se chiusi e presidiati a vista da gente armata, pronti a riprendere a funzionare.

Rimasi nel paese per qualche tempo. Vi rientrai nel marzo del 2003, il giorno prima dell'inizio della guerra in Iraq. Mi spostai da Kabul verso l'interno e inaspettatamente, dove un anno prima vi erano solo coltivazioni di cavolfiori, vidi riaffacciarsi al sole primaverile i primi papaveri da oppio. La coltivazione era ripresa. Un segnale che forse le scorte di eroina, raffinata e conservata nei magazzini dei signori della guerra, stavano terminando o che la nuova guerra imponeva la revisione dei patti di alleanza sulla protezione di bin Laden. Era perciò necessario riprendere la produzione per garantire reddito ai capi tribù che proteggevano i maggiorenti di al Qaeda. Solo così sarebbero rimasti fedeli alla causa, come strategicamente era stata impostata fin dall'agosto del 2001.

Da questa ripresa produttiva è passato più di un anno e forse ormai è stata ripristinata la scorta di eroina e di armi provenienti da Darra. In Iraq la situazione non è ancora stabilizzata e il paese è una Santa Barbara a cielo aperto. La pressione delle Forze militari di interposizione sul territorio afgano è in parte diminuita e in Pakistan il governo si deve muovere su un terreno minato, dal momento che ogni giorno deve giustificare alla componente religiosa fondamentalista l'alleanza con gli Stati Uniti e l'apertura all'Occidente.

Tutto ha un prezzo - anche in Pakistan - e una grande percentuale della componente islamica estremista è radicata proprio nelle aree tribali. I comignoli delle raffinerie afgane hanno ripreso a fumare e la strada di Marco Polo ha ripreso a pulsare, convogliando le moderne carovane che utilizzano i camion invece dei cammelli.

Forse sul piano strategico la minaccia per l'Occidente può avere cambiato connotazione. Non più autobomba ma un costante rifornimento di droga sui mercati clandestini e di armi a disposizione della malavita che deve garantire la gestione delle sostanze non lecite. Una situazione che potrebbe anche degenerare, se in seguito alla immane tragedia che ha colpito i paesi del sud-est asiatico l'area islamica di questi decidesse di recuperare rapidamente risorse economiche accordandosi con al Qaeda e annegando l'Occidente con eroina, cocaina, esplosivo.

Una eventualità fantasiosa ma non troppo remota, se si considera che a Kabul, a Islamabad e a Sumatra, a prescindere dal fuso orario, la preghiera principale della settimana e le preghiere del giorno avvengono nello stesso momento, con una precisione al secondo e con lo stesso rituale. A Roma, Parigi e Madrid, pur professando la medesima religione, non avviene la medesima cosa.

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