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| Anno 2005 | |
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Il 1989 rappresenta l'anno zero per l'inizio delle attività di bonifica umanitaria nel mondo e il momento in cui la comunità internazionale inizia a occuparsi del pericolo per la popolazione civile che viva in un paese emergente da una guerra, indotto dalla presenza di mine, ordigni bellici non esplosi (Uxo) e quanto di ancora attivo rimasto sul terreno dopo l'evento bellico (Explosive Remain of the War - Erw).
Il 28 febbraio di quello stesso anno l'ultimo carro armato sovietico lasciò l'Afghanistan dopo dieci anni di invasione. I rifugiati afgani che si trovavano in Pakistan, in Iran e in altri paesi dell'Europa e del Medio Oriente dovevano ritornare nei loro luoghi di origine. Il rientro non era però possibile immediatamente e comunque sicuro per l'elevato inquinamento del territorio afgano provocato da milioni di mine ancora attive e di residuati bellici rimasti dopo dieci anni di guerra. Immediata la decisione delle Nazioni Unite che rapidamente avviarono quella che tutti gli specialisti di bonifica umanitaria riconoscono come "la madre della Mine Action Internazionale", l'Operation Salam (Operazione Salvezza), che iniziò in Pakistan il 1° marzo 1989. Si iniziò a lavorare a Peshawar a ridosso della frontiera con l'Afghanistan, dove da anni vivevano quasi un milione di sfollati afgani che dovevano essere i primi beneficiari della iniziativa Onu. Francia, Stati Uniti, Canada, Turchia, Nuova Zelanda, Australia e Italia furono le prime nazioni ad aderire alla richiesta dell'Onu e a inviare loro specialisti per iniziare la formazione degli afgani destinati a bonificare il loro territorio e a sviluppare il necessario management per gli specifici interventi. Subito dopo il primo ciclo di formazione che avvenne nel settembre del 1989, all'inizio di novembre dello stesso anno iniziarono a essere strutturate e a operare le prime Agenzie afgane per la bonifica umanitaria, quelle che sono ancora attive nel paese. Gli specialisti internazionali iniziarono anche a redigere e sperimentare sul terreno quelle che sarebbero diventate le procedure standard che oggi regolano la Mine Action Internazionale (SOP, Standard Operative Procedures). Manuali fondamentali per chi sviluppa attività ad alto rischio come quelle della bonifica e che garantiscono la massima interoperabilità fra gli operatori, condizione fondamentale per conferire la necessaria efficacia e sicurezza agli interventi. Dalla Operation Salam, inoltre, prese corpo all'inizio del 1992 l'Agenzia delle Nazioni Unite destinata a gestire tutti gli interventi di bonifica umanitaria nel mondo, l'Un Mine Action Service (Unmas - www.mineaction.org), a cui progressivamente andranno a far capo tutti i centri di coordinamento che gestiscono nella prima emergenza la bonifica in un paese: i Mine Action Centre (Mac). Strutture responsabili inizialmente della gestione e del coordinamento delle attività operative in una nazione ospite e da cui naturalmente nel tempo trovano origine i Mine Action Centre nazionali destinati a operare nel tempo. Il primo Mac del mondo fu quello di Kabul, che iniziò a operare diretto e coordinato da colui che oggi è il direttore di Unmas. Un anno dopo l'istituzione di Unmas, mano a mano che l'interesse dell'Onu sul problema delle mine emergeva, cresceva anche l'attenzione della società civile mondiale su quanto stava accadendo nel mondo in conseguenza della presenza di mine e Uxo. All'inizio del 1993 veniva istituita la Campagna internazionale per la messa a bando delle mine antipersona (International Campagne to Band Landmine - Icbl, www.icbl.org), da cui, ben presto trovavano origine moltissime "Campagne Nazionali, prima fra tutte quella italiana (www.campagnamine.org). Nel 1997, a soli cinque anni dall'inizio delle proprie attività, la campagna internazionale riuscì a ottenere che più di 150 nazioni aderissero alla Convenzione di Ottawa per la messa al bando delle mine antipersona, motivo per cui al movimento viene conferito il Nobel per la Pace. Il Trattato, oggi ratificato da 150 paesi, oltre a proibire la produzione, il possesso e la vendita di mine anti persona, impegna gli Stati firmatari a distruggere anche le scorte di mine, a finanziare gli interventi di Mine Action e a favore delle vittime da mina. Con Ottawa viene espressa la volontà della società civile che riesce a far accettare nell'arco di soli cinque anni una convenzione di elevato contenuto sociale, anche forzando in taluni casi la volontà politica di alcuni Stati. Un accordo internazionale che a prescindere dalle convinzioni personali è e deve essere considerato come una rivalutazione del diritto internazionale umanitario la cui applicazione esalta il contenuto etico delle forze armate di una nazione. L'Italia, additata da sempre come la nazione maggiore produttrice ed esportatrice di mine antiuomo, è stata uno dei paesi trainanti il processo di Ottawa e che ha preceduto il Trattato con una legge nazionale per la messa a bando delle mine antiuomo (ottobre 1997 - 374/97) e con una successiva Legge per l'istituzione di un fondo nazionale per la bonifica umanitaria (Legge 58/01). Ottawa, però, ha dimenticato che sul campo di battaglia moderno rappresentano un pericolo altri residuati bellici non esplosi come le Cluster Bombs, gli Uxo e gli Erw in generale. Materiale molte volte più pericoloso delle stesse mine perché attira l'interesse delle popolazioni locali che cercano di recuperare il metallo e l'esplosivo per una successiva commercializzazione (Cfr. www.fernandotermentini.it). Immediatamente dopo Ottawa, le iniziative di bonifica umanitaria hanno subito un'accelerazione con un vastissimo impegno internazionale che ha coinvolto e coinvolge attori non governativi e commerciali. Tutti applicano gli standard di Unmas (International Mine Action Standard - www.gichd.ch), con tecniche che nel tempo non sono mutate, analoghe a quelle con cui si operava in Europa alla fine del secondo conflitto mondiale per bonificare i territori. L'attore principale è comunque rimasto l'uomo che con un'attenta e paziente manovra manuale cerca e distrugge gli ordigni, aiutato in qualche circostanza da mezzi meccanici più o meno sofisticati e da cani appositamente addestrati. Un impegno operativo che ormai tocca in modo significativo quasi un terzo del mondo, coinvolgendo le Nazioni Unite con Unmas e con altre agenzie preposte ai programmi di sviluppo a favore dei Paesi terzi, fra cui la principale la UN Development Programme (Undp). Sul terreno operano organizzazioni non governative e anche di ditte commerciali. Angola, Bosnia Herzegovina, Afghanistan, Iraq, Iran, Macedonia, Sudan, Congo, Cambogia, Yemen e tante altre ancora sono le nazioni che ospitano il maggiore impegno internazionale che gestisce in termini economici e operativi gli interventi di bonifica umanitaria e che allo stesso tempo si impegna a creare strutture locali in grado di potere gestire in futuro il problema in modo autonomo (Capacity Building). Un impegno di fondamentale importanza per la ripresa economica e sociale delle popolazioni costrette a convivere con il problema e componente fondamentale a premessa di ogni iniziativa finalizzata a prevenire possibili conflitti futuri. Le attività di bonifica umanitaria, infatti, fra i possibili interventi di cooperazione internazionale, sono quelli che alla fine di un conflitto più di altre permettono una immediata riconversione degli smobilitati e l'immediata integrazione operativa fra le persone che fino a un momento prima erano nemici. Un'attività che coagula la collaborazione e l'amicizia in quanto l'incolumità di ciascuno è strettamente connessa e dipendente dall'impegno del collega. Un impegno che contribuisce - anche e in modo concreto - a possibili azioni per la prevenzione dei conflitti perché, oltre a favorire la crescita economica, elimina ogni traccia del passato bellico. Mine, Uxo e Erw che invece, se lasciati sul suolo, potrebbero nel corso dei decenni successivi al termine del conflitto e all'atto dell'esplosione creare di nuovo condizioni di guerra e innescare possibili reazioni di vendetta. L'Italia nella Mine Action Internazionale ha un ruolo molto importante: sul piano politico, su quello finanziario e come professionalità dei propri operatori che a partire dalla Operation Salam hanno contribuito e contribuiscono a esaltare i contenuti degli interventi di bonifica e soddisfare le aspettative dei beneficiari. Le attività di bonifica sviluppate nel corso degli anni hanno attirato l'interesse industriale nel settore dell'elettronica e della meccanica. Molte industrie hanno avviato studi e ricerche specifiche per individuare e realizzare materiali sempre più evoluti da utilizzare nel campo delle attività di Mine Action. Congegni e macchinari orientati a esaltare le condizioni di sicurezza per gli operatori e a rendere più rapide e affidabili le operazioni di bonifica. Non sempre però l'interesse industriale è stato determinato dalle esigenze degli operatori e troppo spesso i materiali realizzati - seppure affidabili - sono risultati troppo sofisticati, in particolare per il livello delle realtà sociali e industriali ai quali sarebbero state indirizzate. Di fatto si sono avuti fino a questo momento modesti progressi tranne che nel settore dei metal detector, nel quale peraltro l'Italia è in questo momento leader in ambito internazionale. Attualmente, però, il trend degli investimenti industriali è negativo, anche se questo fenomeno non trova giustificazione nelle esigenze da soddisfare. La ricerca tecnologica, infatti, a parte qualche rara eccezione, ha subito un notevole rallentamento. La stessa la Federazione Svizzera che ospita l'unico Centro al mondo destinato a favorire lo sviluppo normativo e tecnologico a favore della bonifica umanitaria (Geneva International Centre for Humanitarian Deming - Gichd), palesa sostanziali dubbi sulla opportunità di impegni dell'industria nazionale nel settore della ricerca. Decisioni che però non possono essere condivise da chi si occupa sul campo di problemi di bonifica e che conosce la realtà che ancora caratterizza moltissime minoranze nel mondo. Costoro non possono che giudicare in controtendenza lo studio svizzero rispetto all'impegno che, invece, la comunità internazionale dimostra di voler ancora affrontare anche nel settore della ricerca e sviluppo di materiale per la bonifica umanitaria. Durante il summit di Nairobi, svolto meno di due mesi orsono è infatti emerso un attivo impegno di molte industrie - in particolare giapponesi - nel volere realizzare nuovi materiali e migliorare quelli recenti. Lo stesso Centro di Ginevra ha divulgato per l'occasione un particolareggiato documento sullo sviluppo di mezzi meccanici (A Study of Mechanical Application in Deming - 2004) che di per sé dovrebbe invogliare ad ampliare gli studi tecnologici in corso e ad avviarne altri. Conclusioni, quelle svizzere che inoltre contrastano anche con i contenuti della stessa Convenzione di Ottawa nella quale gli Stati firmatari si impegnano a favore degli interventi di bonifica e con quello che potrebbe essere definita l'approccio etico al problema specifico. Lo studio in questione, infatti, giunge a conclusione di non convenienza industriale per le aziende svizzere nell'impegno a studiare, sviluppare e produrre nuovi materiali che, partendo dalle tecnologie tradizionali, garantiscano una maggiore e migliore disponibilità di mezzi. La motivazione è, in sintesi, che si tratta di attività "poco redditizie e tali da non coprire nemmeno i costi di sviluppo". L'affermazione potrebbe trovare un riscontro oggettivo se fosse valido il criterio di sviluppare la ricerca a prescindere dalle reali esigenze degli operatori e degli utilizzatori delle nazioni ospiti. Nel caso in cui però si faccia riferimento alle attuali e future esigenze di Mine Action, la conclusione svizzera non può essere condivisa. Nell'immediato, infatti, per migliorare il rapporto di costo efficacia fra risorse disponibili e risultati raggiunti nella bonifica, anche in considerazione delle dimensioni del problema ancora da affrontare, dovrebbe essere dato un impulso sostanziale e globale ad attività di Survey e Area Reduction. In sintesi, un controllo del territorio a tappeto, per individuare immediatamente il pericolo e segnalarlo, seguito da una riduzione delle aree catalogate in prima approssimazione come pericolose. In questo modo, alle popolazioni locali di nazioni come l'Angola o il Sudan - con un'estensione vastissima - verrebbe sottratta una parte del territorio, senza però significative limitazioni per la popolazione, che invece verrebbe messa nelle condizioni di poter sapere con esattezza dove transitare senza rischio e dove non farlo. Una seconda fase a seguire, che tenendo conto delle risorse economiche disponibili e delle priorità individuate con le attività di Survey, preveda in tempi successivi la bonifica sistematica. Queste ipotesi - innovative rispetto all'ottimistica aspettativa di Ottawa di vedere ultimata la bonifica mondiale entro il 2009-2014 - non permettono sicuramente un rallentamento nello sviluppo e nella ricerca di materiali peculiari che consentano anche solo di accelerare e rendere più sicure le operazioni di bonifica. Attività che per loro natura sono destinate a durare per lunghissimo tempo, se si considera che in paesi come l'Italia, a distanza di più di sessanta anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, ancora devono essere bonificate mine e Uxo che risalgono all'evento bellico. Il settore del rilevamento, essenziale per garantire sicure ed efficaci Survey e di Area Reduction, presenta peraltro ancora una certa carenza tecnologica, in particolare per quanto attiene a investigazioni e mappatura del territorio realizzate in modo esteso e sistematico. Sicuramente l'industria, orientata finora a realizzare sofisticati sistemi, deve rimodularsi e sul tema è altamente condivisibile lo studio svizzero. L'elevata tecnologia, infatti, mal si coniuga con le risorse e con le potenzialità tecnologiche e professionali della maggior parte dei paesi a cui sarebbero destinati. E'però anche vero che è necessario portare avanti studi e realizzazioni che consentano di disporre di qualcosa che permetta una mappatura sistematica dei territori a rischio con elevato grado di discriminazione, alla stessa stregua di quanto avviene per le indagini diagnostiche dei tessuti umani. Un sistema che raggruppi le tre categorie di sensoristica che attualmente sono studiate, sviluppate e utilizzate separatamente, come i rilevatori di metalli, i sensori all'infrarosso e quelli radar, asserviti a un Data Fusion potente, in grado di restituire in tempo reale la "mammografia discriminata" di quanto il terreno nasconde. Probabilmente tutto ciò potrebbe ancora rappresentare un interesse industriale da non sottovalutare e uno degli scopi da raggiungere che Ottawa prevede siano raggiunti dagli Stati firmatari. Per evitare però gli errori del passato, il tutto dovrebbe essere affrontato e sviluppato sotto l'alta vigilanza politica e di esperti operativi per individuare le reali esigenze e seguirne lo sviluppo passo dopo passo. Quanto realizzato - anche solo in forma prototipica - potrebbe essere verificato e validato sul terreno dalle organizzazioni non governative e dalle ditte commerciali impegnate nelle attività di bonifica umanitaria, conferendo loro un sostanziale incremento della potenzialità e capacità operativa e garantendo, nello stesso tempo, il raggiungimento di risultati sicuramente utili per i beneficiari.
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