Anno 2005

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Il rapimento di Giuliana Sgrena e la soluzione Balcani

Fernando Termentini, 6 febbraio 2005

In Iraq da pochi giorni si sono concluse le elezioni. Il tempo destinato all'apertura dei seggi è scivolato via senza che avvenissero eclatanti episodi terroristici. Una dimostrazione che la politica può anche prevalere sullo scontro armato e che la democrazia può uscire vittoriosa sull'oltranzismo politico interpretato in chiave religiosa. Ritenere però che in Iraq ogni pericolo sia cessato è forse troppo azzardato.

Già prima del rapimento della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, era infatti molto probabile che si avesse un colpo di coda da parte dei terroristi, che nei giorni compresi tra le elezioni e il rapimento sono stati "silenti" perché intenti a preparare un atto eclatante. Un pericolo che aveva palesemente espresso da Bagdad anche uno dei maggiori esponenti del Consiglio degli Ulema, proponendo concreti dubbi sulla completa validità dell'espressione elettorale e rivendicando per i sunniti un ruolo politico non subordinato, ma autodeterminato. Un pronunciamento politico significativo, espresso però da un'autorità religiosa, a dimostrazione di quanto ancora si sia lontani da un auspicabile e costruttivo approccio politico interamente laico.

Tutto si svolge alle porte dell'emergente Unione Europea. L'Iraq, l'Afghanistan, l'Iran non sono lontani dall'Europa. Le maggiori e più antiche culture islamiche praticate in quei paesi trovano origine e sono ancora in nazioni mediterranee che si affacciano sullo stesso mare che bagna la penisola balcanica e l'Italia. Non lontano dal quel vecchio continente che nello scorso secolo è stato teatro di eventi importanti e determinanti per tutto l'Occidente, dal momento che ha ospitato due guerre mondiali e nell'ultimo decennio una dura lotta armata che ha portato a una sostanziale trasformazione della sua ala orientale: i Balcani.

Quella regione che, immediatamente a ridosso del Medio Oriente, è stata per secoli culla della cultura tradizionale e storica cristiana e mussulmana e che a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale ha dimostrato di sapersi opporre al comunismo estremo applicando una interpretazione moderna e laica del socialismo.

I Balcani storicamente sono stati sempre un ago della bilancia per gli equilibri dell'Europa occidentale e in molte occasioni per il mondo intero. La complessità geopolitica dello scacchiere, la sua posizione strategica, l'eterogeneità delle popolazioni che vi abitano e delle religioni professate fanno, infatti, della penisola balcanica il naturale punto di confluenza degli interessi strategici dell'est europeo e del Medio Oriente, diretti verso il resto dell'Europa e dell'Occidente in generale.

Di conseguenza, le crisi che si sono succedute nel tempo hanno sempre interessato con diversi gradi e modalità tutto il vecchio continente, coinvolgendo di conseguenza tutto il mondo occidentale. Una importanza geostrategica che l'impero ottomano aveva intuito quando portò l'Islam fino all'Adriatico, lasciando tracce indelebili che ancora oggi trovano un coerente e costante riscontro nella cultura e nella religione di molti paesi balcanici.

Il decadimento dell'impero ottomano, iniziato alla fine del XVII secolo anche per l'ingerenza destabilizzante di agenti russi che facevano leva sulle etnie cristiane, ai primi del XIX secolo si concretizza con una sistematica rivolta contro i turchi e si concretizza quello che può essere chiamato il Rinascimento culturale e politico dei Balcani, destinato a conferire alla regione un sempre maggiore ruolo per le sorti del mondo occidentale.

La dominazione turca ben presto cessa ma rimangono consistenti sacche di religione islamica che si mescola in particolare alla cattolica di rito ortodosso. Si consolida ben presto una Federazione di culture e di religioni destinata ad avere una valenza dominante sugli equilibri geostrategici mondiali: la Yugoslavia. Una Repubblica federale che dalla fine del secondo conflitto mondiale assume un ruolo di primaria importanza per arginare l'espansione verso Ovest del comunismo sovietico e nello stesso tempo rappresenta il naturale cuscinetto a difesa dell'Occidente contro l'apparato militare dell'ex Patto di Varsavia. In questi anni il socialismo di Tito si propone al mondo come una reale e concreta opposizione all'espandersi del comunismo russo e pone la Yugoslavia come leader e nazione guida dei paesi non allineati.

La scomparsa di Tito conduce a un rapido sfaldamento della Federazione innescando importanti e gravi conflitti etnici che stravolgono quella struttura politica che fino ad allora aveva di fatto favorito l'Occidente nei confronti del comunismo sovietico e che sapientemente aveva coniugato la religione cattolica con un Islam laico. Nascono quindi spontaneamente nuove entità statali, altre vengono istituzionalizzate sotto la spinta politica internazionale - in particolare dell'Occidente - e rapidamente prendono il posto della vecchia Federazione Yugoslava. Nuovi Stati, altri enucleati dall'ex Unione Sovietica, alcuni dei quali a prevalenza mussulmana dove l'Islam però viene interpretato e affrontato con uno spiccato approccio laico, alla stessa stregua di quando nella seconda metà del Novecento furono rifiutate le regole della mera e non costruttiva teoria comunista sovietica.

Nei Balcani di oggi si sono consolidate molte realtà politiche in cui la maggioranza islamica è consistente e che di fatto rappresentano il naturale anello di congiunzione e l'interfaccia positiva verso l'Islam più tradizionale del Medio Oriente. Alla stessa stregua di come i comunisti di Tito rappresentarono per l'Occidente il collegamento con i regimi più radicali dell'ex Unione Sovietica.

I Balcani, quindi, sono destinati ancora una volta a giocare un ruolo fondamentale per l'intera Unione Europea e per tutto l'Occidente, come la stessa Commissione europea ha evidenziato varie volte con atti ufficiali, nei quali viene affermato un principio: "L'unificazione dell'Europa non può essere considerata completata fino a quando sarà esclusa la parte sud-orientale del Continente".

Non bisogna infatti dimenticare che se il declino politico dell'ex Yugoslavia, iniziato alla morte di Tito, ha sicuramente favorito - seppure indirettamente - l'accelerazione del processo che ha portato alla caduta del muro di Berlino, alla stessa stregua l'europeizzazione dei Balcani è sicuramente la soluzione per creare le premesse a una stabilità concreta dell'ala orientale dell'Unione.

Un processo sicuramente non breve, che dovrà essere sviluppato gradualmente per arrivare a una europeizzazione delle Repubbliche nel massimo rispetto delle singole culture e delle singole religioni. Forse i Balcani ancora una volta potrebbero rappresentare la chiave di volta, perché i cristiani si confrontino in modo non competitivo con gli ortodossi e ambedue convivano costruttivamente con i musulmani, unica condizione per garantire l'annientamento degli estremismi e quindi del terrorismo mondiale.

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