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| Anno 2005 | |
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Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino. Il 31 dicembre del 1991 scompariva dalla storia quella l'Unione Sovietica. Due date fondamentali ritenute in quel momento storico, come l'inizio di un'era di pace e di sicurezza. Una valutazione che di lì a poco si sarebbe dimostrata troppo ottimistica e forse viziata dalla presunzione di un mondo occidentale in quel momento convinto che la scomparsa del blocco della Unione Sovietica rappresentasse la "fine di tutti i mali". Un'analisi pericolosissima come i fatti recenti hanno purtroppo dimostrato e gli avvenimenti in corso confermano giorno dopo giorno. In quella occasione, infatti, furono dimenticate altre realtà politiche e culturali, determinanti per gli equilibri mondiali, primi fra tutti la nascente Unione Europea e il mondo islamico.
Un errore che indusse a un facile entusiasmo, forse favorito dalla concomitanza della sconfitta subita nel giugno dello stesso anno da Saddam al termine della guerra del Golfo e dal fatto che l'immaginario collettivo in quel momento dipingeva l'Islam come un mondo patriarcale in cui la figura del pater familias era dominante su tutto e su tutti e la donna era priva del benché minimo diritto. Le immagini delle donne velate che camminavano tre passi dietro al marito e della preghiera in moschea venivano proposte dai media occidentali che ritornavano dalla guerra del Golfo, come un Islam che non avrebbe mai potuto incidere sulla cultura occidentale. Un errore di valutazione dalle proporzioni enormi, che aveva portato a generalizzare una condizione di vita in realtà tipica di una minoranza del mondo mussulmano e concentrata nelle aree dove l'ignoranza favoriva la protervia di chi gestiva il popolo gestendo il potere religioso. Alcune testimonianze erano assolutamente vere, se riferite ai nomadi beduini del Sahara o dell'Afghanistan centrale, ma non potevano essere generalizzate parlando di Bagdad, di Kuwait City e del Cairo. Alla stessa stregua di come sicuramente non sarebbe stato corretto raccontare della condizione del pastore dell'Aspromonte o dell'allevatore americano del profondo sud, proponendola come la realtà italiana o americana. Un giudizio sul capo coperto delle donne arabe e addirittura sul burca non sarebbe stato considerato arretratezza, se proposto come una espressione di una tradizione, alla stessa stregua dell'abito nero o del velo indossato dalle donne che hanno vissuto per buona parte dello scorso secolo in Calabria o dell'abbigliamento e delle regole di vita delle mogli dei mormoni dell'America del nord. Il riferimento a questi particolari, sicuramente di elevato impatto comunicativo ma altrettanto poveri di contenuto reale, ha fatto però dimenticare altri contenuti culturali e tradizionali - ben più importanti e cruciali - di quelle popolazioni. Troppe volte in quelle circostanze si è dimenticato che molti europei - e quindi americani - trovavano la loro origine in Mesopotamia o che molte regole di algebra che regolavano lo sviluppo tecnologico dell'Occidente erano state inventate in Egitto. Piuttosto, affannati nel descrivere particolari insignificanti della cultura islamica, i media omettevano di valutare un aspetto rilevante, praticamente unico e proprio solo delle popolazioni mussulmane. Popoli che a differenza di tutti gli altri, dovunque si trovino nel mondo pregano alla stessa ora solare, rispettano analoghe regole di costume e di interpretazione religiosa della vita, scrivono allo stesso modo e - fatte salve alcune differenze fonetiche di poco conto - parlano la stessa lingua. Tutto ciò negli anni ha favorito l'approccio ottimistico verso una realtà culturale e religiosa che invece cominciava a evidenziare segni di insofferenza verso l'Occidente e che di fatto avrebbe portato all'11 settembre 2001, che comunque dovrebbe dimostrare al mondo che un manipolo di terroristi non deve essere in alcun modo equiparato alla nazione araba o all'Islam. Sicuramente l'11 settembre non ha aiutato a superare la concezione che l'Occidentale ha dell'Oriente e del mondo mussulmano in generale. Ha invece evidenziato l'esigenza che la sicurezza mondiale deve essere affrontata in modo globale, coinvolgendo tutte le nazioni del mondo e coagulandone l'impegno per isolare le minoranze terroristiche. Il 7 ottobre del 2001 è iniziata la guerra contro l'Afghanistan per colpire e annientare quella che veniva e viene considerata la mente del terrorismo internazionale di al Qaeda: bin Laden. In quel momento tutto il mondo, comprese Russia e Cina tradizionalmente distanti agli Usa, fu favorevole all'intervento armato che doveva peraltro liberare l'Afghanistan oppresso dal regime integralista dei Talebani. Dopo tre anni i risultati ottenuti sono stati apparentemente modesti. Al Qaeda non è stata ancora distrutta, bin Laden dovrebbe essere ancora vivo e le donne afgane non hanno tolto il burca. Un risultato sostanziale e della massima importanza è stato però conseguito. In Afghanistan si è votato e la nazione sta uscendo dall'era medievale verso la quale il radicalismo religioso dei Talebani l'aveva portata. A marzo del 2003 è iniziato l'attacco all'Iraq di Saddam Hussein, sospettato di detenere armi di distruzione di massa. In questa occasione di sicuro l'analisi sviluppata è stata troppo ottimistica nel valutare gli sviluppi della guerra e la realtà che si sarebbe potuta fronteggiare nel dopoguerra. Altrettanto affrettate - se non azzardate - le conclusioni che hanno portato gli Usa ad affermare un pericolo su scala globale della detenzione da parte irachena delle armi di distruzione di massa e ad avocare a sé in modo autarchico il diritto-dovere di garantire la sicurezza mondiale. A giugno dello stesso anno si è presentata la dura realtà che si sarebbe dovuta affrontare in Iraq. Gli atti di terrorismo, dapprima sporadici, hanno subito un'impennata subito dopo il rientro di profughi iracheni fuorusciti in Iran e in Arabia Saudita dal 1991, a seguito delle feroci repressioni di Saddam. Il 19 agosto del 2003 è avvenuto l'attentato più devastante per i contenuti politici che avrebbe determinato. L'attacco con un camion bomba alla sede delle Nazioni Unite a Bagdad che provocò 24 morti, fra cui l'inviato speciale dell'Onu, Sergio Vieira de Mello, e più di cento feriti. Una data che rappresenta una pietra miliare per l'Iraq del dopo guerra. L'Onu uscì dal paese e l'escalation degli attentati si è incrementata giorno dopo giorno, arrivando alle efferate esecuzioni trasmesse in diretta e al subdolo e ricattatorio ricorso ai rapimenti. Da meno di un mese in Iraq si sono tenute le elezioni. Schiacciante la vittoria della maggioranza sciita, di quella etnia mussulmana più diffusa nel mondo e molto viva e attiva in Iran, Afghanistan e Siria. In Iraq gli sciiti fanno riferimento al moderato Al Sistani, autorità religiosa e intellettuale riconosciuta e rispettata in tutto il mondo islamico, aspetto che lascia ben sperare per la stabilità futura del paese. Le elezioni che si sono svolte in queste due nazioni asiatiche rappresentano un significativo passo avanti per l'avvio di un'apertura democratica in paesi dove fino a ieri si è vissuto in un clima di assoluta massificazione sociale e individuale. Una dimostrazione che, se il popolo vuole, tutto è possibile e nulla possono ottenere le minacce, anche se di morte. Nonostante le previsioni, le elezioni irachene si sono svolte senza che si siano verificati nelle giornate elettorali episodi eclatanti. E' sembrato quasi che i terroristi non ci fossero mai stati. Un segno dell'efficace apparato di sicurezza dispiegato sul terreno dalle Forze militari della Coalizione a presidio di un territorio vastissimo e che fino al giorno prima aveva presentato assoluta permeabilità alle azioni terroristiche o piuttosto una volontà superiore perché non accadesse nulla. E' difficile rispondere. L'unica cosa certa è che le elezioni si sono tenute e la maggioranza del popolo - comprese le donne - ha potuto esprimere la propria volontà. Un segnale della sovranità popolare dai forti contenuti sociali e democratici, ma che per questo potrebbe essere considerato pericoloso dalla componente islamica oltranzista che attraverso le elezioni afgane e irachene vede di fatto vanificata la propria azione oscurantista portata avanti per anni. Un'espressione democratica della volontà popolare che potrebbe rappresentare, però, una minaccia per quei paesi islamici dove l'interpretazione della politica su base religiosa ha il sopravvento sull'approccio laico e che potrebbe essere motivo di possibili risposte anche più pesanti dell'11 settembre. Il nazionalismo arabo, infatti, quello a cui si fa riferimento quando si parla di sicurezza internazionale, è un nazionalismo universale, nel quale il senso di appartenenza fa riferimento alla stessa lingua e alla stessa fede, ma non necessariamente alla stessa nazione. Quanto sta avvenendo nel mondo non favorisce un'evoluzione del concetto con il raggiungimento di un'auspicabile secolarizzazione e occidentalizzazione dell'essere nazionalista, ma potrebbe spingere gli oltranzisti verso forme di radicalismo religioso, con gravi conseguenze per la sicurezza mondiale. L'omicidio di Rafik Hariri avvenuto in Libano immediatamente dopo l'ufficializzazione dei risultati elettorali in Iraq e la notizia sul rapimento di due giornalisti indonesiani - sicuramente non occidentali e presumibilmente di fede islamica - spinge a valutare che forse il controllo della gestione del terrorismo internazionale stia sfuggendo ai vecchi registi, con conseguenze che è difficile immaginare. E' come se le nazioni arabe, il popolo arabo e l'Islam stesso stessero dividendosi - o siano in procinto di farlo - in scuole diverse. In questo caso la minaccia maggiore arriverebbe proprio dalla frammentazione sulla scena mondiale delle possibili cellule, che agirebbero di iniziativa e senza una logica politica, rendendo ogni analisi di previsione assolutamente difficile e poco affidabile. Forse è quanto sta avvenendo in Iraq in questo momento, con protagonisti che non sono sicuramente solo iracheni e dove i fatti portano ad affermare che le fonti terroristiche sono diverse e comunque non regolate da una comune regia. Questa situazione, sicuramente non chiara, non è rassicurante per la pace e la sicurezza mondiale e rafforza ancora di più l'esigenza che la guerra al terrorismo non deve essere né responsabilità né tantomeno prerogativa di una sola nazione. In questo contesto il ruolo dell'Europa potrebbe risultare fondamentale. L'Unione Europea potrebbe infatti rappresentare un polo di potenza reale in grado di equilibrare gli Usa in un sistema mondiale multipolare che faccia riferimento a principi democratici solidi, che a loro volta garantiscano il consolidamento dei contenuti del diritto internazionale e il ruolo delle Nazioni Unite. Si dovrebbe giungere a sviluppare una linea unitaria di politica estera che sia caratterizzata da un connotato multivettoriale, in grado di coniugare l'essere occidentale con l'essere asiatico o arabo. Un approccio che favorirebbe anche la crescita economica e democratica di paesi come il Pakistan, l'Afghanistan e l'Iran che sono a cavallo della grossa arteria economica, già percorsa in passato da Marco Polo, e attualmente utilizzata solo per il flusso verso l'Occidente di rifornimenti di merce non sempre lecita (armi e droga). Nazioni affacciate sul mar Mediterraneo (come l'Italia, la Grecia e la stessa Turchia musulmana e territorialmente europea e asiatica) potrebbero avere un ruolo fondamentale per posizione geostrategica e per tradizioni culturali e storiche.
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