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| Anno 2005 | |
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Il 21 novembre 1995 furono sottoscritti gli accordi di Dayton che segnavano la fine della guerra civile nei Balcani e anche la fine di quella che era stata la Federazione di Jugoslavia. Con Dayton si è dato vita a un nuovo Stato federale bosniaco.Una Confederazione croato-musulmana, comprendente il 51% del territorio, e una Repubblica serba, sul restante 49%. La prima abitata da maggioranza musulmana, la seconda da maggioranza serba, di religione cristiana ortodossa. Una struttura repubblicana con una presidenza collegiale multietnica a rotazione (tre membri: un musulmano-bosniaco, un serbo, un croato), un primo ministro, una Camera dei rappresentanti di 42 membri eletti (2/3 croato-musulmani, 1/3 serbi) e una Camera del popolo: cinque croati, cinque musulmani, cinque serbi.
Dayton ha segnato la pace dopo un conflitto che ha influito pesantemente sulla politica internazionale nella prima metà degli anni '90, che ha provocato più di 200.000 morti, costringendo più del 50% della popolazione di quel paese a lasciare la propria casa. Il paese è ora in pace. La maggior parte di quanto è andato distrutto è stato ricostruito. E la maggior parte della gente che è fuggita vi ha fatto ritorno. La struttura statale della Bosnia prevede dieci Cantoni federali, la Repubblica Srpska e il Distretto di Brcko istituito nel 1999 a seguito di un arbitrato internazionale. Solo nel marzo del 2002, con la sottoscrizione dell'accordo "Mrakovica Sarajevo", è stato attribuito lo stesso status alle tre etnie ed è stata garantita la protezione degli interessi di ogni comunità, ma in effetti esistono ancora delle discriminazioni a vantaggio della componente musulmana. A dieci anni da Dayton sempre più spesso ci si chiede se i contenuti dell'accordo siano stati tutti raggiunti e se quanto previsto sia coerente con l'attuale assetto politico ed economico della nazione. Molte le iniziative che giorno dopo giorno vengono sviluppate per dare seguito a questa verifica con il coinvolgimento di tutta la comunità internazionale. Fra le tante, quella di un gruppo di funzionari e ricercatori appartenenti alla "Associazione Bosnia ed Erzegovina 2005" che sono impegnati a risolvere e superare le contraddizioni delle iniziative internazionali che dal lontano dicembre 1995 sono state intraprese a favore della Bosnia-Herzegovina. Primo fra tutti il problema degli aiuti e del sostegno per la bonifica del territorio della Federazione dove ancora avvengono moltissimi incidenti per l'esplosione di mine e ordigni bellici non esplosi (Unexploded Ordnance, Uxo). In questo contesto si sta organizzando una conferenza internazionale che dovrebbe essere svolta a ottobre di questo anno, proprio a ridosso della ricorrenza del decennale di Dayton. Gli accordi, fra l'altro, hanno evidenziato nel tempo alcune carenze politiche, in particolare per quanto attiene al consolidamento di uno Stato moderno che, come la Bosnia, è destinato a far parte rapidamente e concretamente dell'Unione Europea. In particolare, l'attuale assetto costituzionale fa sorgere qualche perplessità sulla efficacia concreta dei contenuti verso i quali è anche insoddisfatta una larga fascia della popolazione. L'integrazione delle tre etnie ancora non si è compiuta concretamente: la generazione emergente non rifugge dal richiamare i vecchi ricordi di guerra e rivendica la propria appartenenza etnica. Peraltro, giorno dopo giorno l'approccio religioso della componente mussulmana è sempre meno laico. Dopo anni, infatti, in Sarajevo è frequente risentire la "chiamata del muezzin" e mai tanti giovani, per lo più donne, girano per le strade indossando abiti di foggia islamica. Tutto questo sta avvenendo a ridosso del decennale di Dayton. Si ripresenta qualcosa di analogo a quanto avveniva nei primi giorni del gennaio del 1996, quando ci fu un flusso consistente di aiuti economici a favore della popolazione e della struttura del nascente Stato. Spesso ricorrendo a forme di contenuto religioso come il prevedere un "salario" alle famiglie le cui donne avessero indossato il velo islamico. Un approccio sicuramente non laico ad aspetti di contenuto religioso, ma che si era rapidamente attenuato fino quasi a scomparire. Nel corso del 2004 il capo coperto delle donne è cominciato a diventare più ricorrente per culminare il 9 marzo 2005, in occasione della visita di un'alta personalità politica iraniana a Sarajevo. La città improvvisamente si è popolata di una moltitudine di persone, in particolare giovani ragazze e ragazzi, che sfoggiavano abiti e manifestavano, sicuramente atteggiamenti più propri a realtà come l'Arabia Saudita o lo stesso Iran. Appare evidente, quindi, l'emergere da parte mussulmana di un'interpretazione della politica in chiave religiosa in un paese dove la popolazione, invece, ha un approccio assolutamente laico agli obblighi del proprio credo religioso. In Bosnia vengono consumati alcolici, le strutture del tempo libero sono di puro stile occidentale e le donne vivono una realtà assolutamente diversa del più laico dei paesi di religione islamica. Una realtà che trova riscontro nelle decine di moschee realizzate nel corso degli ultimi anni, in particolare nel Cantone di Sarajevo e nella enclave di Goradze. Una ostentazione di opulenza che buona parte della popolazione con un reddito medio di 250 euro al mese, non condivide. Nella Bosnia mussulmana, quasi dieci anni dopo Dayton, si vive una realtà assolutamente diversa rispetto a quanto avviene a Pale nella Repubblica Srpska e alla stessa Mostar a sud, a maggioranza croata. Nei cantoni musulmani è evidente una economia emergente, in cui l'aiuto economico esterno assume un'importanza fondamentale, che acuisce le differenziazioni in particolare con quella della Repubblica Srpska. In questi mesi che precedono il decennale di Dayton è palpabile una progressiva ma costante accelerazione di realizzazione di vere e proprie "scuole islamiche". Vere e proprie cittadelle come sta avvenendo, ad esempio, a Vogosca, antico quartiere di Sarajevo e fino a Dayton ad assoluta maggioranza serba. Non risulta, invece, che analoga accelerazione si abbia per la cultura cristiana dei cantoni croati e della Repubblica Serpska. Oltre a questi "campus" di studio islamico, giorno dopo giorno è incrementato anche il coinvolgimento di strutture economiche mussulmane (banche, organizzazioni commerciali, ecc.) nel settore dell'edilizia, per il recupero di infrastrutture industriali e nel mondo del terziario. Nascono centri commerciali di pura matrice orientale con strutture architettoniche più coerenti con città come Dubai o Kuwait City, piuttosto che immerse fra la neve di Sarajevo. Compravendita di aree edificabili, una volta destinate all'insediamento di industrie occidentali, che vedono protagoniste cordate del mondo arabo, piuttosto che di gruppi di investitori della vicina Unione Europea e dei paesi tradizionalmente partner dei Balcani come è sempre stata l'Italia. Anche altri investimenti sono presenti nel paese, in particolare nel mondo delle grandi catene commerciali alimentari e commerciali. Iniziative originate dall'investimento sloveno che però, nella maggior parte dei casi, è reso possibile solo dal rispetto del vincolo di impiegare una larga maggioranza di maestranze di etnia mussulmana. Dopo dieci anni, dunque, si ripresentano delle differenziazioni importanti con il rischio che potrebbero riproporsi condizioni estreme come quelle del 1992 e che potrebbero risultare dannosissime per la sicurezza dell'Unione Europea aperta a est e destinata nel breve termine a inglobare tutta la penisola Balcanica. In questo contesto è improponibile la latitanza europea, come purtroppo avvenne negli anni '90 nei confronti della ex Federazione di Yugoslavia del dopo Tito. Un disinteresse che portò nei Balcani a lunghi anni di guerra civile, condotta nel totale dispregio dei diritti umani e delle minoranze etniche. Un'Europa che oggi dovrebbe con estrema urgenza colmare il gap che altri interessi internazionali stanno creando con un flusso unidirezionale degli aiuti economici e facendo riferimenti a vincoli religiosi che ormai dovrebbero far parte della storia del passato. Non in ultimo, anche il problema delle presenza delle mine che ancora minaccia in modo massiccio gran parte del territorio destinato ai cantoni croati e alla Repubblica Srpska. Infatti in molte aree, dieci anni dopo Dayton, sono esistenti molte zone minate, alcune delle quali individuate nel lontano dicembre del 1995 e all'inizio del 1996, subito dopo gli accordi. Una situazione assolutamente vincolativa per lo sviluppo di un'economia come quella di quelle aree, principalmente fondata sull'allevamento del bestiame e il taglio dei boschi. In questo momento, però, l'auspicato interesse dell'Europa non è molto palese. E' invece necessario che in qualche modo si acceleri la crescita anche delle minoranze croate e serbe, per diminuire la forbice del gap della differenziazione economica con la maggior parte della struttura musulmana. Solo così una guerra civile terminata da ormai dieci anni potrebbe entrare a far parte della storia, annullando le diversità di condizione sociale ed economica che non fa che richiamare gli odi della guerra e porta a "far ricadere sui figli le colpe dei padri". Una condizione improponibile in una democrazia moderna ed estremamente pericolosa per la sicurezza europea e mondiale.
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