Anno 2005

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L'Europa dei cerchi concentrici

Fernando Termentini, 24 marzo 2005

La guerra fredda, all'indomani della seconda guerra mondiale, impose limiti molto precisi al processo dell'integrazione europea. La cortina di ferro, infatti, fece sì che l'integrazione fosse limitata alla sola Europa occidentale e capitalistica, tanto che ancora oggi nell'immaginario collettivo europeo il concetto di Europa è divenuto sinonimo di "Europa occidentale" e ancora non si riesce ad avere una visione globale dell'Unione in particolare allargata a est.

Lo stesso modello di sviluppo economico che si è affermato nel tempo in Europa ha fatto riferimento prevalente a quello della Germania, della Francia e del Regno Unito, proponendo i paesi a sud e a nord-est dell'Unione come una sorta di zona di frontiera del confine orientale e meridionale della Comunità.

Una divisione concettuale che rimane ancora oggi, quando lo scambio commerciale fra i paesi europei del Mediterraneo è molto basso, come stagnante è quello interno. Sono infatti preferiti i rapporti commerciali diretti verso nord con destinazione i mercati più ricchi dell'Unione Europea.

Scelte economiche che stanno a indicare un approccio destinato a influire negativamente sul un rapido processo di integrazione europea, in particolare nel momento che i nuovi 25 paesi candidati a entrare a far parte dell'Unione sono molto distanti economicamente, socialmente e per tradizioni culturali dai paesi oggi della Ue.

L'allargamento a est, dopo l'entusiasmo iniziale sta di fatto innescando timori e preoccupazioni nelle cancellerie europee e nelle opinioni pubbliche occidentali, in particolare se proiettato in avanti nel medio periodo quando dell'Unione sicuramente verrà a far parte anche la Turchia. Una annessione significativa di una nazione che ha il proprio territorio parte sul continente europeo e parte in Asia e confina con le maggiori nazioni del Centro Asia, prima fra tutti l'Iraq del dopo Saddam.

L'ipotesi di aumento spropositato dei flussi migratori dall'est e dall'Asia verso i paesi più ricchi dell'Unione rappresenta uno dei maggiori timori. La Germania sta già pensando di porre dei rimedi strutturali di natura economica come quello di limitare l'accesso al welfare nazionale ai cittadini che dovessero provenire dall'est.

Timori non solo economici, ma anche di natura strategica e che derivano dai rapporti che l'Ue potrebbe avere con altre realtà statuali con essa confinanti. Potrebbero, infatti, crearsi nuove e più nette divisioni dell'Europa allargata nei confronti dell'area ex-sovietica e verso l'area meridionale del Mediterraneo, fino al Medio Oriente.

Una serie di problemi che spingono a riflettere, anche su come l'Unione Europea sarà considerata dagli altri Stati / continenti che in futuro confineranno con l'UE e ora invece distanti dal Vecchio Continente. Per esempio, l'Iraq del domani, confinante con la Turchia europea potrebbe considerare l'Unione come un vero e proprio Stato federale scomodo e potente, piuttosto che come un soggetto ibrido e integrato in una organizzazione internazionale classica, ma sicuramente meno importante di uno Stato sovrano, come quelli che facevano parte della Vecchia Europa.

In questo contesto di possibile conflittualità ideologica, che potrebbe sfociare anche in conflitti reali, forse potrebbe assumere un ruolo determinante la società civile europea in modo da arrivare a una normativa europea che non coinvolga solo i governi nazionali, la Commissione europea, i Parlamenti nazionali e il Parlamento europeo, ma anche le realtà associative dell'Unione e dei paesi candidati.

In particolare, il problema dell'immigrazione dovrebbe da subito essere gestito coinvolgendo direttamente e responsabilizzando tutte quelle Ong e associazioni che si occupano della tutela dei flussi migratori, scegliendo quelle che maggiormente hanno dimostrato e dimostrano di essere in grado di elaborare politiche serie e documentate, non viziate da spunti ideologici e di partito.

Un simile coinvolgimento diretto di gestione sul campo limiterebbe anche gli allarmi ingiustificati su possibili flussi incontrollati, che allo stato attuale appaiono immotivati in considerazione dei dati di previsione ricavati su base scientifica di econometria. Queste previsioni, infatti, non prospettano nulla di catastrofico per l'immediato futuro in termini di flussi migratori provenienti dall'est verso l'ovest dell'Unione.

In questo contesto le Ong dovrebbero denunciare - con un approccio non governativo e quindi non viziato da pressioni politiche o motivazioni di pensiero - l'uso strumentale che la classe politica europea fa del problema immigrazione per attrarre consenso sul modello della Fortezza europea, che si chiude in se stessa a difesa degli interessi dei paesi più ricchi che ne fanno parte a danno anche degli Stati dell'Unione destinati a fare da cuscinetto per posizione geografica.

Un ruolo che dovrebbe essere di quelle Ong che da anni fanno cooperazione con i paesi del Mediterraneo e dell'area balcanica. Un concetto chiaro che trova riscontro nella riflessione riportata dai Rapporti sul Mediterraneo, editi dal Cnel dal 1993 al 1999 e curati da Bruno Amoroso (docente di Economia Internazionale e dello sviluppo presso l'università Roskilde in Danimarca). Il modello che si ricava è quello di un'Europa fondata sulla cooperazione solidale fra le aree che la compongono, piuttosto che sulla competizione.

Una Europa policentrica che si deve sviluppare e deve raccordare le quattro più importanti macro regioni che circondano il nucleo europeo: Baltico, Europa centrale, Mediterraneo, Europa occidentale. Un progressivo ampliamento dell'Unione per cerchi concentrici come scritto da Jaques Delors, richiamandosi all'immagine dei cerchi olimpici, autonomi, in parte sovrapposti e agganciati tra loro.

L'obiettivo da raggiungere, quindi, non è quello dell'appiattimento delle appartenenze verso modelli imposti da chi detiene in ambito Unione maggiori risorse economiche e produttive, piuttosto la conservazione e la valorizzazione delle differenze, in opposizione a una standardizzazione dell'economia, delle istituzioni e delle stesse culture.

In questo quadro l'Europa del sud si trasformerebbe da periferia dell'Unione Europea e braccio della Nato sul Mediterraneo a centro della regione più grande dell'Unione Europea e trasformerebbe questa parte diversa dal resto dell'Europa in una forza al servizio di un processo reale di sviluppo europeo, con effetti positivi sul mondo arabo e sulla regione del Mar Nero.

Le considerazioni di Amoroso sono quanto mai attuali e suo malgrado profetiche, in quanto scritte prima dell'11 settembre. La guerra scatenata contro il terrorismo internazionale ha purtroppo riportato in auge il concetto di Occidente e di Europa occidentale. Forse un coinvolgimento diretto della società civile attraverso le Organizzazioni non governative europee dell'est e dell'ovest, del sud e del nord associate fra loro, potrebbe aiutare a far nascere un'integrazione europea che sappia contemplare le differenze ed essere veramente solidale.

Un impegno fondato e sviluppato partendo dal concetto di costruire dal basso, attraverso la cooperazione, la collaborazione, il dialogo, per garantire il monitoraggio delle politiche, di lobby e di confronto con le istituzioni europee con cui vogliamo interloquire: Unione e Commissione Europea, Consiglio d'Europa, Osce, ecc.

Una politica che garantirebbe all'Unione una maggiore sicurezza complessiva e possibilità di apertura costruttiva verso quell'area del Medio Oriente molto vicina al Mediterraneo europeo e da dove, purtroppo, molto spesso sono partite schegge impazzite come quella dell'11 settembre.

Un'integrazione politica e culturale proprio con quel mondo islamico che giorno dopo giorno entra a far parte dell'Unione Europea attraverso il flusso degli emigrati e con l'avvicinamento e la graduale interazione all'Unione di realtà statali già su base islamica. Costoro in un prossimo futuro potrebbero diventare anche percentualmente dominanti in una Unione allargata a est fino alla Turchia e comprendente tutta la penisola balcanica e quindi fin da ora vanno considerati, valorizzati e rispettati per farne degli alleati sinceri.

In questo contesto quello della società civile potrebbe diventare un ruolo dominante ed essenziale ai fini della sicurezza e dello sviluppo di una Europa stretta a occidente dalla macchina economica del nord America, a oriente dall'emergente dilagare della Cina.

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