Anno 2005

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Somalia, una nazione che non esiste

Fernando Termentini, 13 maggio 2005

Il 27 novembre dello scorso anno, dopo più di venti anni di guerra civile, è stato nominato il governo somalo che dovrebbe ricostruire un paese che esiste come territorio ma non come Stato. Il governo non è potuto ancora entrare ufficialmente nel paese, ma tenta di operare da Nairobi per avviare il processo di trasformazione che garantisca a questa area del Corno d'Africa un assetto statuario preciso e determinato. Un lavoro che però non risulta né facile né al momento concreto nei risultati come recenti episodi, confermati peraltro da esperienze vissute in prima persona e da recentissime testimonianze raccolte sul posto, evidenziano nella loro crudezza.

I cosiddetti signori della guerra che ancora spadroneggiano in Somalia, a dispregio di qualsiasi diritto individuale e collettivo e vessando una popolazione ormai esausta da una guerra ininterrotta, ostacolano il nuovo governo che - almeno nelle intenzioni - vorrebbe ripristinare una Stato di diritto. Una serie di atti violenti si sono susseguiti: profanazione del cimitero italiano a Mogadiscio, attentati vari alle organizzazioni internazionali che operano nel paese nell'ambito della cooperazione e - notizia recente - l'attentato fallito al neo eletto presidente somalo, momentaneamente rientrato nel paese per avviare il processo di stabilizzazione.

Profanare un cimitero, ostacolare gli aiuti internazionali rappresenta il più assoluto dispregio di un'etica comune ed universale, accettata e condivisa da tutti i popoli e da tutte le religioni e che solo la cieca bestialità di pochi può riuscire a profanare. L'azione compiuta contro il cimitero italiano di Mogadiscio è contro la memoria di coloro che negli anni hanno contribuito a far crescere la Somalia e che hanno amato quella terra d'Africa fino al punto di chiedere di essere sepolti lì come testimonianza eterna del loro impegno. Come era avvenuto all'inizio degli anni Novanta a Johar, ora a Mogadiscio sono state di nuovo distrutte le tombe degli italiani che all'inizio del Novecento hanno vissuto con i somali e per i somali.

Concittadini di coloro - uomini e donne - che dalla fine del 1992 alla primavera del 1994 hanno tentato di ripristinare la pace in Somalia anche a prezzo della vita, come i giovani morti italiani della operazione di peace-keeping Restore Hope, caduti nell'intento di riaffermare il rispetto e la garanzia dei diritti umani. Una storia, quella degli italiani in Somalia, che forse merita di essere rivissuta in un momento in cui il paese ancora non è una nazione ma solo una estensione di territorio gestita da bande armate e che forse ospita aggregazioni terroristiche destinate a essere protagoniste sulla scena mondiale. Si cercherà di farlo in estrema sintesi cercando di non dimenticare nulla, riassumendo quello che con maggiore dettaglio descrittivo e fotografico è pubblicato sul sito www.fernandotermentini.it .

Nel 1889 nasce la Somalia italiana, che trova il suo definitivo assetto negli anni Venti. Ciò che è stato costruito in questo periodo è ormai distrutto, anche se la follia umana non è riuscita a cancellare la storia. La capitale Mogadiscio (ridente cittadina affacciata sul mare), Johar (isola verde che spicca all'improvviso dalla savana arida e assolata), Itala, Chisimaio, sono solo un ricordo ormai non più connotabile. Tutto è scomparso. La devastazione incondizionata ha preso il posto delle villette dai tenui colori pastello. Un popolo affamato ha sostituito il solerte e laborioso somalo di un tempo. Gente con gli occhi smarriti si aggira fra le macerie, rovista tra i rifiuti ed è pronta a uccidere per un pugno di riso. Un popolo allo sbando, stanco della guerra e dell'indigenza e che guarda però sorridendo all'italiano ritornato con occhi lucidi di gioia e che rivelano la speranza di poter essere aiutato.

Le origini della Somalia sicuramente sono state influenzate dal mondo arabo e persiano fino al punto di far ritenere che fra il decimo e il tredicesimo secolo ci sia stata una fusione fra somali e arabi. In epoca tarda le due razze si sono poi sovrapposte ai Galla, che da tempo avevano soppiantato i Bantù, che in precedenza popolavano la regione. Il somalo si distingue nettamente dagli altri popoli africani per la omogeneità delle tradizioni politiche, territoriali, culturali e linguistiche, che un tempo hanno caratterizzato questa parte del Corno d'Africa, regione africana dove qualsiasi approccio di vita, compreso quello religioso, è stato sviluppato nel tempo con atteggiamenti avulsi da qualsiasi radicalismo ma con spiccato laicismo e apertura al mondo.

Gli italiani iniziarono a entrare nella regione tra il 1889 e il 1890 sulla scia di alcuni trattati bilaterali che riconoscevano i protettorati di Obbia e Mingiurtina. Successivamente, dopo un intervento militare, la presenza italiana sul territorio subì un incremento fino all'occupazione di El Ataleh, l'odierna Itala. Ripercorriamo questa terra ricordando la sua opulenza passata a partire dal primo decennio del Novecento per finire all'operazione Restore Hope, alla fine della quale la Somalia è precipitata nel baratro più profondo da cui oggi ancora non riesce a uscire.

Mogadiscio, Hamar in somalo, capitale della Somalia fondata fra il 900 e il 950, nel terzo secolo dell'Egira. All'inizio è una colonia araba che raggiunge, rapidamente una struttura urbana ben determinata, divisa in due settori, uno arabo e l'altro arabo-persiano. Varie dinastie locali si alternano nel governo della città, la cui decadenza inizia dopo essere stata conquistata dagli Abgali. Mogadiscio agli inizi del Novecento ospita circa 50.000 abitanti di cui quasi 20.000 erano italiani. Una città con una perfetta urbanistica. Case bianche immerse nel verde degradante verso il Lido. Strade ampie sulle quali si affacciano traverse popolate da piccoli laboratori di artigiani.

Un aeroporto (E. Petrella), una stazione ferroviaria, una decina di alberghi decorosi, stanze con bagno, tutti di nome italiano (Savoia, Modena, Regina Elena), ottimi i ristoranti. Un servizio di taxi, agenzie di navigazione, un Municipio, l'ufficio postale e quello telegrafico, il comando delle forze armate, un ufficio agrario e una capitaneria di porto con una dogana. Anche un ospedale militare, il palazzo di giustizia e due banche, quella d'Italia e il Banco di Roma. Anche una cattedrale. Maestosa, inaugurata il 1° marzo del 1928 con una imponente facciata tra due campanili, alto ciascuno 87 metri, affacciata su un atrio a sei archi ogivali. La pianta abside quadrata e l'altare maggiore di marmo, circondato da dipinti. Sull'altare la Madonna con bambino scolpita da Cesare Biscarra. Sarti, tessitori, venditori di spezie vivevano a Mogadiscio. Una popolazione multiforme, varia e tipica di un mondo di origine araba, ma pronto ad accettare e imitare la cultura occidentale. Oggi non rimane più nulla.

Genale, sede dell'Azienda agricola sperimentale del governo coloniale italiano. Primo nucleo di una vasta zona di concessioni agricole per la coltivazione irrigua di banane, del cotone e di altri cereali. Merca, 12.000 somali e 120 italiani. Linda e bianca cittadina sul mare con case a terrazza di puro stile arabesco. E' il secondo porto della Somalia dopo Mogadiscio. Città portuale ma anche industriale con i suoi cento mulini per olio, con le sue piccole industrie tessili per la fabbrica di tessuti multicolori in cotone e con i piccoli cantieri per la costruzione di barche per la pesca.

Proseguendo verso nord-ovest sulla via Imperiale, unica strada ancora esistente e percorribile, costruita all'inizio del Novecento dagli italiani, si attraversano terreni ricchi d'acqua sui quali sorgono villaggi di agricoltori somali e di artigiani famosi nella lavorazione dei vasi in terracotta. La strada procede salendo insensibilmente, snodandosi in un terreno argilloso molto difficile da percorrere durante la stagione delle piogge. Verso nord la presenza di acqua nel sottosuolo aumenta notevolmente e la vegetazione appare lussureggiante e di un verde intenso.

Baidora, un'altra ridente cittadina, collocata in fondo a una valle boscosa e selvaggia sul ciglio del gradino calcareo dell'altopiano omonimo. E' abitata da circa 10.000 somali e da 270 italiani e rappresenta la prima cittadina importante che si incontra lasciando Mogadiscio verso nord. Ospita un ristorante, una stazione telegrafica, l'ufficio postale, un'infermeria con medico e farmacia e la residenza per il governatore dell'alto Giuba, da cui dipende una regione fertile e rigogliosa tanto da essere chiamata la "Svizzera della Somalia".

Bulo-Burti, a circa 200 chilometri a nord di Mogadiscio, grosso centro agricolo sulle rive del fiume Uebi Scebeli, al centro di una pianura arida, brulla e battuta dai monsoni, con un importante mercato per le pelli secche e la pastorizia. La città è fortificata, ha un aeroporto, un ristorante e un albergo di tutto rispetto. Attraversandola, si passa oltre l'Uebi Scebeli su un ponte metallico (costruito dagli italiani) e seguendo la riva sinistra del fiume per arrivare a Belet Uen.

Belet Uen, cittadina nel cuore della savana, sede di Residenza, attrezzata con una farmacia, uno spaccio, una stazione del telegrafo e un ufficio postale. Ospita un importante mercato avicolo e fu uno degli ultimi capisaldi di resistenza del "Mullah Pazzo".

Rocca Littorio, un piccolo paese di 500 abitanti con spaccio, posta, telegrafo e infermeria. Infine Itala, a cui si arriva percorrendo una pista camionabile lunga in totale 1000 chilometri. La città è situata al vertice di un triangolo di dune mobili di sabbia bianchissima. Poche le case in muratura, un mercato coperto e una moschea. Sullo sfondo un boschetto di palme di cocco e di datteri.

In ultimo la perla della Somalia: il villaggio Duca degli Abruzzi a Johar. Qui abitava una comunità di circa 10.000 abitanti, somali e italiani. Vi erano state realizzate tutte le necessarie strutture sociali, compreso il telefono, il telegrafo, una farmacia, un ufficio postale, spacci vari, scuole, una stazione dei Carabinieri, una dogana. Inoltre, nel più assoluto rispetto delle tradizioni culturali e religiose, nel villaggio, immerse nella lussureggiante vegetazione tropicale, furono anche costruite una chiesa e una moschea, il bazar e il mercato italiano, un ospedale, un cimitero cattolico e uno musulmano.

A Johar, ancora oggi per tutto l'anno, si può ammirare la maestosità caratteristica della vegetazione dei tropici con palme dum, baobab, acacie da gommoresina e sansevieria. Alberi fioriti spiccano dal verde cupo e grasso della vegetazione della boscaglia con i suoi colori lucenti e resa viva da una fauna molto varia. A Johar venne realizzata la Sais, la Società agricola italo-somala. Fiorente centro produttivo, di cui oggi rimane solo qualche rudere risparmiato dalla follia umana. La società fu costituita a Milano dal Duca degli Abruzzi nel novembre del 1920 con un capitale di 24 milioni di lire del tempo.

Un grandioso stabilimento, l'unico in tutta l'Africa orientale, provvisto di moderni macchinari e in grado di lavorare circa 3.000 quintali di canna da zucchero al giorno. Accanto allo zuccherificio, una distilleria e un laboratorio chimico per le analisi della canna e per il controllo dei prodotti durante la fase di lavorazione. I macchinari principali erano alimentati dalla combustione dei gas naturali ricavati dalla fermentazione degli scarti della canna da zucchero e dei cereali lavorati. Nulla fu lasciato al caso, nemmeno nel settore forestale. I diboscamenti necessari per ricavare terreno coltivabile non furono fatti a tappeto, ma mirati e contenuti all'essenziale. Furono realizzati anche parziali rimboschimenti, piantando lungo i canali migliaia di alberi di essenza, come acacie, bambù, tamarindi e gelsi.

Il tutto completato dalle necessarie opere idrauliche e irrigue per sfruttare completamente la possente portata del fiume Uebi Scebeli. Un impianto di distribuzione verso le singole aziende agricole, asservito a un canale irriguo principale lungo 6 chilometri e largo 450 metri. Tutto il territorio della Sais fu ripartito in sette aziende, nel 1930 tutte operative e a pieno regime produttivo. Ogni azienda si estendeva in media su 60-80 ettari, tutte irrigate da un canale principale da cui si diramavano canali secondari che disegnavano il terreno in fasce rettangolari larghe ciascuna 100 metri con una superficie media di 5-7 ettari.

L'artefice di tutto ciò fu il Duca degli Abruzzi, che elesse la sua dimora a Johar, dove volle morire e riposare in eterno insieme con i fratelli somali, come ancora si definiscono gli abitanti di quella regione del Uebi Scebeli. Un uomo che sicuramente anticipò quella che oggi in ambito della cooperazione internazionale viene chiamata "Capacity Building" rifiutando ogni approccio a ogni forma di sfruttamento coloniale. Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia, Duca degli Abruzzi, colui che volle la Sais, nacque a Madrid il 20 gennaio 1873, figlio del Duca d'Aosta, terzogenito del re Vittorio Emanuele II e di Maria Vittoria, Principessa del Pozzo della Cisterna.

La Sais, da lui fondata e diretta, fu strutturata nel più assoluto rispetto delle esigenze sociali di chi vi lavorava. Ogni capo azienda, ogni capo operaio e ogni gruppo di coltivatori, italiani e somali, usufruiva infatti di una comoda abitazione in stile coloniale, case modeste ma sane e comode, circondate da giardini e collegate da viali e strade asfaltate. La conduzione delle terre era sviluppata con il concetto della mezzadria, forma che assicurava il maggiore rendimento ed era più confacente alla mentalità della popolazione locale. Ciascun operaio somalo capofamiglia riceveva un ettaro di terreno già bonificato e irrigato e una casa. Nel 1933, rientrato per un breve periodo in Italia, i suoi medici lo informarono che era affetto da una grave malattia con una sopravvivenza stimata in soli tre mesi di vita. Amedeo non esitò e ritornò immediatamente in Somalia per trascorrere gli ultimi giorni fra la sua gente, morendo nella sua casa di Johar.

In un pomeriggio dell'aprile del 1993, percorrendo le strade del villaggio Duca degli Abruzzi, un anziano somalo ha raccontato del Duca in un fluente italiano, seppur emozionato e con le lacrime agli occhi. Era il servitore di un tempo che accompagnò il Duca fino alla morte e che in quella occasione raccontava all'amico italiano di quei giorni: "Noi somali tutto questo lo abbiamo avuto da voi italiani. L'abbiamo voluto perfetto e per questo abbiamo lavorato insieme a voi, seguendo le indicazioni del nostro Capo Augusto, lui il Duca che è stato il padre, l'animatore e la volontà suprema. Egli deve rimanere a riposare fra noi, in terra somala. Oggi più che mai questo lo desideriamo, nel momento che guardiamo con sgomento alla distruzione che ci circonda. Oggi guardiamo alla stele che sovrasta la sua tomba, così massiccia e imponente, perchè indichi ai somali il futuro, perchè guidi i potenti a governarci per ritrovare un passato costruito con fatica e distrutto in un lampo dalla follia umana".

Oggi tutto questo non esiste più e le rovine coperte da erbacce emergono dalla savana che ormai, non più irrigata, si avvia alla desertificazione.

La presenza italiana in Somalia è proseguita nel tempo fino al 1960, dopo un decennio di protettorato italiano deciso dalle Nazioni Unite. All'inizio di quel decennio si affacciarono sullo scenario somalo le prime aspirazioni nazionalistiche che volevano una Grande Somalia, con rivendicazioni territoriali nei confronti del Kenia, della Somalia francese e soprattutto dell'Etiopia. Nel 1969 un colpo di Stato portò al potere il generale Muhammad Ziad Barre, che istituzionalizzò una Giunta socialista con poteri pressoché illimitati, dando inizio a una delle dittature più feroci dei tempi moderni. Nel 1980 in Gran Bretagna un movimento armato di intellettuali esuli, il Somali Movement, iniziò dall'estero a opporsi alla dittatura e in Mingiurtina fu fondato un altro gruppo armato antigovernativo, Fronte democratico per la salvezza della Somalia (Foss).

Il 26 gennaio 1991 Ziad Barre venne estromesso e fuggì in Kenia. In Somalia da quel giorno regna il caos. Dal 1991 al 1992 si combatte da Berbera a Chisimaio, la nazione vive mesi di feroce e sanguinosa lotta come mai aveva conosciuto, nemmeno ai tempi del leggendario Mohamed Ben Addalla Hassan, il mitico "Mullah Pazzo". Tutto viene distrutto e gli arbusti del deserto iniziano a sostituirsi al ridente paesaggio di un tempo. Un comportamento feroce che rappresenta anche una realtà attuale, a meno di una modesta calma apparente in concomitanza dell'intervento militare internazionale voluto dalle Nazioni Unite con l'operazione Restore Hope. Bande armate ancora scorazzano sul territorio e riprendono a profanare cimiteri come avvenuto nel 1990, rivendicando il diritto delle aree che devono essere "liberate dalla presenza degli infedeli" ancorché ormai rappresentati da cadaveri scheletriti.

La comunità internazionale osserva ma non interviene, forse nel rispetto di una nemesi storica. Alla caduta di Ziad Barre l'Occidente è rimasto assente e non è intervenuto per fermare l'inizio di una delle più sanguinose guerre civili, perché impegnata nella prima guerra del Golfo. Oggi, di fronte al proseguire della prevaricazione e degli eccidi, non si riescono a garantire al nuovo governo le condizioni per potersi insediare e operare in sicurezza, forse perché impegnati ancora una volta contro il vecchio regime di Saddam Hussein.

Ricordare la Somalia e quanto è stato fatto dagli italiani nel passato non deve far dimenticare i giovani e le giovani italiane che in tempi più recenti hanno tentato di ristabilire la pace in questa area del Corno d'Africa, sacrificando la propria vita. Li ricordiamo.

Paracadutista Giovanni Strambelli (Mogadiscio, 13 maggio 1993); sottotenente Andrea Millevogli, sergente maggiore Stefano Paolicchi, paracadutista Pasquale Baccaro (Mogadiscio, 2 luglio 1993); paracadutista Jonathan Mancinelli (Mogadiscio, 3 agosto 1993); caporale Rossano Visioli, caporale Giorgio Righetti (Mogadiscio, 15 dicembre 1993); sergente maggiore Roberto Cuomo (Roma, ospedale militare Celio, 31 ottobre 1993); maresciallo capo Vincenzo Li Causi (Mogadiscio, 12 novembre 1993); sorella (Cri) Maria Cristina Lunetti (Mogadiscio, 9 dicembre 1993); cavalleggero Tommaso Carrozza (Strada Afgoi-Balad (30 dicembre 1993); tenente Giulio Ruzzi (Balad, 6 febbraio 1994); Ilaria Alpi, Miran Hrovatin (Mogadiscio 20 marzo 1994).

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