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| Anno 2005 | |
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In occasione della pubblicazione dei risultati elettorali in Iraq ipotizzammo che la calma apparente nella quale si erano sviluppate le operazioni di voto poteva essere il preludio a future azioni terroristiche su larga scala. Era un'analisi pessimistica, che però oggi è confermata da quanto sta accadendo in Iraq da due settimane, cioè dal momento dell'insediamento del governo ufficiale eletto dal popolo. Un'ipotesi che trova anche riscontro nel peggioramento della situazione in Afghanistan. Le dimensioni sono diverse dall'attentato che provocò a suo tempo 3.000 morti, ma non è azzardato pensare a un'unica regia.
Non è sicuramente il colpo di coda di chi, stretto all'angolo e ormai perdente, cerca di colpire tutti indistintamente. Se così fosse, sarebbe accaduto un altro 11 settembre. Nella circostanza specifica, invece, siamo di fronte ad azioni coordinate e pianificate nel dettaglio, segno che la struttura di comando è ancora pienamente operativa e gestisce con oculato tempismo una serie incalzante di attacchi sparsi a macchia di leopardo e ripetuti nel tempo. Una tattica che, valutata con un'ottica terroristica, è sicuramente vincente rispetto al grande attentato. L'azione eclatante fa notizia e coagula nell'immediato la massima attenzione e interesse. Con altrettanta rapidità, però, è destinata a diminuire l'impatto mediatico fino ad annullarsi nel breve periodo. Il ripetersi degli attentati, invece, alimenta e mantiene viva l'attenzione e contribuisce in modo sostanziale a indurre nei possibili obiettivi un elevato senso di insicurezza, aumentandone nel breve periodo il grado di vulnerabilità. Con questa strategia la notizia non invecchia mai e la cassa di risonanza è continuamente amplificata. Quello che sta avvenendo deve essere valutato con un approccio globale. In Iraq, infatti, sta operando un numero altissimo di manodopera del terrore, tutta impiegata a perdere, come sono gli attentatori suicidi. Tutto questo dimostra che il tempo trascorso in relativa calma è stato impiegato per addestrare e rivitalizzare un numero consistente di agenti pronti a suicidarsi, destinati giorno dopo giorno a immolarsi, secondo le direttive ricevute. Un lavoro che ha richiesto del tempo, sicuramente importanti coperture politiche e consistenti risorse economiche e che con elevata probabilità ha richiamato agenti dormienti che, dopo essere stati ricondizionati, stanno ora operando. Quasi certamente questa fase intermedia non è stata sviluppata in Iraq, dove la presenza radicata di una fitta rete di intelligence renderebbe il tutto poco gestibile. Una catena informativa che ormai è integrata in tutto il territorio e coinvolge non solo le cellule dei paesi della coalizione militare, ma anche e soprattutto tutte le nazioni di estrazione islamica e non confinati con l'Iraq o comunque con interessi nel paese. E' più probabile, invece, che la formazione del personale e la pianificazione delle azioni sia avvenuta in area prossime all'Iraq e che il flusso degli attori del terrore sia alimentato da queste zone. Probabilmente da un triangolo al cui vertice principale c'è l'Iraq - che ha sostituito l'Iran, come accadeva a cavallo degli anni '90 - e agli altri due vertici il Pakistan e l'Afghanistan. Il Pakistan con le sue aree tribali ubicate nella fascia confinaria con l'Afghanistan, fuori del controllo del governo centrale e anche della potente struttura di intelligence pakistana, dove da sempre esistono campi per l'accoglienza di profughi afgani. Non a caso in queste aree giorni orsono è stato catturato il numero tre della rete di Al Qaeda. L'Afghanistan dove ancora esistono consistenti nuclei operativi di Talebani o ad essi affiliati e che con elevata probabilità ospita ancora bin Laden e quello che rimane del suo stato maggiore. All'inizio degli anni '90, terminata l'invasione sovietica, in Afghanistan accadeva qualcosa di simile. I mujahedin ospitati come profughi nelle aree tribali a est del Pakistan, a ridosso di Peshawar, rispondevano alla chiamata della guerra santa convergendo su Jalalabad. Allo stesso tempo, quelli ospitati nei campi a Quetta, sempre in aree tribali pakistane, puntavano verso Kandahar mentre i rifugiati ospitati in Iran cercavano di stringere Kabukl da nord-ovest. Al termine delle operazioni tutti ritornavano nelle compiacenti aree tribali pakistane (ospitati dai Signori delle aree, che venivano ricompensati con cospicue forniture di droga ) e in Iran, protetti dai gruppi fondamentalisti iraniani. Oggi forse sta avvenendo la stessa cosa. E' cambiata la direzione di afflusso, concentrata verso l'Iraq, ma qualcosa è diretto anche verso l'Afghanistan, in particolare a sud, sempre nelle aree di Kandahar e di Jalalabad. Le analogie sono molte. Nel passato quanto è avvenuto si è dimostrato determinante per l'Afghanistan, per la stabilità di tutto il centro Asia e per la sicurezza mondiale. E' sperabile solo che la storia non si ripeta. Dal 1985 e per circa dieci anni in Afghanistan il fenomeno dell'attentato suicida non era generalizzato come ora. Nello specifico, però, non era differente la tattica applicata contro l'invasore russo e successivamente durante la guerra civile. I protagonisti erano sempre i "pendolari del combattimento" fra cui moltissimi collaboratori esterni, alcuni dei quali anche occidentali. Oggi sembra che fra i morti della battaglia di Falluja e fra i terroristi deceduti in questi giorni nel corso della battaglia in atto in Iraq, immediatamente a ridosso con il confine siriano, molti non siano iracheni, così come sembra che non lo siano anche molti degli attentatori suicidi. Una analogia di episodi e di circostanze che seppure differenti nella logica temporale dell'epoca storica in cui avvengono, si richiamano a una strategia consolidata che, oggi come nel passato, deve fare riferimento a un'attenta e preordinata struttura organizzativa, ramificata e di dimensioni ben più ampie di quella che potrebbe essere la realtà operativa ipotizzata nel famoso "triangolo della morte iracheno". Non è azzardato affermare, quindi, che esista il rischio del consolidamento di una strategia del terrore che in qualche modo possa essere applicata anche contro il mondo occidentale. Tutto ciò rappresenta un pericolo di vastissime proporzioni in quanto gli eventi potrebbero essere gestiti con difficoltà dalle democrazie evolute dell'Occidente. Una preoccupazione che trova riscontro in quanto avvenuto negli Stati Uniti l'11 settembre, quando in contemporanea, da quattro punti diversi e su tre obiettivi diversi, è stato portato l'attacco terroristico. In quellaa occasione la più grande potenza militare mondiale non è riuscita a gestire gli avvenimenti, forse proprio perché impreparata a difendersi da una tattica terroristica applicata a macchia di leopardo. In Iraq in questo momento si stanno verificando episodi simili. L'aereo di linea è stato sostituito dall'autobomba o dall'attentatore suicida, l'obiettivo non sono le Torri Gemelle o il Pentagono ma povera gente inerme. Il concetto della contemporaneità, però, rimane valido e rappresenta ormai la regola principale e ricorrente. Forse sarebbe il caso di pensare a come prevenire e fronteggiare una simile emergenza, qualora questa strategia venga portata nel cuore dell'Occidente.
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