Anno 2005

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Gli attentati di Londra, analisi e prospettive

Fernando Termentini, 13 luglio 2005

Tre esplosioni in cinquanta secondi. Un quarto ordigno sembra fatto esplodere da un kamikaze. Esplosivo ad alto potenziale quello utilizzato. Una serie di particolari che emergono a distanza di qualche giorno dagli attentati terroristici avvenuti a Londra e che concorrono a definire una situazione complessa e sicuramente diversa da quanto accade in occasione di un attacco suicida in Israele o nell'Iraq del dopoguerra.

Le due azioni terroristiche che hanno colpito la Spagna e la Gran Bretagna, hanno molto in comune: l'elevata professionalità terroristica; il preciso coordinamento; l'obiettivo globale, rappresentato dai lavoratori che utilizzano il trasporto pubblico a Madrid e a Londra, molti dei quali islamici o semplicemente di origine mussulmana. Inoltre, se viene confermato quanto finora reso noto dagli organi di intellicence inglese, gli attentatori di Londra hanno preferito l'impiego di materiale di elevato contenuto tecnologico, al posto dell'attentatore suicida motivato da un esasperato fatalismo e pronto a immolare la propria vita.

Gli inneschi utilizzati a Londra sono stati quasi sicuramente collegati a timer, escludendo i sistemi radiocomandati, almeno per esplosioni avvenute lungo il percorso sotterraneo della metropolitana. Probabilmente sistemi meccanici, meno precisi di quelli elettronici ma sicuramente più affidabili, ipotesi confermata dalla differenza di qualche secondo fra un'esplosione e l'altra. Dispositivi rustici ma assolutamente affidabili come quelli facilmente reperibili nei mercati clandestini della ex Unione Sovietica e di tutti i Paesi del Medio Oriente dove c'è stato un passaggio militare sovietico, e facilmente occultabili nel bagaglio di un passeggero che proviene dai possibili luoghi di rifornimento.

Chi ha collocato gli ordigni e ne ha azionato il funzionamento è un professionista dell'attentato, preparato, addestrato a non essere un improvvisatore ma un attento esecutore di procedure provate e riprovate e consolidate attraverso un serio ciclo formativo. Un approccio specialistico totalmente differente da quello del povero giovane che immola la propria vita tirando la funicella di un congegno a strappo collegato all'esplosivo contenuto in un giubbotto.

Chi ha azionato gli ordigni a Londra - e ancora di più chi ne ha coordinato la fase organizzativa e attuativa finale - se mussulmano, con elevata probabilità non è cresciuto nelle scuole islamiche del sud dell'Afghanistan, nelle aree tribali pakistane o nel profondo sud del Sudan. Potrebbe, invece, essere stato educato e istruito nel mondo occidentale, convivendo con la cultura occidentale e quindi culturalmente preparato a coniugare con razionalità e coerenza, privo di qualsiasi fanatismo, quella che può essere definita la spinta religiosa con i contenuti politici dell'atto terroristico. Qualcuno che nel tempo sia stato abituato a considerare la risorsa umana preziosa e non solo elemento sacrificale. Piuttosto qualcosa da preservare per destinarla a più di un'azione, impiegandone la professionalità acquisita di volta in volta.

L'esplosivo utilizzato è sicuramente di provenienza militare. Potrebbe essere un plastico di tipo C4 o del tipo Tapt, materiale che è facile reperire in Pakistan (Aree Tribali in particolare) o in Afghanistan proveniente dai depositi dell'esercito talebano, ambedue mai completamente bonificati. L'innesco potrebbe essere stato recuperato nel tempo fra la sabbia del deserto iracheno, da Bassora a Bagdad, nelle centinaia di depositi abbandonati dell'esercito di Saddam e di cui tutti possono appropriarsene.

La situazione, sicuramente non facile e comunque allo stato attuale ancora non ben definita, sembra che sia resa ancora più difficile dal ritrovamento di altri ordigni abbandonati in alcuni punti della città, lasciati con la logica razionale di non fare vittime ma aumentare lo stress psicologico della popolazione londinese. Mine lasciate nei posti più impensati con razionale logicità che in parte differenziano quest'ultimo evento terroristico da quelli che abbiamo imparato a conoscere negli anni e che forse confermano la presenza di una regia più razionale.

Alcuni di questi ordigni sono stati fatti esplodere sul posto con tecniche consolidate nel campo del settore dell'antiterrorismo, ma che nella situazione attuale forse andrebbero riviste. Infatti non si può essere sicuri che la bomba lasciata sia solo convenzionale e non piuttosto del tipo "sporco", ossia realizzata con l'aggiunta di agenti chimici, nucleari o biologici. Un'eventualità che non può essere sottovalutata e che andrebbe invece attentamente considerata a premessa di qualsiasi intervento antisabotaggio.

Questi gli aspetti tecnici rilevanti. Sotto il profilo politico alcuni elementi potrebbero aiutare a leggere gli eventi e ricavare quelle che vengono definite le "lessons learned", essenziali per l'indagine e fondamentali per ogni possibile prevenzione futura.

Le esplosioni sono avvenute in contemporanea all'uccisione dell'ambasciatore egiziano Imab Sherif, rapito in Iraq immediatamente dopo le elezioni in Iran, che hanno visto vittorioso un musulmano non laico, come è Ahmadinejad.

Gli attentati londinesi sono avvenuti, inoltre, a poca distanza di tempo dal ritiro dal Libano di una Siria che in questo momento rappresenta il modello di riferimento più significativo per la etnia sunnita, che nel dopo Saddam in Iraq e dopo i risultati elettorali in Iran sta subendo una specie di "depotenziamento politico".

Forse quello che è stato definito da chi scrive il triangolo ideale del terrorismo, incentrato nelle aree dell'Afghanistan, delle Aree Tribali del Pakistan e dell'Iraq è forse destinato a diventare tra breve un quadrilatero, con un nuovo vertice rappresentato dall'Iran di Ahmadinejad. Un'area vasta che potrebbe raggiungere nel breve tempo il Mediterraneo attraverso un cordone ombelicale con la Siria e con i Paesi mussulmani dei Balcani, primi fra tutti la Bosnia-Herzegovina deve da tempo è emergente l'interesse dell'Iran che sta attuando una sottile penetrazione culturale e religiosa nel Paese, coinvolgendo le nuove generazioni.

Gli attentati dell'11 settembre del 2001, quelli di Madrid dell'11 marzo del 2004 e oggi quelli del 7 luglio del 2005 a Londra evidenziano una cadenza temporale significativa. Tutti caratterizzati da una dimensione logistica e operativa che non può essere improvvisata né tantomeno attuata nell'arco di qualche mese. Eventi sicuramente preparati nel dettaglio con l'attivazione di cellule "dormienti" da tempo nel Paese, forse europei di origine islamica, nati in Europa e che fanno capo a una struttura gerarchica unica.

Quanto avvenuto a Madrid e a Londra - per non parlare delle Torri gemelle - difficilmente può essere stato realizzato ricorrendo solo a clandestini entrati da poco nell'area operativa. E' invece molto più probabile che la rete terroristica ramificata in Occidente sia coordinata e gestita da residenti, cittadini nati nel Paese destinato a "ospitare" l'attentato e che godono degli stessi diritti sociali e politici di un inglese o di uno spagnolo di antiche origini.

A Londra in questo momento vivono e lavorano circa 1.400.000 cittadini originariamente non inglesi. Il 3,2 % circa della popolazione, la maggior parte provenienti dall'India e dal Pakistan e oggi cittadini inglesi a tutti gli effetti. Una presenza pressocché analoga anche in molti altri Paesi europei, eredi di antiche tradizioni colonialiste come la Spagna, la Francia e il Portogallo.

Parte di costoro, pur essendo cresciuti in realtà sociali, culturali ed economiche totalmente diverse da chi è nato in un campo profughi della Palestina o nel cuore del Sudan fondamentalista, potrebbero sentirsi coinvolti nell'azione di difesa dei diritti umani dei confratelli meno fortunati e rappresentare, quindi, i tentacoli ramificati di una piovra che risiede nel quadrilatero medioorientale del terrore.

Costoro potrebbero addirittura far parte da sempre dell'Occidente, come ad esempio chi professa con un approccio fondamentalista e assolutamente privo di connotati laici la religione islamica nei Balcani o in Paesi dell'est europeo, non ultima la Cecenia. Difendersi da un pericolo del genere con tecniche di intelligence tradizionale è molto difficile e forse inutile. Forse, invece, sarebbe molto urgente uscire dal cliché di un'attenzione investigativa concentrata a controllare il marocchino, l'algerino o il tunisino, escludendo a priori, ad esempio, un bulgaro o un bosniaco musulmani.

In questo contesto sarebbe fondamentale sviluppare un'azione globale che cerchi di leggere i fatti sviluppando una analisi integrata di quanto avviene sul piano politico e operativo nel triangolo-quadrilatero mediorientale del terrorismo e in Siria, nei Balcani, nell'Africa islamica fondamentalista, come il Sudan e il Ciad.

In Siria, dove è sentita la responsabilità di difendere il prestigio e l'esistenza della comunità sunnita. In Bosnia, dove durante la guerra civile vi è stata una larga partecipazione di mujahidin afgani e che sembra abbia ospitato elementi fondamentalisti islamici, non laici e molto vicini a Teheran. Fra costoro potrebbero annidarsi "i vecchi saggi del terrorismo internazionale", le "menti" in grado di gestire l'esplosione contemporanea di tre ordigni nella metropolitana di Londra. Una cupola direttiva destinata a coordinare sul piano operativo le cellule destinate a immolarsi e provenienti dai campi profughi della Palestina o dal sud afgano.

Risalire a loro non è sicuramente semplice. Un aiuto può essere offerto dall'analisi integrata del tipo di ordigno impiegato, delle tecniche operative applicate e della toponomastica degli eventi. Fattori che potrebbero indirizzare sulla logica operativa di chi ha pensato l'evento e quindi restringere i settori di indagine per individuare chi ha compiuto l'atto terroristico e - aspetto ancora più importante - per cercare di prevenire nel futuro eventi simili.

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