Anno 2005

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Terrorismo, democrazia e il ricorso alle armi

Fernando Termentini, 19 luglio 2005

Dopo circa una settimana dagli attentati terroristici di Londra sono emersi i primi risultati delle indagini che aiutano per taluni aspetti ad approfondire le analisi sviluppate immediatamente a ridossi degli eventi. Si hanno alcune conferme a ipotesi formulate a caldo a cui si aggiungono giorno dopo giorno nuove informazioni sulla individuazione dei probabili responsabili dell'atto terroristico e sulle possibili dinamiche dell'intervento. Gli elementi resi noti portano ad affermare che forse Al Qaeda non è più solo il nome di una semplice organizzazione terroristica ormai divenuta parte integrante dell'immaginario collettivo, ma piuttosto una sigla e anche una dottrina a cui fa riferimento quasi tutto il terrorismo globale.

Forse non sarebbe neanche troppo azzardato ipotizzare che Osama bin Laden sia morto e che i registi del terrorismo internazionale, invece, preferiscano farlo vivere in modo che la sua presenza terrena rafforzi il mito che la figura rappresenta nel mondo islamico. Un musulmano di famiglia ricca che avrebbe potuto utilizzare i propri beni per una vita sfarzosa e che invece preferisce vivere nelle caverne dell'Afghanistan per riscattare il destino dei fratelli arabi più poveri, sacrificandosi per una causa mistica. Una specie di Che Guevara dell'Islam a cui molti della borghesia islamica ormai residente da tempo in Occidente potrebbero richiamarsi per giustificare il loro essere diversi a favore dei fratelli musulmani meno fortunati.

Non dovrebbe sorprendere più di tanto se nei giorni o nei mesi a venire si scoprisse che qualcuno del vecchio staff - forse anche Mohammad Omar Mullah - fa parte della cupola del terrorismo internazionale post 11 settembre e sta dirigendo in nome del grande Osama le operazioni terroristiche, protetto in qualche villaggio delle aree tribali pakistane e collegato con le atre tessere del mosaico, radicate principalmente in Afghanistan, Iran e Iraq ma forse anche in Siria e nella stessa Giordania.

In questo contesto l'ipotesi dell'esistenza di un regista unico conferma ogni giorno di più la sua validità se si analizza la precisa coerenza politica e una altrettanto precisa e razionale gestione operativa degli eventi terroristici. Tutti gli attentati dopo l'11 settembre sono stati attuati a ridosso di momenti politici significativi. L'11 marzo 2004 in Spagna, poco prima delle elezioni politiche; il 7 luglio 2005 a Londra, in concomitanza con la riunione del G8 e quando era iniziata la presidenza inglese nella Unione Europea.

Date che potrebbero aiutare a circoscrivere il possibile ripetersi in futuro di eventi simili in altre nazioni come ad esempio l'Italia, destinata a ospitare le Olimpiadi Invernali del 2006, per le quali a settembre sarà chiesta la "tregua olimpica" con la sottoscrizione di un documento che coinvolgerà 100 città mondiali e dove - sempre nel 2006 - si svolgeranno le elezioni politiche. Un 2006, quello italiano, denso di attività con ampia risonanza mondiale e di indubbio interesse internazionale e che dovrebbe anche ospitare una riunione dei capi di stato maggiore dei paesi della Nato. Un palcoscenico il cui accesso potrebbe riscuotere un grande interesse per chi nell'atto terroristico ricerca la risonanza degli effetti e la luce dei riflettori mondiali.

Londra, inoltre, ha evidenziato che la forbice dell'intervallo temporale fra un attentato e un altro a partire dall'11 settembre si sta riducendo. Trenta mesi dalle Torri Gemelle a Madrid, Solo 15 mesi fra gli attentati in Spagna e quelli in Gran Bretagna, con una contrazione del 50% forse dovuta a una ormai consolidata riorganizzazione e riconversione dei possibili nuclei terroristici ibernati in Occidente. Un modello temporale rappresentato da una progressiva riduzione degli intervalli fra un evento e l'altro che, se vero, porta a far coincidere il prossimo step proprio con i momenti in cui le telecamere del mondo saranno puntate sull'Italia.

Un'unica differenza distingue l'Italia dagli altri paesi a maggior rischio di attentati. Il cittadino islamico inglese, francese o spagnolo ormai esiste in quanto eredità di una cultura colonialista sviluppata nei secoli dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Spagna. In questi paesi si è arrivati forse alla seconda generazione di nazionalità acquisita. In Italia il fenomeno è in gestazione e la prima generazione di giovani musulmani italiani inizierà a partecipare alla vita del paese fra 5-6 anni. Un elemento temporale a nostro favore e che dovrebbe consigliare di porre in essere strumenti di intelligence per una previsione e quindi prevenzione dell'atto violento che potrebbe essere attuato dal marocchino o tunisino italiano piuttosto che dal pakistano inglese.

Ormai, quindi, è necessario sviluppare azioni preventive sul piano globale, con particolare attenzione a possibili nuovi attori del terrorismo, rappresentati dai cittadini occidentali legati culturalmente e per credo religioso al mondo islamico radicale e alle aree musulmane dei Balcani e dell'est europeo. Ci si domanda se tutto questo debba essere imputabile a un mero fanatismo religioso o piuttosto rappresenti un momento culturale storico in cui non esiste differenza fra il giovane islamico pronto a essere condizionato fino al punto di immolare la propria vita per un ideale religioso e lo studente occidentale che sa proporre il proprio io unicamente attraverso interpretazioni oltranziste e unilaterali della realtà politica mondiale.

Ambedue, seppure con differenti forme di esternazione oggettiva, nel tempo sapranno solo affrontare le divisioni ideologiche, politiche e di pensiero non ricorrendo al confronto democratico delle idee, ma unicamente con approcci oltranzisti basati sul fanatismo, sia esso religioso o semplicemente politico. I giovani musulmani immolano la propria vita per affermare i diritti umani degli altri fratelli islamici. I giovani occidentali da sempre sfidando le istituzioni o contestando in modo violento e generalizzato, come ad esempio i famigerati Black Block.

Indossare il caftan o la galabeya, farsi crescere la barba e dimostrare di fronte all'università islamica del Cairo sventolando il Corano è infatti come contestare con violenza nelle piazze di Roma, Madrid o Londra indossando il passamontagna e sventolando bandiere e motti oltranzisti che si richiamano a rivoluzioni del passato sicuramente non democratiche, tantomeno pacifiche e per taluni aspetti elementi scatenanti di due guerre mondiali.

Alla stessa stregua, non esiste nessuna differenza fra il giovane islamico che sceglie come unico riferimento culturale il Corano o le letture religiose fondamentaliste dal giovane occidentale che si informa unicamente facendo riferimento a fonti di parte ed escludendo qualsiasi possibilità di confronto alcuno. Ci troviamo quindi di fronte a una pericolosa moda culturale, che è sfociata per ora nel terrorismo islamico ma che potrebbe trovare anche espressioni di violenza globale alla stessa stregua di quanto avvenuto almeno in due occasioni nel secolo scorso.

La possibile figura del terrorista islamico del futuro potrebbe essere configurata in: militanti giovani; figli di asiatici o africani di estrazione musulmana senza escludere il bacino dei Balcani e dell'est europeo; pedine decentrate sotto copertura culturale o commerciale collegate con la testa della piovra terroristica stabilizzata nel quadrilatero del terrorismo (Afghanistan, Pakistan, Iran, Iraq); giovani nati in Occidente da famiglia mussulmana assolutamente non radicale, molto spesso benestante e che hanno studiato nelle scuole occidentali.

Cittadini che di fatto non desterebbero sospetto anche se frequentatori di moschee o abituati a ritorni ciclici nei luoghi di origine, in particolare in occasione di importanti ricorrenze religiose come gli i natali islamici (sono cinque) o il ramadan e conseguenze frequentazione di madrassa durante la permanenza nella terra di origine dei propri genitori. Costoro, opportunamente condizionati culturalmente, saranno pronti in qualsiasi momento a partecipare a un atto terroristico perché qualcuno li ha convinti che in questo modo si garantisce la difesa dei diritti di tutta una cultura e perché in questo modo riescono a sentirsi diversi, alla stessa stregua dei loro amici occidentali che manifestano slogan ormai relegati alla storia del passato e in parte da essa sconfessati.

Tutti potrebbero entrare a far parte di una unica struttura terroristica globale, organizzata nel dettaglio e guidata da esperti dell'approccio politico terroristico, che potrebbero arrivare a inventare mosse operative tali da predisporre prove di Dna o documenti di riconoscimento sui luoghi degli attentati, in modo da depistare e poter riciclare in tutta sicurezza il potenziale umano addestrato per essere gli "operai del terrore". Giovani, inoltre, che potrebbero essere delle vittime sacrificali del Grande Vecchio che ha pensato e gestito l'atto terroristico. Preparati per compierlo ma non consapevoli di essere immolati nel nome di un ideale ma forse anche solo per cancellare ogni possibile traccia della strada percorsa fino all'atto terroristico.

Un'ipotesi che potrebbe trovare riscontro in quanto avvenuto a Madrid prima e a Londra dopo. In ambedue i casi, infatti, per quanto noto, gli autori del suicidio terroristico, a differenza dei loro compagni palestinesi, non hanno lasciato una testimonianza verbale o scritta del loro sacrificio per la guerra santa islamica. Una prassi non usuale e in contrasto anche con il messaggio mediatico che l'atto potrebbe innescare e in contrasto con la tradizione e la cultura islamica, secondo la quale il figlio prima di partire saluta la famiglia e gli amici.

In questa situazione non è possibile difendersi e prevenire ricorrendo unilateralmente all'intervento armato o all'azione politica. I due atti invece devono essere coniugati fra loro. La forza delle armi e la ragione del convincimento devono integrarsi per sconfiggere il terrorismo, abbandonando nelle possibili scelte ogni approccio demagogico e improntato a riscuotere consensi. Essere cultori di una democrazia evoluta non deve significare, infatti, essere imbelli e inermi di fronte a chi approfitta della democrazia per attaccare come fanno i terroristi nei confronti dell'Occidente. Costoro proprio nelle democrazie occidentali trovano le brecce attraverso cui passare per inserirsi facilmente e rapidamente nel contesto sociale della nazione che intendono colpire.

Essere democratici non deve però significare a rinunciare al diritto della difesa. La stessa chiesa cattolica accetta e giustifica l'uso delle armi per la garanzia dei diritti fondamentali dell'uomo e quindi della democrazia. Rinunciare a priori all'uso delle armi è delittuoso e antistorico, come in questi giorni dimostrano proprio le celebrazioni per il decennale di Srebrenica e di Dayton, a cui si è arrivati proprio per un ritardo nell'uso delle armi che dovevano fermare un genocidio, ossia un atto terroristico sistematico e globale.

Si deve evitare che nel mondo si verifichino altre Srebrenica, che peraltro non sarebbero più limitate a fatti locali ma assumerebbero sicuramente connotazioni planetarie, attuate attraverso un genocidio globale realizzato attraverso atti terroristici rilevanti, non ultimi quelli realizzati con armi o sistemi di distruzione di massa.

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