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| Anno 2005 | |
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A distanza di due settimane a Londra assistiamo a episodi analoghi a quelli del 7 luglio nei contenuti esecutivi, anche se - fortunatamente - gli effetti non sono stati gli stessi. Tre ordigni sulla metropolitana, uno su un bus di linea. Un'unica differenza rispetto ai fatti precedenti, gli ordigni non sono esplosi nello stesso momento ma a distanza di tempo, anche se in un intervallo di solo un'ora. Gli attori gli stessi. Giovani come se ne possono incontrare centinaia ogni giorno a Londra, a Roma e a Parigi. Una testimonianza riportata sul sito di Repubblica online conferma quello che ormai nell'immaginario collettivo può essere il ritratto del "giovane terrorista europeo".
"Mi sono girato e ho visto un uomo disteso sul pavimento - ha raccontato Moyo - con le braccia allungate in una posizione come quella di Gesù Cristo. Era sdraiato su uno zaino di medie dimensioni dal colore nero e verde. Aveva gli occhi chiusi e si vedeva una specie di sbuffo di fumo che fuoriusciva dal sacco da montagna. Lo sconosciuto - ha precisato Moyo - poteva avere 19 o 20 anni, sembrava un meticcio. Era sbarbato e indossava un paio di jeans di marca, una maglietta blu e un berretto da baseball: un aspetto normalissimo, insomma, che gli permetteva di confondersi tra la gente". Gli ordigni questa volta non hanno funzionato. A questo punto sarebbe molto interessante capire il perché, in quanto la motivazione tecnica a base del mancato funzionamento potrebbe portare a deduzioni rilevanti per cercare di capire le motivazioni e l'origine dell'atto terroristico. La mancata esplosione - tecnicamente e da quanto è possibile dedurre dalle informazioni che arrivano - può essere imputata a un sistema di innesco male collegato e attivato in modo non appropriato. E' invece meno probabile che si tratti di una carenza di innesco come riportato da altre fonti, in quanto la quantità e il tipo di esplosivo che dovrebbe essere stata utilizzato non richiede per esplodere una quantità enorme di innescanti. Se poi si valuta quello che è stato riferito a caldo sui canali televisivi e riportato dai massimi quotidiani su come le pseudo-esplosioni si sono manifestate, allora sorge il dubbio concreto che siano stati utilizzati detonatori. Ricorrente è, infatti, la frase "e si vedeva una specie di sbuffo di fumo che fuoriusciva dal sacco da montagna". Qualsiasi detonatore, anche il più modesto, non emana fumo ma esplode con un certo rumore, proietta schegge intorno e l'effetto è tale da perforare qualche millimetro di metallo a contatto, figurarsi la stoffa di uno zaino. Potrebbero essere stati degli inneschi chimici, ma difficilmente è materiale impiegato per gestire un'esplosione in tempo reale. L'ultima considerazione è sulla impressionante analogia degli eventi del 21 luglio rispetto a quelli del 7 luglio: tre bombe su altrettanti convogli ferroviari della metropolitana, una quarta su un autobus. Tutti gli attentatori giovani, forse anche in questo caso islamici di terza generazione. L'ubicazione degli ordigni su quattro punti di attacco a disegnare una croce ideale. Le possibili conclusioni. Ieri chi ha compiuto o tentato di compiere gli attentati non andati "a buon fine" disponeva dell'esplosivo ma non dei detonatori. Forse il materiale non è arrivato in tempo. E' venuto a mancare il coordinamento tecnico sul posto di chi doveva verificare la corretta confezione degli ordigni e l'esatta gestione temporale degli eventi. I giovani terroristi non sono sicuramente esperti di esplosivo e di tecniche esplosivistiche. Il regista degli eventi, colui che li ha pensati e predisposti, è quasi sicuramente lo stesso del 7 luglio. Più difficile pensare che possa essere un atto di emulazione. Forse, invece, si conferma l'ipotesi già formulata di una regia lontana, un'unica cellula che ha programmato da tempo gli attentati e anche fissato da tempo le date. La successione degli atti e le carenze tecniche, che per fortuna si sono verificate, suggeriscono, infatti, che con ogni probabilità non può essere arrivato un ordine esecutivo in tempo reale da una una struttura di coordinamento presente in Gran Bretagna , che avrebbe esercitato un'azione di controllo e coordinamento più attenta, come è sempre avvenuto in occasione di atri eventi terroristici. La verifica tecnica di esperti di tecniche esplosivistiche non c'è stata o è stata molto superficiale in quanto di fatto i quattro "zaini bomba" non sono esplosi. E' mancata, quindi, anche la disponibilità della materia prima fondamentale, i detonatori. Si potrebbe perciò ipotizzare che la "testa" che ha coordinato sul posto gli eventi del 7 luglio non sia più in Gran Bretagna o, se fosse ancora nel Paese, non ha più sotto controllo le pedine operative disponibili, le quali in questa circostanza potrebbero aver agito di iniziativa. Se questa ultima ipotesi venisse confermata, la situazione sarebbe ancora più allarmante in quanto dimostrerebbe che siamo di fronte a un'ulteriore forma di minaccia che si aggiunge alle altre già individuate: le possibili azioni di "schegge impazzite" che potrebbero agire di iniziativa perché spinte dall'esigenza di affermare il proprio "io" ricorrento ad atti eclatanti che aiutino a cancellare lo stato di frustrazione che affligge costoro che vivono in una società in cui non si riconoscono.
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