Anno 2005

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Esercito, Mangusta inutili e rischio ammutinamento

Vittorio Vasari, 20 febbraio 2005

La vicenda degli elicotteri in Iraq e dei piloti ribelli denunciati per codardia continua a suscitare interesse. La questione, come al solito, è stata strumentalizzata per scopi meramente politici. Appresa la notizia che gli elicotteristi erano stati assolti dall'accusa per non aver commesso il fatto si è scatenata la bagarre. Ecco allora che una parte elogia i quattro per aver coscienziosamente ammonito sui rischi dell'impiego degli elicotteri non adeguatamente protetti - e cita ad esempio il caso dell'AB 412 sul quale venne colpito il Maresciallo Cola - mentre l'altra, in maniera indiretta, rivolge il proprio pensiero a coloro che "hanno fatto sempre il loro dovere, anche in condizioni difficili". Tutti si dicono sollevati dalla conclusione positiva del procedimento giudiziario. Alcuni s'interrogano se non si debbano prendere provvedimenti nei confronti dei generali. Pochi hanno invece affrontato alcuni temi connessi con il fatto. Proviamo, se non a mettere ordine, a fare delle riflessioni.

Tra le dichiarazioni registrate subito dopo la sentenza vi è quella del capo di stato maggiore dell'Esercito: "Non esiste un mezzo sicuro" e ricorda che persino il tanto celebrato AH-64 Apache è stato abbattuto "con mezzi non tanto sofisticati". E su questo non ci sono dubbi. Chi non ricorda il contadino iracheno, giubilante, che brandiva un vecchio fucile davanti ad uno di questi elicotteri d'attacco ormai inerme e quasi parcheggiato sul suo campo? Certo risulta difficile credere che l'Apache sia stato tirato giù proprio dal suo fucile; è molto più probabile ritenere che un'avaria abbia costretto il velivolo a un atterraggio d'emergenza. Altri elicotteri USA, d'attacco o multiruolo, come il Black Hawk, soprattutto durante la campagna terrestre in Iraq, sono stati più semplicemente abbattuti da qualche missile antiaereo spalleggiabile o più semplicemente dall'artiglieria contraerea.

Del resto l'elicottero è un mezzo di per sé complesso dal punto di vista meccanico - basti pensare che vola grazie ad ali rotanti - e se vogliamo fragile. Insomma, vulnerabile per sua natura. Durante la campagna aerea del 1999 in Kosovo gli Apache Usa schierati in Macedonia non entrarono mai in azione, anzi ebbero due o tre incidenti per cause tecniche. Proprio durante i bombardamenti in Serbia era poi caduto un altro mito di invulnerabilità: un F117, l'aereo invisibile, era stato abbattuto dalla contraerea serba. Missile o sbarramento di artiglieria non è dato di sapere.

Tutto quel che vola, nonostante i sistemi di protezione passivi e non, può essere abbattuto quando non precipita per qualche avaria. Sembra banale ma è così. Allora non dovrebbe sorprendere il fatto che durante una missione, volando a poche decine di metri dal suolo a velocità, supponiamo, di poco superiore ai cento nodi, un elicottero possa essere anche colpito. In queste condizioni infatti esiste la possibilità di passare attraverso un fuoco di sbarramento magari di armi di piccolo calibro, con rischi seri per l'equipaggio. Questo è quello che probabilmente è accaduto al maresciallo capo Simone Cola il 21 gennaio scorso. Volando più alti ci si espone al meno probabile ma non per questo meno micidiale attacco con i missili spalleggiabili.

Sarà anche per questo che gli aerei Nato in Kosovo volavano sopra i 5000 piedi o che gli elicotteri preferiscono il volo tattico, volando bassi ed eseguendo continue variazioni di velocità e di rotta per ridurre la probabilità di essere colpiti dal fuoco delle armi portatili. Poi c'è anche il fato: Matteo Vanzan, durante i combattimenti nella sede della Coalition Provisional Authority, è caduto per una bomba da mortaio che, in barba al calcolo probabilistico, si è infilata in una apertura che neanche sparando altre 10.000 bombe sarebbe possibile centrare ancora. In questo senso, anche il proiettile che ha colpito lo specialista - tra l'altro nella parte non protetta dal giubbetto - sembra più un colpo fortunato che il risultato del tiro di un infallibile cecchino.

E' stato chiesto, quasi a furor di popolo, l'invio dei Mangusta. Sarebbe stato utile averli subito, come gli Ariete e i Dardo. E' probabile che ogni comandante voglia avere nel proprio arsenale tutti gli assetti disponibili da poter impiegare all'esigenza tenendo conto della situazione nel teatro di operazioni e degli inevitabili limiti imposti dal finanziamento della missione. Però, il 21 gennaio sui cieli di Nassirya sarebbe stato inviato ancora il "Griffon" di Simone Cola. Non sappiamo quale fosse la situazione sul terreno ma l'A 129, che pure avrebbe protetto i due piloti dai colpi calibro 7.62 (resiste fino al calibro 12,7), dispone di missili anticarro Tow, razzi da 81 (o da 70 mm) e di un cannone brandeggiabile da 20 mm. Armi potenti, ma non troppo chirurgiche quando si agisce nei centri abitati che ospitano ancora civili. Infatti, se uno dei pilastri delle operazioni di pace, soprattutto quando si prolungano nel tempo, è il consenso della popolazione nei confronti del contingente militare, è meglio evitare i danni collaterali. Risulterebbe difficile spiegare che siamo lì per il popolo iracheno a chi piange figli e genitori morti accidentalmente a causa del nostro fuoco. Ciò non toglie che, come è accaduto per la battaglia dei ponti, è necessario a volte dispiegare tutto il potenziale militare disponibile.

Ecco allora che in Iraq è forse più idoneo l'AB 412 che, oltre ad offrire la mobilità tipica degli elicotteri, è tutt'altro che una macchina inerme. E' armato di mitragliatrici operate dai piloti e dagli specialisti di bordo, ma soprattutto è una piattaforma flessibile che può trasportare anche altri specialisti come gli incursori, le cui capacità, abbinate alle armi e agli equipaggiamenti in dotazione, consentono una gamma di interventi impensabili per macchine dedicate al combattimento puro, come il Mangusta.

Per gli addetti ai lavori, o per chi non scrive attraverso gli occhiali dell'ideologia, queste riflessioni sono ovvie. Ma del resto non c'è da stupirsi visto che all'indomani della partenza degli elicotteri Mangusta per l'Iraq è stata presentata un'interpellanza al ministro della Difesa per sapere "chi ha autorizzato la partenza degli elicotteri da guerra". Ma allora c'è da chiedersi perché è stato autorizzato anche l'invio di fucili da guerra o se i veicoli multiruolo o da combattimento del nostro contingente presenti in Iraq non siano in realtà degli innocui fuoristrada piuttosto che veicoli da combattimento.

Bisognerebbe forse ricordare che tutte le operazioni militari - comprese quelle comunemente definite "di pace" - comportano dei rischi. Fosse anche per semplici motivi statistici. Si pensi, infatti, a quante migliaia di uomini e a quante centinaia di mezzi vengono movimentati. Spesso in condizioni climatiche e sanitarie estreme. Al contrario, è sorprendente il basso numero di incidenti che forse solo l'addestramento e codici di comportamento ben definiti, tipici dell'ambiente militare, contribuiscono a limitare. Per non parlare del fatto che le forze comunque ostili che operano sul territorio sono lì proprio per elevare tali statistiche, visto che nel caso dell'Iraq è impensabile che possano battere sul campo in modo tradizionale le forze della coalizione.

Rischi quindi per tutti quelli - militari o civili - che per qualsiasi motivo lavorano in quelle zone; lo dimostra la cronaca dei molti rapimenti terminati con l'assassinio dell'ostaggio. E allora, pur nel sollievo procurato dalla fine della vicenda giudiziaria dei nostri piloti, nascono alcuni dubbi che proprio questa assoluzione contribuisce a far nascere. Cosa accadrà adesso se altri militari, rappresentassero ragioni tecniche o problemi di inefficienza e inadeguatezza di mezzi e materiali o anche non sentendosi sicuri dell'addestramento svolto, si rifiutassero di portare a termine una missione? Tra l'altro, lo ricordiamo, il codice penale militare, di cui è stata appena bocciata la riforma, si applica da tre anni a questa parte, ancorché in tempo di pace, ai corpi di spedizione all'estero per operazioni militari armate e prevede ancora la codardia.

Probabilmente i piloti non si sono rifiutati di obbedire a un ordine e verosimilmente la vicenda è solo stata gestita male dal comandante. Oppure è stata montata dagli organi d'informazione: un caso di ammutinamento fa colore e soprattutto notizia. Uno squarcio di luce si avrebbe forse leggendo gli atti della Procura. Ma questa è una facoltà che è concessa solo a coloro che ne hanno titolo, o quasi, visto che un quotidiano nazionale a grande tiratura esibiva le fotocopie della documentazione. Per chi non gode di questi privilegi non resta che sfogliare il molto citato ma poco letto Codice Penale Militare. In questi casi - ma è stato anche detto - il comandante di Corpo, ufficiale di polizia giudiziaria militare, segnala il semplice fatto alla Procura militare competente per territorio. Sarà poi la magistratura a valutare esistenza e tipo di reato. Non tutti poi hanno sottolineato che se il comandante, avuto notizia di un fatto che potrebbe costituire reato non lo denuncia, commette egli stesso reato. Quindi tutto lascia pensare che sia un fatto dovuto.

Quello di cui non si è parlato affatto è il potenziale distruttivo sulla coesione e sulla stessa efficienza di una unità militare che questa storia giudiziaria comporta. Basterebbe infatti che un fante inviato in pattuglia rappresentasse che il suo veicolo non è adeguatamente protetto, che il suo equipaggiamento non è al top e magari di non sentirsi certo del suo addestramento. Nessuno potrebbe sostenere il contrario. E sull'addestramento dei piloti in questa vicenda dovrebbe parlare il numero di ore di volo, solo del volo e delle capacità imprescindibili per un pilota "combat", come quella del volo tattico. Il saper volare - e assumere i rischi conseguenti al volo puro - dovrebbe caratterizzare il pilota e giustificare le differenze esistenti con gli altri specialisti militari, anche in termini retributivi.

Sorprende, invece, che per la morte del maresciallo Cola l'attenzione sia stata rivolta solo ai sistemi tecnologici a disposizione, il più delle volte racchiusi in sigle o termini accattivanti e che promettono chissà quali immunità: Night Vision Goggles, chaff, flare, IR jammer, Radar e Laser Warning Receiver. La minaccia in Iraq non è costituita da armi e sistemi tecnologici - pur presenti - ma da armi a più bassa tecnologia. La pallottola che ha stroncato Simone Cola costava pochi centesimi, forse qualche decina di euro la bomba da mortaio che ha ferito mortalmente Matteo Vanzan. Gli ordigni improvvisati collocati per strada e anche i coltelli usati per sgozzare gli ostaggi sono ancora più economici.

Un elicottero non è più esposto ai pericoli di quanto non lo sia il soldato di pattuglia che è potenzialmente soggetto a tutta una serie di offese che vanno dalle bombe piazzate ai margini delle strade, ai kamikaze, alle bombe di mortaio, alle pallottole, alle granate a razzo e - vista la prossimità alla popolazione - alle armi bianche e perché no alle pietre. Per non parlare delle condizioni ambientali che, operando sul terreno, incidono non poco sulle condizioni psicofisiche degli uomini. Di queste cose i militari - e non solo loro - dovrebbero prendere coscienza.

Nelle forze armate Usa il problema dell'inadeguatezza dei mezzi è stato rappresentato - solo poco tempo fa - direttamente al segretario alla Difesa Rumsfeld in visita alle truppe nordamericane. Lo ricordava sul Corriere della Sera anche l'ambasciatore Romano. La risposta è stata, dopo non poche polemiche, laconica: la guerra (di questo si tratta per gli americani) si fa con quello che si ha. Perfettamente coerente con il pensiero dello stesso Rumsfeld, quando all'epoca dell'offensiva terrestre veniva criticata la scelta della dottrina delle forze snelle e si chiedevano più truppe. Se si pensa che gli Usa sono stati da sempre visti come l'icona delle forze armate tecnologiche come ci si può lamentare di carenze nei sistemi di protezione italiani o magari nell'addestramento disponendo di un budget per la Difesa ben al di sotto dell'1% del Pil?

Verrebbe allora da citare Rumsfeld: "La guerra si fa con quello che si ha". Appunto: per noi le operazioni di mantenimento della pace, o meglio, le operazioni militari, che a volte - altrimenti non sarebbero tali - comportano anche il combattimento, si fanno con quello che si ha. Con questi mezzi, con questi elicotteri e soprattutto con questi uomini.

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