Anno 2005

Cerca in PdD


E' ora di decidere cosa fare con le forze armate

Vittorio Vasari, 13 giugno 2005

Più volte, in relazione all'intervento italiano in Iraq, si è fatto riferimento all'articolo 11 della Costituzione per chiedere il ritiro delle truppe con lo slogan "l'Italia ripudia la guerra". A ben vedere però la citazione è stata sempre parziale. L'articolo 11 recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" e aggiunge "consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".

Chissà perché, a chi scrive il richiamo monco all'articolo 11 ricorda l'abusata citazione clausewitziana: "La guerra è la continuazione della politica … con altri mezzi" quando si dovrebbe leggere "…è la continuazione del procedimento politico con mezzi diversi". Forse l'accostamento dipende dal fatto che in entrambi i casi i protagonisti sono gli Stati, almeno all'epoca in cui gli asserti vennero elaborati. Ora bisognerebbe rivedere il tutto alla luce della perdita d'importanza degli attori statuali e, se vogliamo, alla trasformazione della guerra stessa, sempre meno clausewitziana. Riflettendo meglio, più della violazione dei principi sanciti dalla Costituzione il richiamo pacifista mette solamente allo scoperto un fatto noto: l'assenza di una politica estera nazionale.

A sentire il popolo arcobaleno ci si chiede, pur senza essere costituzionalisti, se la Carta fondamentale della Repubblica non vieti esplicitamente gli interventi militari. Tutti gli interventi. In tal caso non sarebbe in discussione solo la partecipazione alle missioni all'estero ma anche la legittimità di mantenere un costoso apparato militare. Probabilmente no, perché l'articolo 52 sancisce il diritto alla difesa della Patria e anche - con buona pace di chi vorrebbe trasformarle in forza di protezione civile - l'esistenza delle forze armate il cui ordinamento "si informa allo spirito democratico della Repubblica". Al riguardo è bene richiamare anche la Carta delle Nazioni Unite - il cui potere legittimante e taumaturgico proprio nel caso dell'Iraq è stato sempre invocato - che all'articolo 42 include l'intervento armato come risoluzione delle controversie anche se dopo il fallimento delle altre misure previste all'articolo 41. La Corea e il Golfo del '91, per citare due guerre inequivocabilmente classificabili come tali, ne sono la dimostrazione.

Nel 1999 gli aerei della Nato intervennero in Kossovo senza alcuna legittimazione dell'Onu. La campagna ebbe lo scopo di distruggere le forze serbe ivi schierate e di fatto acquisire il controllo della regione, che ancora oggi è, almeno formalmente, una provincia di uno Stato sovrano. In quella occasione venne coniata la definizione di "difesa attiva" e gli aerei italiani presero parte ai bombardamenti, con buona pace dell'articolo 11. Aerei col tricolore parteciparono anche alla Guerra del Golfo, questa sì clausewitziana e legittimata dall'Onu.

Tutto ciò induce a pensare che quello che si ripudia con l'articolo 11 sia la guerra di aggressione. Sembra piuttosto normale visto che i padri della Costituzione uscivano dal più sanguinoso dei conflitti della storia. Questo tipo di guerra dal punto di vista militare ha scopi ricorrenti: la distruzione delle forze nemiche, includendo in esse tutto il potenziale bellico, e la conquista di un obiettivo che il più delle volte è territoriale. Apparentemente questi due scopi mancano nell'intervento militare italiano in Iraq e a ben vedere non hanno mai caratterizzato gli interventi condotti dalle forze armate repubblicane. E allora perché abbiamo truppe a Nassirya?

Per il petrolio, suggeriscono alcuni recenti reportage. Effettivamente, per un paese petrolio-dipendente come l'Italia (il 55-60% del fabbisogno energetico), poter esercitare congiuntamente all'alleato americano il controllo sui maggiori giacimenti di greggio significherebbe ricevere indubbi benefici economici. Sarebbe la cruda materializzazione di un interesse nazionale: garantire l'approvvigionamento di idrocarburi, magari a basso costo. In realtà la sensazione è che non ricaveremo nessun beneficio diretto dall'intervento. L'industria, ma quello che più conta l'automobilista nostrano, continuerà a pagare "alla pompa" rincari determinati nell'arco di una notte quando in realtà sia il carburante nelle cisterne sia quello nelle raffinerie è stato acquistato al prezzo di settimane o mesi prima.

Chiarito a un sommario esame che la giustificazione della sporca guerra per il petrolio si dissolve più in fretta dei vapori di quest'ultimo, potrebbe presentarsi il vecchio adagio della contropartita sul piano delle relazioni internazionali. Però, anche in questo caso basterebbe osservare come le ambizioni nazionali di contare di più nel consesso mondiale - si pensi alla questione riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o delle iniziative del "direttorio" europeo - non vengano beneficiate dallo sforzo militare.

Bosnia, Kosovo, Albania, Afghanistan, Iraq - solo per citare le più note - sono missioni che sono costate o che costano denaro e purtroppo anche vite umane. Bisognerebbe giustificare perché inviamo contingenti militari all'estero. Con l'annunciato invio di 200 uomini in Darfur saliranno ad oltre 10.000 i militari fuori dai confini nazionali. Più di 3.000 in Iraq. Questo però comporterebbe il dover ammettere l'ovvio: le forze armate sono da sempre uno strumento di politica estera. Oggi più che mai visto che non si vede, anche nel lungo periodo, chi possa costituire una minaccia per il nostro paese in Europa e nel Mediterraneo - pur "allargato" - e che di conseguenza la difesa della Patria non sia più la missione principale. Provocatoriamente sarebbe meglio sapere che le nostre truppe sono nel Dhi Qar per gli accordi petroliferi piuttosto che sapere che sono lì e basta.

Ecco che l'articolo 11 scopre un pauroso vuoto. Lo strumento militare si modella sulle esigenze. Scomparso il pericolo di aggressioni dall'esterno, non possiamo pensare a un apparato militare da media potenza e lesinare stanziamenti alla Difesa. L'immigrazione non si combatte con navi, aerei o divisioni corazzate. L'unico modo per fermare le navi di clandestini con la "manu militari" è quello di sparagli addosso o di speronarle. La lotta al terrorismo, la vera minaccia di questo principio di secolo, potrebbe anche prevedere il ricorso alla forza; in un certo senso la partecipazione italiana nel 2003 a "Enduring Freedom" lo dimostra. Ma affermarlo apertamente comporta l'assunzione di responsabilità che superano le capacità politiche del paese.

E' dagli obiettivi di politica estera globali, che impegnano tutto il sistema paese, che dovremmo risalire ai compiti dello strumento militare e quindi alle sue dimensioni. Per poterne costruire e mantenere uno è poi necessario, in primo luogo, avere delle certezze di bilancio. Solo così è possibile programmare gli investimenti e l'approvvigionamento di mezzi e materiali. Se non si è in grado di assicurare questa costanza è meglio ridurre le ambizioni.

Basta con le portaerei, le fregate e i caccia da superiorità aerea o con le brigate pesanti. Se proprio si vuol continuare a inviare contingenti militari all'estero si investano le attuali scarse risorse su contingenti più piccoli, prevalentemente terrestri - come del resto fanno molte nazioni - salvaguardando - o se necessario rinegoziando - gli impegni assunti con la Nato e con l'Onu. In alternativa a truppe che si dibattono in problemi di bilancio meglio contribuire solo in denaro; costerebbe meno. L'Aeronautica ha già fatto ricorso al leasing e, almeno a giudicare da quanto sostiene un noto quotidiano economico, il ministero della Difesa potrebbe affidarsi ad altre forme della finanza creativa come il "vendor financing"; la Marina annaspa nelle acque agitate dalle Fremm; l'Esercito, che sostiene più dell'80% dell'impegno militare italiano all'estero è giunto - parole del suo comandante - al limite delle possibilità.

Viste le difficoltà di bilancio, si rinunci alla leadership, alle aree di responsabilità italiane e alle migliaia di uomini schierate all'estero. Per essere presenti in Iraq bastano 300-400 uomini - un battaglione - alle dipendenze di nazioni che possono sostenere ruoli di primo piano. Magari, anche per sgombrare il campo da ogni ipotesi di asservimento agli interessi americani, si potrebbero porre questi ridotti contingenti - e non solo in Iraq - alle dipendenze di un paese diverso dagli Usa, dalla Gran Bretagna o dalla Francia accettando così, anche formalmente, l'evidenza di un ruolo subalterno sullo scenario internazionale.

Venuta meno la funzione elettorale del ripudio costituzionale della guerra, peraltro svolta appieno, è il momento di affrontare il vero problema: cosa fare con le forze armate.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM