Anno 2005

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Industria militare israeliana e strategie connesse

Saverio Zuccotti, 11 gennaio 2005

Nel giorno in cui la tradizione vede la befana prodigarsi nel distribuire doni, da Gerusalemme arriva la notizia che le industrie della difesa di India e Israele si sono regalate un accordo di cooperazione del valore di 11,6 milioni di dollari. L'intesa è stata siglata di recente durante la visita di una delegazione di Nuova Delhi nello Stato ebraico e prevede tra le altre cose la produzione congiunta di proietti da 125 mm di tipo avanzato per carri armati. Nel complesso, l'ultimo accordo indo-israeliano potrebbe raggiungere un valore dell'ordine del miliardo di dollari e coprire un arco di tempo di cinque anni.

"La dirigenza dell'Imi (Israel Military Industries, ndr) guarda all'India come a un partner strategico e vi mantiene quindi una rappresentanza permanente" hanno dichiarato gli israeliani. E leggendo i programmi recenti dei due paesi non c'è da dubitarne: in due anni le imprese di Gerusalemme realizzeranno a Bihar cinque insediamenti chimico-industriali per lo sviluppo di esplosivi. Parallelamente, per la cifra di 30-40 milioni di dollari i tecnici israeliani cureranno l'aggiornamento dei razzi dell'esercito indiano.

Anche la Turchia, al pari dell'India, si è dimostrata negli ultimi anni un mercato particolarmente interessante per l'industria della difesa di Israele. Nel caso di Ankara, inoltre, l'intesa basata su solidi presupposti geopolitici è il presupposto per una partnership strategica ben più autentica e reale, foriera in ogni caso delle solite ricadute a sei zeri (668 milioni di dollari per l'ammodernamento di 170 carri armati turchi M60) e forse anche a nove (7 miliardi per la costruzione di un carro di terza generazione). Una partnership feconda quel tanto che basta per vincere anche la concorrenza di colossi come General Dynamics e Giat.

E tra i programmi dell'Imi c'è spazio pure l'Italia. Il 18 novembre il ministro della difesa del governo Sharon, Shaul Mofaz, ha incontrato a Roma il suo omologo italiano Antonio Martino e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Nel corso della visita è stato annunciato lo stanziamento congiunto di 181 milioni di dollari per "lo sviluppo di un nuovo sistema di guerra elettronica progettato per inabilitare i velivoli nemici".

Alcuni osservatori sottolineano come tale requisito trovi già una soluzione in un sistema israeliano per il disturbo della navigazione, dei computer, delle comunicazioni e dei sistemi di combattimento di un eventuale aereo nemico. Nulla è trapelato sugli altri filoni di collaborazione tra Italia e Israele, che comunque dovrebbero riguardare missili e altri sistemi di guerra elettronica.

Il caso italiano è tuttavia anomalo e piuttosto cervellotico, in virtù di una triangolazione che passa per Washington e fa di Roma e Gerusalemme due pedine di una più ampia manovra dell'amministrazione Bush. Quattro gli obiettivi di fondo che vengono indicati.

Uno. Creare un fronte comune tra Italia, Israele e gli Stati Uniti per precedere le iniziative di pace europee per la questione israelo-palestinese. Il coinvolgimento di Roma consentirebbe di rafforzarne il ruolo di fedele alleato degli Usa rispetto al resto d'Europa (Francia in primis).

Due. L'Italia rappresenta il baluardo più avanzato nei programmi strategici americani che riguardano l'Europa orientale, soprattutto dopo il trasferimento a est delle basi tedesche. Washington starebbe cercando di creare un legame tra Polonia e Israele e l'Italia dovrebbe adoperarsi come garante di questo inedito asse.

Tre. Bush è fermamente intenzionato a riproporre anche nel delicato teatro palestinese la stessa coalizione di volenterosi che sta operando in Iraq. Gli inglesi già si occupano di organizzare le strutture di intelligence palestinese e allo stesso modo anche l'Italia dovrebbe ritagliarsi un ruolo.

Quattro. La collaborazione nell'hi-tech militare consentirebbe di stimolare le economie di Israele e Italia, considerato che entrambe dipendono fortemente dalle loro industrie della difesa.

Corollario: con questo accordo l'industria elettronica italiana avrebbe la possibilità di fare un passo avanti rispetto ai concorrenti europei e incasserebbe il dividendo che secondo Bush spetta al nostro paese per il suo impegno nella guerra contro il terrorismo.

Sicuramente questi quattro punti sono più che esaustivi rispetto all'intera gamma delle possibili dietrologie. Se da una parte colpiscono le opportunità che dovrebbero aprirsi all'Italia sia in ambito tecnico-industriale che sul piano politico, dall'altra l'industria militare israeliana appare quantomeno sopravvalutata se vista come elemento in grado di influenzare l'attuale congiuntura economica o di intralciare in qualche modo il processo di integrazione europea.

Quest'ultimo aspetto ci riporta direttamente all'ormai manifesta vocazione degli Stati Uniti per il divide et impera: questa nuova strampalata poligonale strategica Washington-Londra-Roma-Varsavia-Ankara-Gerusalemme è talmente debole e inconsistente in Europa da configurarsi probabilmente come l'ennesimo cavallo di Troia made in Usa.

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