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| Anno 2005 | |
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L'imminente viaggio di George W. Bush in Europa cade in un periodo decisamente delicato per la crescente attualità del problema iraniano e per l'improvvisa ribalta della latente questione siriana. Nonostante che ci siano già sufficienti preoccupazioni per un'eventuale opzione militare che risolva l'intrigo persiano fatto di reattori nucleari e impianti per l'acqua pesante ("Mai dire mai" ha dichiarato in proposito il presidente degli Stati Uniti), Teheran e Damasco rappresentano due autentiche spine nel fianco nei rapporti tra Usa e Russia. Non sono certamente le sole: seppur per ragioni profondamente diverse, tengono loro buona compagnia la Georgia e l'Ucraina.
Per l'Unione Europea e per le sue prospettive strategiche il quadro comincia a essere terribilmente complicato. Il buon senso, l'atlante e gli studi energetici delineano un futuro in cui i destini di Europa e Russia appaiono indissolubilmente intrecciati. Lo scenario minimo si limita a correre lungo gli oleodotti e i gasdotti che dalla Siberia alimenteranno i paesi europei. Le ipotesi più ottimistiche vedono invece i muli del Cremlino abbeverarsi nei palazzi di Bruxelles, membri effettivi di una Unione Europea transcontinentale. Fondere le prospettive europee con quelle di Putin, tuttavia, è sempre più difficile. I problemi non sono né banali né di natura contingente. Si tratta semmai del riemergere dell'atavica inclinazione del popolo russo, storicamente portato ad avvertire un senso di accerchiamento. È questa la chiave di lettura con cui interpretare il supporto ai programmi nucleari degli integralisti iraniani, la vendita di missili ai siriani fuori dal tempo, le medievali macchinazioni in Georgia e le grossolane ingerenze in Ucraina. Se le manovre russe nel Caucaso o nell'est europeo appaiono perlomeno comprensibili, le provocazioni mediorientali costituiscono un inizio di una piccola guerra fredda clamorosamente fine a sé stessa. Se l'imperialismo sovietico, comunque teso a rompere l'accerchiamento, aveva anche il fine di espandere il modello socialista, quello di Putin è solamente difensivo e - potremmo dire - di interdizione. È chiaro - per dirla con Bush - che c'è un problema di mancanza di fiducia. La Russia evidentemente non è mai riuscita a metabolizzare il limpido processo di democratizzazione dell'est europeo e il conseguente naturale avvicinamento alle istituzioni euro-atlantiche dei vecchi baluardi sovietici. Davvero qui è mancata da parte russa una sincera fiducia verso il modello occidentale e democratico, che pure non ha brillato per eccesso di tatto. Nonostante quello che la nostra ingenuità, buonismo e magnanimità spesso ci inducono a credere, la Russia non è uscita dalla guerra fredda con una indolore conversione ideologica alla libertà, quanto piuttosto per una vera e propria sconfitta. E come vinti i russi si stanno comportando. Orgogliosi e diffidenti. D'altra parte, lamentare mancanza di fiducia dopo la condotta che si tenuta in Iraq ha un sapore un po' grottesco. Per quale ragione Mosca avrebbe dovuto subire le iniziative di Washington più passivamente di quanto hanno fatto Parigi e Berlino? Non è il caso di giustificare i russi, ma di comprenderli sì. E così, almeno per il momento, sta sfumando una grande occasione. Perché l'Europa ha bisogno della Russia. Senza arrivare a prevedere moscoviti tra i membri della Commissione Ue, russi ed europei hanno di fronte a sé enormi opportunità. In termini geopolitici, la costituzione di una partnership strategica tra Bruxelles e Mosca e di un blocco eurasiatico apre scenari sconfinati. In campo scientifico e tecnologico, la condivisione di risorse potrebbe creare un soggetto autonomo in grado di competere con americani, indiani e cinesi. Quale che sia la visione del presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, e l'intensità della sua amicizia con Putin e Bush, il nostro premier avrà un bel da fare per conciliare i suoi disegni a lunghissimo termine con le oggettive difficoltà di oggi. Certamente mancano due ingredienti essenziali: la fiducia dell'est europeo nel vicino gigante russo (la sua storia è troppo ingombrante per poter essere sepolta dalle macerie del Muro) e uno zar illuminato che, metaforicamente parlando, sposti ancora una volta la capitale da Mosca a San Pietroburgo. Fino a quando queste ultime due condizioni non saranno soddisfatte, inevitabilmente il riferimento e il baricentro dell'Ue tenderanno a collocarsi nell'oceano Atlantico. E il sistema euro-atlantico ed euro-asiatico continuerà a ridursi a un'equazione irrisolvibile.
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