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| Anno 2005 | |
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L'Italia onora le sue tradizioni militari con una quantità significativa di musei dedicati alle Forze armate, alle loro origini e alle loro specialità. Solitamente tutti si presentano al pubblico con un'offerta articolata sia in termini di varietà delle collezioni che di ampiezza delle epoche storiche abbracciate. Non fanno eccezione a questa regola i due musei a vocazione militare navale del nostro paese, ovvero quello tecnico di La Spezia e quello storico di Venezia. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a un crescente interesse verso un filone che in Italia non ha mai goduto di troppa fortuna: la trasformazione in museo di unità navali dismesse.
Ad oggi l'iniziativa che ha avuto più clamore è sicuramente quella del sommergibile Enrico Toti, eponimo di una classe di quattro piccoli battelli in servizio negli anni Settanta e Ottanta. Destinato a nuova vita presso il museo della scienza e della tecnica di Milano, godette qualche anno fa di diretta televisiva per celebrare il suo ultimo viaggio, con l'inedita risalita del Po fino a Cremona. Lì il battello ancora giace, poiché avvedute considerazioni tecniche hanno finora sconsigliato il trasporto di una mole tanto pesante sulla rete viaria ordinaria. Tuttavia ultimamente si vocifera di una possibile soluzione, sicché potrebbe passare non molto tempo prima che il sommergibile sia visitabile sulla terraferma di Lombardia, seppur diviso in sezioni. Mentre il Toti arruginiva ormeggiato nelle nebbie padane, a Venezia un altro sommerigibile della stessa classe - il Dandolo - tornava a nuova vita. Opportunamente restaurato e issato su un vecchio scalo, è diventato il simbolo del ritrovato splendore dell'arsenale cittadino. La suggestiva cornice architettonica e il tono un po' monumentale della sua posizione non devono comunque fare passare in secondo piano l'accurato intervento di conservazione che ha coinvolto il sommergibile in tutte le sue componenti interne. Sia quella del Toti che quella del Dandolo sono collocazioni particolarmente indovinate. Nel primo caso, l'essere ospitato nel museo Leonardo da Vinci rappresenta un giusto tributo alla tecnica della cantieristica nazionale, tornata alle costruzioni subacquee dopo la seconda guerra mondiale proprio con la classe Toti. Nel secondo, l'apparente contrasto tra le pietre dell'arsenale e il ferro del sommergibile costituisce un binomio del tutto particolare e affascinante. L'esposizione di entrambi, tuttavia, è funzionale rispetto ai contesti complessi e articolati in cui avviene. I due sommergibili, pur se dal sicuro appeal, rappresentano uno dei tanti elementi che compongono i loro spazi espositivi. Le dimensioni relativamente contenute, inoltre, privano i battelli di ogni pretesa di maestosità, riducendoli a poco più che curiosità tecniche. Queste considerazioni introducono l'esigenza di disporre di un'attrazione museale realmente focalizzata sull'elemento nave. Un'unità navale dismessa mantiene intatto gran parte del suo fascino. Può far rivivere nel visitatore le sensazioni e l'atmosfera di un ambiente operativo, riportando al centro dell'attenzione la vita sul mare e ponendosi come diretto testimone delle attività della Marina militare. Poiché la capacità di attrarre pubblico cresce all'aumentare delle dimensioni e del prestigio della nave, è sorta in Italia un'associazione il cui scopo è quello di trasformare in museo l'incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, recentemente posto in riserva per raggiunti limiti d'età. Si tratta senza dubbio di una scelta obbligata e fortunata: la più grande nave della Marina dal dopoguerra, escludendo ovviamente le portaerei oggi in linea (Garibaldi) o in costruzione (Cavour), si trova proprio in questi mesi in attesa di radiazione, con un grado di conservazione ancora più che accettabile. Ci sono molte ragioni per ritenere quella del Vittorio Veneto una scelta felice. Si tratta di un incrociatore che sfiora le 10 mila tonnellate di dislocamento e che si presenta con una mole imponente. Le sue capacità ibride esalteranno le caratteristiche di una nave combattente dotata dei sistemi d'arma classici e, allo stesso tempo, lasceranno intravedere gli aspetti legati al ruolo crescente dell'aviazione di Marina: il visitatore non potrà che godere di mille piccole emozioni. Anche il nome dell'unità è di particolare importanza, e richiama un luogo e un evento simbolo per la storia patria. Vittorio Veneto evoca anche l'altra nave che portò nel passato quel nome, ovvero la bellissima corazzata che prese parte alla seconda guerra mondiale. Fu una classe di navi da battaglia, la sua, moderna e ben riuscita, e fu questa la caratteristica che permise al Vittorio Veneto di sopravvivere al conflitto nonostante i due siluri incassati durante gli scontri in Mediterraneo contro la Royal Navy. Mentre la corazzata Roma veniva tragicamente piegata dalla sfortuna il 9 settembre 1943 e la Impero rimaneva incompiuta sugli scali, le altre due gemelle Vittorio Veneto e Italia (ex Littorio) terminarono la guerra internate dagli inglesi nei Laghi Amari, in Egitto, in attesa di un impiego nel Pacifico contro i giapponesi che mai si concretizzò. A fine della guerra le due corazzate furono restituite all'Italia affinché fossero demolite. Questo Vittorio Veneto, invece, forse riuscirà a salvarsi dalla fiamma ossidrica.
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