Anno 2005

Cerca in PdD


William C. Westmoreland, l'ultima battaglia

Saverio Zuccotti, 26 luglio 2005

Un pezzo dell'America più profonda se ne è andato assieme al generale William C. Westmoreland, spentosi la scorsa settimana all'età di 91 anni dopo averne trascorsi trenta a difendere il suo paese dalle più pesanti autocritiche seguite alla guerra del Vietnam. Nonostante che nel 1968, dopo tre anni di inutile escalation, avesse visto revocarsi il comando delle truppe americane impegnate nel conflitto, il generale Westmoreland non ha mai accettato di considerare persa quella guerra.

Lo animava infatti una visione fortemente idealistica, tipicamente americana: "La storia può giudicare l'esperienza dell'America nel Vietnam del sud come una delle più nobili crociate dell'uomo. Per dieci anni l'America ha tenuto il campo in Vietnam contro l'espansione del comunismo nel sudest asiatico, affinché le altre nazioni potessero maturare politicamente e resistere alle pressioni comuniste".

Tralasciando qualsiasi valutazione sul suo operato e sulle sue doti di stratega, Westmoreland può essere considerato il simbolo del cambiamento della nazione americana in quegli anni. Il Time, che nel 1965 lo incoronò Man of the year, lo definì come la "vigorosa personificazione del combattente americano". L'autorevole testata, nel maggio 1964, aveva già individuato in Westmoreland l'uomo capace di "fare l'impossibile". Indubbiamente un importantissimo sostegno per chi si accingeva ad assumere il comando delle forze americane in Vietnam.

Ma quel sostegno non sopravvisse a una guerra sempre più irta di oggettive difficoltà e tragiche storture. La strategia aggressiva del "search and destroy", varata da Westmoreland per annientare il nemico sul territorio, fu il preludio al Vietnam che noi tutti oggi conosciamo. "Non sapevi mai chi era nemico e chi amico. Tutti si assomigliavano e tutti si vestivano allo stesso modo", spiegava ad esempio un capitano dei Marines, che continuava "(i civili uccisi per errore) erano normalmente contati come nemici morti in virtù della regola non scritta secondo cui ogni vietnamita morto era un Vietcong".

Se gli americani e il mondo conobbero il Vietnam fu proprio grazie al generale Westmoreland, il quale introdusse i giornalisti embedded in prima linea, liberi di muoversi senza restrizioni e di scrivere senza censura con il pieno supporto materiale delle forze armate. Il tentativo del generale di fare la guerra fino in fondo e di raccontarla alla nazione - due encomiabili propositi - si trasformò in un vero e proprio boomerang, visto che gli inviati raccontarono giorno dopo giorno le derive del conflitto. Le perdite sempre più gravi riportate dai G.I. erano l'ennesima prova che i risultati sul campo erano tutt'altro che incoraggianti. Eppure il 21 novembre 1967 Westmoreland affermava pubblicamente di essere "assolutamente certo che dove il nemico nel 1965 stava vincendo, oggi sta certamente perdendo".

L'offensiva del Tet, a fine gennaio 1968, decretò la fine dell'esperienza di Westmoreland al comando delle truppe in Vietnam. Così commentò quella svolta del conflitto: "Militarmente la vincemmo noi, ma due giorni dopo il suo inizio Walter Cronkite annunciò in tv che noi avevamo perso, e quella diventò la verità. Se potessi tornare indietro, convocherei una conferenza stampa e darei la mia versione dei fatti". Ma l'America stava cambiando. Al paese idealista cui apparteneva Westmoreland se ne stava affiancando un altro di rottura, disilluso e quasi rivoluzionario in quel suo guardare con distacco e avversione ai giovani che partivano per la guerra.

Difendendo a spada tratta negli anni successivi quegli stessi giovani - ora congedati, ignorati e dimenticati - Westmoreland dimostrò una volta di più la sua salda tempra di comandante: "I veterani del Vietnam meritano anche più apprezzamento di quelli della seconda guerra mondiale e della Corea. Perché? Semplicemente perché in queste ultime il paese è stato in genere unito dietro ai suoi uomini che combattevano in battaglia. Ma non in Vietnam", affermò a un raduno di reduci. E laddove ammetteva la sconfitta militare dell'America, ne attribuiva le responsabilità a quanti avevano voltato le spalle ai suoi ragazzi, di cui ripeteva: "Essi possono stare certi che non sono stati loro a perdere la guerra".

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM