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| Anno 2005 | |
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Nonostante il latente clima ferragostano, anche la stampa quotidiana nazionale ha riportato con una certa enfasi la notizia della prima esercitazione congiunta tra Russia e Cina. "Peace Mission 2005", questo il tranquillizzante nome in codice assegnato all'evento, si chiuderà il 25 agosto dopo una settimana di manovre tra tutte le componenti di terra, mare e aria delle due potenze, con esclusione dell'artiglieria. Circa 10.000 gli uomini che vi partecipano: da parte russa si tratta di 1.800 militari, 17 aerei tra Su-27, Tu-22 e Tu-95 e tre navi. Il resto (incluse 60 unità navali di superficie e subacquee) batte la bandiera rossa dell'esercito popolare cinese. Teatro delle operazioni: le acque antistanti la città russa di Vladivostok e la provincia cinese dello Shandong.
Mentre Pakistan, India e Iran sono stati invitati a partecipare alla esercitazione inviando propri osservatori, gli Stati Uniti dovranno accontentarsi di guardare lo spettacolo dalla finestra. Satelliti, navi e aerei da pattugliamento P-3 accompagneranno dunque russi e cinesi nella loro attività congiunta, con lo scopo dichiarato (e ovvio) di carpire caratteristiche e criteri d'impiego dei sistemi impiegati. Pur gettando acqua sul fuoco e assicurando di avere ricevuto la notifica formale del wargame da entrambe le capitali, a Washington non si nasconde la preoccupazione per questa impennata nei rapporti tra Cina e Russia e ci si augura che ciò non venga a stravolgere gli equilibri della regione. Gli ultimi eventi sembrano dimostrare che la Sco (Shangai Cooperation Organization) sta assumendo connotati sempre più precisi con iniziative politiche panasiatiche. L'organizzazione, creata nel 2001 attorno a Cina e Russia con le adesioni di Kazakhstan, Kyrgyzistan, Tajikistan e Uzbekistan, ha tra i propri scopi la promozione della cooperazione nell'area attraverso rapporti non solo di buon vicinato, ma anche di collaborazione nei più disparati campi della vita civile. La Sco si conforma negli obiettivi alla Carta delle Nazioni Unite e cita apertamente valori quali democrazia e giustizia. Se si considera che tali ideali non sono ancora stati assimilati in pieno dai tessuti politici degli Stati che ne fanno parte, la Sco si presenta come un importante tentativo di garantire in futuro una vera stabilità su solide basi. A turbare questo quadro idilliaco, tuttavia, è arrivato lo sfratto da parte del governo uzbeko per le basi militari concesse in uso agli Stati Uniti, le quali dovranno essere abbandonate entro 180 giorni. Per pura coincidenza, qualche giorno dopo anche la nuova amministrazione del Kyrgyzstan ha fatto sapere che sarebbe buona cosa ridiscutere i protocolli che regolamentano la presenza dei soldati yankee nel paese. Per Washington, comprensibilmente, si tratta di un bel filotto di affronti che sarebbe riduttivo chiamare provocazione. Se nulla autorizza a pensare a una regia occulta, certo ci si trova di fronte a iniziative congiunte e condivise. Cosa pensare dunque di questa visione panasiatica promossa dalla Sco? Vi sono molti aspetti che sollevano più di un dubbio, tra i quali: la strategia di lungo termine della potenza cinese; la manifesta disparità geopolitica degli attori coinvolti; gli importanti risvolti della politica petrolifera, che potrebbero a questo punto diventare una questione interna del gruppo di Shangai (vedi l'oro nero kazako). Abbandonando invece ogni intento malizioso per provare a fare un esercizio di mistica politica, non si può fare a meno di notare che la Storia ha sempre espresso una visione pan-continentale al termine di ogni processo di evoluzione e maturazione. È successo nell'Ottocento con la dottrina Monroe dell'America agli americani, sta accadendo ora in Europa con il graduale affrancamento della Ue dagli Usa, può capitare nell'immediato futuro nel Far East. In questo, il ruolo predominante ricoperto della Cina nell'Asia del Ventunesimo secolo può benissimo trovare un precedente nella salvaguardia interessata dell'America latina da parte degli Stati Uniti di James Monroe. La prospettiva storica, pertanto, è più clemente nei confronti delle strategie di Pechino di quanto non lo siano gli analisti statunitensi. Considerato comunque che la Sco si trova ancora in una fase embrionale di sviluppo e che il sopraggiungere del peso dell'India potrebbe in futuro far prendere pieghe diverse da quelle oggi riscontrabili, il ruolo della Russia appare tutt'altro che ben delineato. Se dovessimo giudicare dagli episodi contingenti - e in particolare dalla esercitazione Peace Mission 2005 - si direbbe che sul gruppo di Shangai Mosca non abbia ancora fatto grossi investimenti. Limitandosi agli aspetti prettamente militari, la partecipazione russa all'esercitazione è assai poco significativa: 1.800 uomini sono poca cosa, tre navi non sono un granché e 17 aerei non costituiscono certo un dispiegamento massiccio. È vero che alcuni di questi velivoli sono bombardieri Tu-22 e Tu-95 (parte dei quali impegnati in lanci missilistici), ma è anche vero che senza di loro la partecipazione russa sarebbe scesa sotto ogni soglia di credibilità. Almeno da parte russa, quindi, l'esercitazione non sembra andare oltre il test di interoperabilità tra forze aereonavali. Un eventuale taglio realmente interforze con significative manovre a terra dovrebbe essere escluso dalla esiguità degli effettivi complessivamente coinvolti, circa 10.000: davvero un po' poco per due grandi paesi che condividono 4.300 km di frontiera terrestre e che schierano (i cinesi ben più dei russi) eserciti imponenti. Dicevamo del ruolo politico della Russia nella Sco. Da un lato appare evidente la necessità di controllare da vicino il nascere di una simile iniziativa: se gli Stati Uniti hanno già eroso i bastioni russi nell'Europa orientale e nel Caucaso, sarebbe imperdonabile lasciare ai cinesi analoga libertà d'azione ai confini sud-orientali del paese. Dall'altro, il fatto di farne parte ha tanto il sapore dell'ennesimo tentativo - più o meno disperato e opportunistico - di trovare un argine di fronte allo strapotere americano nel mondo. I fautori euroasiatici possono trovare in questa vicenda l'ennesima dimostrazione delle sterminate opportunità geopolitiche che l'Europa potrebbe trovare in Russia, se solo sapesse e volesse darle l'importanza che merita. Sia chiaro: progettare oggi profonde partnership con Mosca equivale a impegnarsi in un arduo e paziente lavoro di anni. I quotidiani italiani del 19 agosto, ad esempio, riferivano dell'acquisto da parte di Alenia del 25% della divisione civile della Sukhoi, nell'ambito di un progetto di piccoli jet per il trasporto aereo regionale. Ebbene, gli attori coinvolti hanno dovuto ricordare le difficoltà che ancora li separano dalla reale conclusione e formalizzazione dell'accordo, e questo a causa di vincoli normativi piuttosto rigidi riguardo l'ingresso di aziende straniere nelle società russe. L'affaire Alenia-Sukhoi, insomma, appare un vero e proprio caso da manuale che testimonia quello che la Russia può significare per l'Europa: opportunità commerciali, condivisione di know-how, progetti congiunti ma anche problemi di normativa e di mentalità. Già, la mentalità: chissà che il vero problema della Russia di oggi non sia la sua classe dirigente, che ancora deve conoscere una cesura reale rispetto alla organizzazione burocratica e farraginosa di stampo sovietico. È probabile che occorrerà aspettare la prossima generazione di politici per trovare a Mosca un interlocutore capace di parlare la stessa lingua dell'Occidente. Nel frattempo la prospettiva di una Russia vincolata alla potenza cinese appare un pericolo che, per quanto remoto, lascia intravedere un futuro inquietante. Per ora i legami tra Russia e Cina si limitano a una settimana d'agosto un po' movimentata per i loro soldati e a un intenso lavoro delle agenzie matrimoniali di confine, abili a far incontrare la domanda (cinese) di ragazze da sposare con l'offerta (russa) di figliole in cerca di marito. Oltre alle esercitazioni e agli affari di cuore, cominciano i sonni inquieti dell'Occidente.
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