Anno 2005

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L'impegno di nave Granatiere e i rischi della pirateria

Saverio Zuccotti, 29 agosto 2005

Dal 6 agosto la Marina militare ha raddoppiato la propria presenza nelle acque dell'Oceano Indiano, affiancando alla fregata Libeccio il pattugliatore di squadra Granatiere. Mentre la prima continuerà a operare nell'ambito di Enduring Freedom per la lotta al terrorismo, la seconda avrà il compito di garantire la sicurezza del traffico mercantile dopo i recenti episodi di pirateria che hanno coinvolto navi italiane in transito nel Corno d'Africa.

L'esperienza tragicamente maturata durante l'operazione Restore Hope aveva insegnato che dalla Somalia era meglio stare alla larga. Dieci anni dopo il ritiro da Mogadiscio la comunità internazionale scopre che neppure al largo delle sue coste si riesce a passare indenni. L'International Maritime Bureau, infatti, nel corso del 2005 ha già registrato nella regione 25 attacchi condotti contro navi mercantili. Ma "stiamo perdendo il conto", confessano allarmati all'Imb, classificando le acque somale tra le più pericolose del mondo.

Nelle ultime settimane si è assistito a una recrudescenza del fenomeno. Nel volgere di una settimana due mercantili italiani hanno subito attacchi, peraltro sventati dalla prontezza dei rispettivi comandanti. Il 21 luglio la nave da carico "Cielo di Milano", di proprietà dell'armatore D'Amico, ha utilizzato gli impianti antincendio di bordo per respingere l'assalto di due imbarcazioni ostili che avevano già aperto il fuoco con mitra leggeri e fucili. Cinque giorni dopo è toccato alla "Jolly Marrone", della Linea Messina, portare le macchine al massimo per seminare gli assalitori. Questi due gravi episodi hanno spinto Confitarma a chiedere al ministero della Difesa opportune misure di protezione. Da qui l'invio del pattugliatore Granatiere.

Qualcuno ricorderà l'ormai lontano 1987, quando i barchini dei pasdaran aprirono il fuoco su un'altra nave della Linea Messina: la portacontainer Jolly Rubino. Allora come oggi il governo fu sensibile alle richieste degli armatori e la Marina si trovò impegnata con il XX Gruppo navale a scortare i convogli di mercantili italiani in navigazione nel Golfo Persico. Le fregate al comando dell'ammiraglio Angelo Mariani furono in quel periodo, insieme alle unità della Us Navy, le uniche navi ad avventurarsi in profondità nelle tormentate acque del Golfo.

La missione assegnata a nave Granatiere in queste settimane presenta notevoli differenze rispetto a quel precedente. Qui si parla di pirateria condotta da organizzazioni malavitose e non dell'aggressività di frange invasate, come erano i Guardiani della rivoluzione iraniani ai tempi della guerra con l'Iraq. La situazione complessiva sembrerebbe dunque decisamente meno complicata e comunque senza gravi tensioni sullo sfondo. Il grado di minaccia, tuttavia, appare equivalente e con insidie maggiori. Materialmente, i pirati che operano al largo della Somalia dispongono anche di armi pesanti, come dimostra l'impiego di lanciarazzi contro una nave cisterna nel corso di un assalto avvenuto lo scorso 26 luglio.

Quello che più inquieta è però la sfrontata libertà d'azione dei pirati somali, che il 27 giugno scorso si sono impadroniti della Semlow, una nave da carico noleggiata dal Programma mondiale per l'alimentazione per trasportare 850 quintali di riso donati proprio al loro paese. I dieci uomini di equipaggio - quasi tutti africani - sono stati sequestrati insieme alla nave, mentre la loro liberazione è stata subordinata al pagamento di 500.000 dollari o, più modestamente, al beneplacito per la confisca del riso.

In ogni caso, nelle loro puntate offensive i pirati della Somalia si spingono con le loro imbarcazioni anche a 125 miglia dalla costa, come nel caso della Jolly Marrone. I santuari di partenza certo non sono minacciati dalla flebile autorità del Governo federale di transizione, più volte invocato a supporto delle trattative tra le autorità keniote, l'agenzia delle Nazioni Unite e i sequestratori.

Altro continente, stesso problema. In Asia le statistiche avevano registrato a inizio anno un drastico calo degli assalti nello stretto della Malacca, probabilmente perché anche i pirati locali erano stati travolti dallo tsunami del 26 dicembre. L'illusione è durata poco: la pirateria è tornata ai suoi ritmi consueti e le cifre hanno ripreso a galoppare. La tregua di inizio anno falsa in parte le statistiche ma con 42 episodi segnalati l'Indonesia continua a mantenere il dubbio primato degli arrembaggi in mare.

"Guerra, attacchi, terrorismo e relativi pericoli". "Questo lo scenario dipinto da un comitato dei Lloyd. Se questo è il preludio a un aumento dei premi assicurativi per le 60.000 navi che attraversano ogni anno lo stretto della Malacca, per armatori e consumatori saranno guai. Nel frattempo, cinque società inglesi e americane hanno costituito delle marine private che per soli 50.000 dollari a nave offrono servizi di scorta su quella rotta disgraziata.

Stretto della Malacca e Somalia, ma anche Iraq, Nigeria e Libano: la lista nera del comitato dei Lloyd include le aree più calde e trafficate del pianeta. Lo stretto della Malacca, si sa, è un budello attraverso il quale transita un terzo del commercio marittimo mondiale e il 50% delle petroliere. La Somalia, dal canto suo, registra davanti alle sue coste un gran via vai di navi: è la porta di ingresso del Mar Rosso e quindi del Mediterraneo.

La nuova chiave di lettura della pirateria, in realtà, è il rischio di connivenza e cooperazione con il terrorismo. L'interesse di al-Qaeda per il mare è ben noto dal giorno dell'attacco al cacciatorpediniere americano Cole ed è stato recentemente confermato sia dai falliti attacchi di Aqaba sia dagli allarmi che hanno turbato la sosta in Turchia di quattro navi da crociera. Su queste minacce si fondono altri scenari non meno oscuri, dalla flotta fantasma di 15 navi fino ad arrivare ai temuti sommozzatori kamikaze.

Da tutte queste ipotesi al dirottamento di una nave il passo è breve: nella prima metà del 2005 si sono già registrati sei casi, per fortuna ad opera dei soli pirati. A quando, però, una loro joint venture con il terrorismo islamico? Quando vedremo i primi equipaggi da preda e le squadre d'abbordaggio composte da membri di al-Qaeda? Non è da escludere, tuttavia, che i pirati si facciano due conti in tasca e decidano di non aprire ai terroristi: al primo episodio clamoroso rischierebbero di trovarsi l'intera marina americana di fronte a casa.

Quale che sia la matrice dei dirottamenti, la Marina militare è sicuramente pronta a fronteggiare ogni situazione. Il comunicato stampa che annuncia l'invio di nave Granatiere nel Corno d'Africa, infatti, parla anche di una componente delle forze speciali imbarcata a bordo. Guarda caso, per gli incursori di Marina del Comsubin l'assalto a navi dirottate è un tema classico del loro addestramento, abitualmente ripetuto su una vecchia unità militare ancorata presso la loro base al Varignano. L'impressione è che, con una nave militare in pattugliamento dedicato e un team di incursori pronti a intervenire, i pirati somali dovrebbero avere ora qualche grado di libertà in meno.

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