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| Anno 2005 | |
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Martedì 13 settembre, a margine della sessantesima assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha ricevuto a New York il suo omologo cinese Hu Jintao. A giudicare dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa, l'agenda dell'incontro deve essere stata piuttosto fitta ed esaustiva. Davanti ai giornalisti, infatti, i due hanno accennato a una grande varietà di temi che spaziavano dalle grandi questioni di fondo alle emergenze contingenti, dai diritti umani all'influenza dei polli.
Se Bush ha gettato sul tavolo i nodi cruciali della Corea del Nord e dell'Iran, Hu Jintao ha ricordato (con toni peraltro concilianti) la questione di Taiwan e la tutela delle proprietà intellettuali. Per il resto, l'ospite cinese si è prodigato in ogni sorta di rassicurazioni e di gentilezze per la catastrofe di New Orleans. C'è da chiedersi cosa avranno pensato di tanta cortesia i vari think-tank d'America, quelli che non perdono mai l'occasione per tracciare i più foschi scenari in vista di un futuribile scontro con la potenza asiatica. Dalla loro parte vi sono le ineccepibili proiezioni che vedono la marina militare cinese avvicinarsi sempre più pericolosamente ai livelli di forza della Us Navy. La flotta di Pechino sta crescendo infatti anno dopo anno, soprattutto nei contenuti tecnologici. Ne sono una prova i sei caccia tipo 052C, che imbarcano un sistema di combattimento terribilmente simile all'americano Aegis e i cui primi due esemplari risultano già completati. Parte dei 21 caccia e delle 43 fregate oggi in servizio dovranno essere sostituiti nella prossima decade con nuove unità, alle quali si aggiungeranno veri e propri incrociatori simili ai russi della classe Slava, pesantemente armati. Nei programmi di espansione della flotta si registra nel contempo una sorta di prudenza nel segmento delle portaerei, la cui acquisizione viene evidentemente giudicata prematura e non prioritaria. I numeri della componente subacquea sono quelli che più di tutti tolgono il sonno agli analisti occidentali: al momento sono in servizio 57 sottomarini, 51 dei quali diesel e 6 a propulsione nucleare. Pechino sta seguendo in questo campo una duplice strada: da un lato continua ad avvalersi del supporto dei russi, come dimostra la decisione di acquisire altri otto sommergibili classe Kilo; dall'altro, sta accumulando sempre più esperienza con progetti nazionali relativi a battelli sia nucleari che convenzionali. In quest'ultimo caso, tuttavia, non sono mancati i problemi tecnici che hanno sensibilmente rallentato i programmi in corso. Con una simile escalation di ferro e cannoni a fare da sfondo, c'è chi accusa Donald Rumsfeld di non avere ancora colto il nocciolo del problema: alla vigilia di una nuova guerra fredda - sostengono alcuni ambienti - non ha senso procedere sulla perversa via della riduzione delle forze navali, né tanto meno delle infrastrutture di supporto (cantieristica in primis) con il Base Realignment and Closure Act. In questo oceano di Cassandre tocca allora ai militari provare a smorzare i toni. Due giorni prima del vertice di New York, il comandante delle forze americane nel Pacifico - ammiraglio William Fallon - ha dichiarato che la cooperazione militare tra Stati Uniti e Cina deve allinearsi ai progressi già registrati in campo politico ed economico. Se l'è presa poi con chi ha gettato benzina sul fuoco estrapolando alcune affermazioni del segretario di Stato sulle possibili conseguenze che la crescita della spesa militare cinese potrebbe avere sulla stabilità della regione. In proposito, l'ammiraglio ha salomonicamente osservato che se il Pil di un paese cresce, è naturale che le spese militari aumentino in proporzione. "Noi non vediamo nella Cina un nemico né una inaccia", ha concluso l'alto ufficiale statunitense. Donald Rumsfeld, in partenza per Pechino il mese prossimo, non può che ringraziare per questa preziosa opera di diplomazia conciliatrice.
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