![]() |
| Anno 2005 | |
|
|
Tra le pubblicazioni più interessanti che si trovano sul sito della Rand Corporation - un istituto di ricerca sulla Difesa sponsorizzato dalle forze armate americane - segnaliamo il recente “American Carrier Air Power at the Dawn of a New Century”, uno studio di Benjamin S. Lambeth commissionato dalla Us Navy. L'opportunità di un'analisi approfondita e organica trova piena giustificazione già nell'introduzione, dove si osserva il ruolo centrale e determinante ricoperto dalle portaerei nel corso delle prime due guerre del XXI secolo: la campagna Enduring Freedom contro l'Afghanistan dei Talebani e l'operazione Iraqi Freedom per rovesciare il regime di Saddam Hussein.
Il secondo e il terzo capitolo della pubblicazione vertono proprio sulle operazioni aeronavali condotte nell'ambito della guerra al terrorismo. I numeri che vengono snocciolati dall'inizio alla fine sono impressionanti e dimostrano come l'intero impianto dottrinale della Us Navy poggi su solidissime fasi. Quanto descritto a proposito dell'impiego delle portaerei contro l'Afghanistan e l'Iraq costituisce infatti la più chiara dimostrazione di cosa vogliano dire concetti come Sea Strike o Sea Basing, che assieme al Sea Shield rappresentano i pilastri della vision battezzata Sea Power 21. Pur non esaurendosi con Nimitz e sorelle, i due concetti si fondono e ottengono una validazione che appare definitiva se applicati alle portaerei. Tra le miriadi di cifre fornite, ne citiamo un paio che riteniamo tra le più significative. Durante Enduring Freedom i caccia dell'aviazione navale americana hanno colpito obiettivi distanti anche 750 miglia dalle portaerei, frantumando oltretutto ogni residua illusione di immunità per chi vive ben dentro la linea di costa. Inoltre, con 14-16 ore di operazioni di volo per portaerei, i velivoli della Us Navy hanno sostenuto il 72% dello sforzo totale americano in termini di numero di missioni. Le prospettive del Sea Basing sono già state anticipate nel marzo 2003 con il Fleet Response Concept, un'iniziativa volta a massimizzare la disponibilità delle navi portaerei. La formula magica, pienamente sperimentata durante Iraqi Freedom, si chiama 6+2: sei Cvn pronte entro trenta giorni, altre due mobilitabili in tre mesi (la gigantesca esercitazione Summer Pulse dell'estate 2004 dice niente?). Ottenere una simile disponibilità significa stravolgere l'abituale schema della Us Navy: non più 6 mesi di navigazione e 18 di ricondizionamento a sequenza fissa, ma un impiego più flessibile e aperiodico in base alle situazioni contingenti. Studi mirati sulle modalità di addestramento e sui cicli manutentivi dovranno consentire di mantenere lo schema 6+2 anche in caso di riduzione da 12 a 11 del numero di portaerei in servizio. Il Sea Strike è già da tempo declinato in tutti i suoi aspetti, e ancor più lo sarà in futuro. L'impiego di munizionamento intelligente ha consentito di elevare a potenza il numero di obiettivi colpiti a ogni ondata (passati da 2-3 a oltre 130), riducendo nel contempo di una quindicina di caccia il parco aerei imbarcato. Le doti nautiche e i nuovi sistemi introdotti sulle portaerei del futuro (la prima Cvn-21 è attesa nel 2015) faranno poi fare un significativo passo avanti verso l'operatività cosiddetta 24/7. Un'ultima considerazione merita poi l'impatto delle "big-deck" anfibie (Lha e Lhd) sul potere aereo della Us Navy. Ha fatto bene l'Autore di questo studio a trascurarlo completamente? Soffermandosi sull'accezione di potere aereo puramente accademica e tradizionale, probabilmente bisogna dargli ragione. In parte ci fornisce una risposta indiretta quando scrive che l'opzione di realizzare piccole portaerei in luogo delle Cvn-21 fu a suo tempo scartata dalla Us Navy: evidentemente non fu ritenuta competitiva dal punto di vista operativo. Tuttavia, dalla descrizione dei progressi dell'aviazione navale che viene fornita nel sesto e ultimo capitolo, si potrebbero desumere interessanti margini d'impiego anche per le tuttoponte più piccole. Noi europei, che abbiamo fatto di necessità virtù a proposito del "piccolo è bello", non esiteremmo a vedere mirabolanti potenzialità nelle Lhd associate a F-35, Uav, Ucav e convertiplani. Invece - verrebbe da osservare empiricamente - per gli americani il potere aereo esiste solo dove i ponti di volo sono lunghi quanto basta per far decollare gli E-2C/D. Dobbiamo dunque aspettare gli Uav Aew (impudico delirio di sigle che si riferisce agli aerei senza pilota per la sorveglianza radar) per vedere applicato il potere aereo anche alle navi anfibie? Forse non basterà, perché i Marines continueranno a mantenere invisibili agli occhi degli ammiragli i ponti di volo delle loro portaeromobili, per evitare di farseli gradualmente strappare. O più semplicemente, la Marina continuerà a non ritenerli indispensabili.
|