Anno 2005

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Quattro considerazioni sulla pirateria del mare

Saverio Zuccotti, 16 dicembre 2005

Il latente incubo piratesco nei mari più caldi del pianeta guadagna gli onori delle prime pagine in occasione degli assalti più clamorosi e delle imprese più temerarie. L'ultimo di una lunga serie è avvenuto lo scorso 5 novembre a 160 km dalle coste somale, dove due piccole imbarcazioni hanno aperto il fuoco con mitragliatrici e lanciarazzi contro la nave da crociera Seabourn Spirit. Una serie di manovre evasive ha consentito di respingere in qualche modo l'attacco, limitando per fortuna il bilancio dell'azione a un solo ferito tra i membri dell'equipaggio. I dettagli dell'evento e ciò che ne è seguito meritano di tornare sull'argomento pirateria con almeno quattro considerazioni.

Uno: una volta di più è stato confermato che le navi da crociera costituiscono un ghiotto bersaglio per chi è alla ricerca di un ricco bottino da conquistare o per chi vuole firmare un nuovo 11 settembre del mare. Nel primo caso, apparentemente il minore dei mali, la semplice pirateria può evolvere verso forme ancora più odiose come il sequestro di equipaggi o di interi bastimenti (vedi l'inverosimile caso del mercantile Semlow). Certo tenere in ostaggio una nave da crociera carica di turisti occidentali non rimarrebbe impunito come nel caso di equipaggi afro-asiatici e di navi da carico semidimenticate, ma l'imprevedibilità degli scenari non induce alla tranquillità. Il rischio di una compenetrazione tra terrorismo e pirateria è forse l'aspetto più preoccupante, come dimostra tra l'altro l'allarme scattato questa estate per alcune navi da crociera in sosta nei porti turchi.

Due: la corsa alle contromisure è già scattata. L'Italia, sensibile alle esigenze della sua marina mercantile, non ha esitato a inviare unità da guerra per pattugliare le acque del Corno d'Africa. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno diramato una sorta di prontuario di sopravvivenza per le navi che transitano in quell'area. Navigazione in convoglio, distanze di sicurezza dalla costa e contatti radio costanti costituiscono le classiche raccomandazioni, ma nel frattempo si è fatto uso di nuove e curiose soluzioni. Uno degli strumenti con cui la Seabourn Spirit ha respinto l'attacco dei pirati è stato l'uso di Lrad (Long Range Acoustic Device), vere e proprie armi non letali capaci di generare un suono insopportabile alle orecchie di chi ne è investito. Si tratta senza dubbio di una soluzione molto interessante, nata per impieghi proprio di questo tipo e poi utilizzata per missioni di ordine pubblico di varia intensità (dalle strade di New York a quelle Falluja, tanto per intendersi).

Tre: la mappa degli hotspot conferma le acque della Somalia e dello Stretto della Malacca come le più pericolose, ma registra attacchi anche presso il terminale petrolifero di Bassora in Iraq e al largo di Bonny River in Nigeria. Considerata comunque la spaventosa vivacità dei pirati somali, a fine novembre l'Imo (International Maritime Organisation) ha adottato una risoluzione in cui si afferma che quanto sta avvenendo nel Corno d'Africa potrebbe essere portato all'attenzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Tutte le nazioni interessate dal problema sono invitate a prendere una serie di contromisure energiche ed efficaci ma che rimangano nell'alveo della legalità: un ottimo proposito che di fatto non aggiunge nulla a quanto le varie marine - militari e mercantili - stanno già facendo di loro iniziativa. Anche l'appello per un maggior impegno rivolto al governo di transizione di Mogadiscio lascia il tempo che trova, non foss'altro per la dose di anarchia che domina il paese e per l'incerta sfera di influenza su cui può fare conto quell'embrionale entità di governo. È tuttavia saggia e doverosa l'osservazione secondo la quale il rischio di abbordaggi e dirottamenti si sta ritorcendo contro lo stesso popolo somalo, visto che la regolarità dei rifornimenti di generi di prima necessità non può essere garantita in una cornice di sicurezza tanto fragile.

Quattro: un'azione repressiva contro i santuari in cui si rifugiano i pirati per il momento continua a essere esclusa e probabilmente lo sarà fino a quando qualche assalto non si concluderà con una esplosione, con una mattanza, con un disastro ecologico o con quant'altro sia contemplato nella gamma delle tragedie. Ad oggi, tali raid punitivi sono sconsigliati per diverse ragioni, certamente di ordine giuridico (rispetto della sovranità e del diritto internazionale) e forse anche di natura tecnica (intensa attività di intelligence per la localizzazione dettagliata dei gangli vitali dei pirati). È vero tuttavia che nel caso somalo le implicazioni legali possono essere vincolanti solo fino a quando la locale vacanza governativa non si trasforma in una minaccia più seria di quanto già non lo sia oggi. In ogni caso, sono sempre di più quelli che osservano come, storicamente, la pirateria sia stata vinta sempre e solamente con l'uso della forza.

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