Anno 2006

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L’involuzione dei rapporti Usa-Russia

Franco Apicella, 15 maggio 2006

Il vice presidente Usa Cheney ha visitato nel periodo 4-8 maggio Lituania, Kazakistan e Croazia. A Vilnius nel discorso ufficiale del 4 maggio ha accusato la Russia di usare le compagnie petrolifere statali come “strumenti di intimidazione o di ricatto”. Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato sottolineando che forse Cheney non aveva avuto informazioni corrette dai suoi collaboratori e che “la democrazia è necessaria non solo all’interno dello Stato ma anche nella arena internazionale”. Di rimando il vice presidente Usa ha confermato che la sua frase era “una parte contenuta e misurata del suo discorso, elaborato con attenzione e minuziosamente controllato”.

Questo è solo l’ultimo degli episodi che da qualche tempo indicano una possibile involuzione nei rapporti tra Russia e Usa. Sembra che si stia creando una nuova contrapposizione, del tutto diversa dall’antagonismo bipolare della Guerra Fredda. Gli Usa sono in preda alla sindrome da superpotenza unica e rifiutano di vedere nella Russia qualcosa di diverso dal declino. A Mosca rimarrebbe una sola arma, per di più impiegabile prevalentemente contro gli Stati suoi ex territori o satelliti: l’energia.

Intanto però si torna a parlare con insistenza degli armamenti strategici nucleari da entrambe le parti. Con una dichiarazione resa il 13 aprile scorso da Yury Solomonov, direttore e capo progettista presso l’Istituto per la tecnologia del calore, la Russia fa sapere che entro il 2020 disporrà di almeno 2.000 testate nucleari per le sue forze missilistiche strategiche (cfr. PdD 18 aprile 2006).

Gli Usa invece - secondo uno studio pubblicato da International Security e ripreso in stralcio da Foreign Affairs nel numero di marzo-aprile - sarebbero sul punto di raggiungere la nuclear primacy, ossia la capacità di distruggere al primo attacco gli arsenali nucleari strategici di Russia e Cina. I due autori dello studio sono arrivati a questa conclusione attraverso una simulazione computerizzata con dati non classificati, utilizzando i vari sistemi dell’arsenale nucleare Usa (missili balistici intercontinentali, missili da crociera lanciati da bombardieri strategici, missili lanciati da sottomarini nucleari) in funzione delle caratteristiche dei diversi obiettivi da colpire.

Secondo gli autori, i dati reali, che accreditano agli armamenti maggiore precisione e potenza, darebbero ovviamente risultati ancora più drastici. Neppure le prospettive di ammodernamento dell’arsenale russo potrebbero cambiare il risultato; ancora meno l’incremento di quello cinese, oggi del tutto esiguo con un solo sottomarino nucleare operativo, 18 missili intercontinentali in postazioni fisse e pochi obsoleti bombardieri strategici a medio raggio.

Stabilita la nuclear primacy, se ne ipotizzano due possibili conseguenze. Primo caso: gli Usa tendono a impedire che una qualsiasi potenza possa diventare “competitore alla pari” e che Stati più deboli possano minacciarli in regioni critiche come per esempio il Golfo Persico. In tale caso, affermano gli autori, “se Washington continua a credere che questa posizione di predominio sia necessaria per la sua sicurezza, allora i benefici della nuclear primacy potrebbero essere superiori ai rischi”. Secondo caso: gli Usa adottano una politica estera più contenuta, rinunciando ad azioni come le esportazioni forzate di democrazia e gli attacchi preventivi contro la proliferazione di armi di distruzione di massa. I benefici della nuclear primacy sarebbero allora vanificati dai pericoli.

Non viene indicata quale delle due alternative sia preferibile, ma si potrebbe rovesciare il ragionamento: visto che la nuclear primacy è un dato di fatto e che l’arsenale nucleare Usa continua a crescere in qualità, per ridurre i rischi è inevitabile scegliere la prima opzione, la politica di predominio. Questo studio può essere considerato semplicemente come l’ultimo prodotto, in ordine di tempo, di uno dei tanti think tank governativi e non, che da decenni si misurano con le teorie dell’impiego dell’arma nucleare. Ma anche dal versante convenzionale vengono segnali analoghi, come il saggio pubblicato da Pinr il 24 aprile scorso con il titolo “ Russia's Military Strategy: Preparing for the Wrong War?”.

L’autore presenta una analisi di tutte le debolezze del sistema militare russo: inefficienza dell’industria della Difesa, investimenti insufficienti, armamenti obsoleti, problemi del personale. Lo strumento militare russo in sostanza non sarebbe in grado di attuare quella trasformazione, già in atto nelle forze armate occidentali, che dovrebbe renderlo expeditionary e quindi in grado di fronteggiare le minacce attuali ed emergenti.

La situazione è complicata, secondo l’autore, dalla priorità attribuita dal presidente Putin alle forze missilistiche strategiche, mentre lo status di superpotenza cui la Russia aspira richiederebbe la modernizzazione della componente convenzionale. L’autore guarda all’Armata russa attraverso i parametri che oggi vanno per la maggiore in occidente. Ma non è detto che quei parametri possano essere riprodotti integralmente in Russia e che Putin abbia le stesse visioni net centriche di Rumsfeld.

La Russia ha certo grandi difficoltà nell’ammodernamento della Difesa, ma sarebbe imprudente pensare che la sua dirigenza non conosca o sottovaluti il problema. Se non adotta il modello occidentale avrà le sue ragioni, non ultima forse quella di scalzare in un futuro meno lontano possibile la nuclear primacy americana. Fa pensare invece il fatto che si stia radicando negli Usa l’idea di una supremazia planetaria incontrastata nel futuro prevedibile, con conseguenze ancora tutte da scoprire.

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