![]() |
| Anno 2006 | |
|
|
Dalle conferenze stampa e dai comunicati ufficiali dell’ultima “ministeriale” Nato svolta a Brusselles l’8 giugno è possibile cogliere alcuni interessanti argomenti, primo tra tutti la dimensione che l’Alleanza intende dare al suo strumento militare. Si legge in uno dei comunicati che i ministri della Difesa riconoscono “l’esigenza di un cambiamento verso la capacità di condurre un numero più elevato di operazioni di dimensioni più piccole, ma impegnative e diverse, rispetto a quanto pianificato nel passato”, pur mantenendo la capacità necessaria per “operazioni più consistenti, incluse quelle ad alta intensità”.
Il portavoce della Nato James Appathurai in conferenza stampa ha fornito qualche elemento più concreto su questi orientamenti. La Nato dovrà essere in grado di condurre contemporaneamente fino a sei operazioni a livello brigata o divisione – ciascuna con l’impiego massimo di 30.000 uomini – e due operazioni su larga scala, a livello corpo d’armata, schierando per ciascuna fino a 60.000 uomini. Questo significa che complessivamente le Forze armate dei Paesi Nato dovrebbero essere in grado di schierare – e mantenere sul terreno per periodi di tempo anche prolungati – fino a 300.000 uomini. Se si pensa alle difficoltà che l’Alleanza incontra talora quando si avvia il processo di force generation per una operazione, l’indicazione data da Appathurai sembra ottimistica, anche se il portavoce ha fatto notare che l’insieme delle forze rese disponibili dai Paesi membri alla Nato ammonta a un milione e 400.000 uomini. Sarebbe tuttavia da verificare l’effettivo livello di operatività e di spendibilità dei contributi potenziali. La Nato indica dunque il nuovo livello di ambizione - come lo ha definito Appathurai - della struttura delle sue forze. Gli orientamenti sono delineati nella “Ministerial guidance”, documento classificato approvato a Brusselles dai ministri e basato sulla “Comprehensive Political Guidance” che è stata concordata lo scorso anno da tutti i Paesi e sarà presentata al prossimo vertice di Riga a novembre. La ratio politica alla base delle decisioni contenute nella “Ministerial guidance” è stata individuata nelle nuove esigenze di sicurezza “che richiedono la capacità e la flessibilità di condurre operazioni in circostanze in cui gli sforzi di diverse autorità, istituzioni e nazioni devono essere coordinati per raggiungere i risultati desiderati e per condurre, tra le altre, operazioni di stabilizzazione e fornire supporto militare alle operazioni di ricostruzione”. Tradotto nel linguaggio politico italiano: multilateralismo e operazioni di pace. Non sarà tuttavia facile trovare il supporto concreto di tutti i Paesi. Tra le indicazioni della “Comprehensive Political Guidance” c’era anche la quota di Pil da dedicare alla Difesa: il 2 per cento. Il portavoce della Nato si è affrettato a precisare che non si tratta di un impegno vincolante, ma solo della indicazione di un traguardo che per ora sarebbe stato raggiunto solo da sette dei 26 Paesi dell’Alleanza. Analoga è la situazione delle operazioni in atto in Afghanistan dove la fase di espansione del contingente Nato Isaf verso sud è condizionata dai contributi delle singole nazioni e dalle sensibilità politiche nei confronti delle regole di ingaggio più robuste che sono ritenute necessarie per dare pratica attuazione al piano. Di fatto queste regole servono a tutelare gli uomini sul terreno ma, configurando un profilo di operazioni più vicine al peace enforcing che al pecae keeping, possono urtare certe suscettibilità delle pubbliche opinioni o di alcuni politici. A conferma della delicatezza del problema Afghanistan, nel corso della “ministeriale” c’è stato spazio anche per un incontro del Consiglio nord atlantico riunito a livello ministri della Difesa con i Paesi non Nato che contribuiscono alla missione Isaf. Al termine il segretario generale Scheffer e il ministro della Difesa afgano Abdul Rahim Wardak hanno tenuto una conferenza stampa congiunta. In un successivo incontro con i giornalisti il portavoce della Nato ha precisato che l’espansione verso sud inizierà tra fine luglio e agosto e che il segretario generale auspica di poterne annunciare il completamento in occasione del vertice di Riga a novembre. Considerando che se ne discute da mesi, non si può certo parlare di rapidità di esecuzione. Un altro argomento che ha impegnato i ministri è stato il finanziamento comune (common funding) delle operazioni Nato. Il problema è legato anche all’impiego della Nato response force (Nrf) di cui si aspetta entro Riga la dichiarazione di completa operatività. La rotazione tra vari comandi e Paesi della responsabilità di questa componente di punta delle forze Nato rende iniquo il criterio di finanziamento finora adottato: le spese sono sostenute da chi in quel momento impegna le sue forze, il cui impiego viene però deciso collegialmente. Si pensa, per rimediare all’inconveniente, di ricorrere a fondi comuni a similitudine di quanto avviene da molti anni per la flotta degli Awacs, gli aerei radar di proprietà della Nato. Non sono però emerse indicazioni precise e tutto è stato rimandato al vertice di Riga, creando così per questo evento aspettative sempre maggiori.
|