Anno 2006

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Recensione. La bomba di Hitler, di Ranier Karlsh

Franco Apicella, 14 dicembre 2006

Chi vuole andare oltre l’alone di leggenda che ha sempre circondato l’argomento leggerà con interesse “La bomba di Hitler” di Rainer Karlsch pubblicato da Lindau. Attraverso una meticolosa ricostruzione, fatta in collaborazione con storici, scienziati e tecnici, l’autore ripercorre gli eventi che portarono gli scienziati tedeschi a sviluppare la “bomba”.

L’evento conclusivo – secondo le risultanze degli studi di Karlsch – sarebbe stato un test nucleare svolto nei primi di marzo del 1945 a Ohrdruf in Turingia. In merito alla tipologia dell’ordigno impiegato l’autore avanza quattro ipotesi, propendendo alla fine per una carica cava nucleare in cui si sarebbero prodotti contemporaneamente effetti assimilabili a quelli della fissione e della fusione nucleare usati nelle bombe sviluppate in seguito.

Per apprezzare a fondo il lavoro di ricerca e ricostruzione svolto da Karlsch sono necessarie nozioni scientifiche in alcuni casi fuori della portata del lettore comune. La narrazione richiede attenzione per tenere le fila di luoghi, eventi e personaggi ma riesce sempre a risvegliare curiosità sull’aspetto tecnologico degli esperimenti. Una schematica illustrazione fuori testo con cui collegare natura e finalità delle varie componenti che hanno portato alla costruzione della bomba – dal ciclotrone alle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, dall’acqua pesante ai reattori nucleari – potrebbe essere di aiuto al lettore.

Al di là dei contenuti più strettamente scientifici, si possono individuare nel libro fatti di cronaca e di storia di grande interesse. Colpisce il notevole numero di gruppi di lavoro e di enti civili e militari coinvolti nelle ricerche, ma senza una direzione unica e scarsamente coordinati tra di loro, quando non addirittura in concorrenza. Un colpo al mito dell’organizzazione e dell’efficienza teutonica. Curiosamente nell’intera vicenda ebbe un notevole ruolo il ministero delle Poste, anche per l’attivismo del suo titolare dal nome altrettanto curioso di Ohnesorge, l’equivalente del francese sans-souci, “senza pensieri”.

Molto più serio, invece, e trattato con attenta parsimonia è il tema del coinvolgimento degli scienziati tedeschi sul piano della responsabilità morale. Tra le righe si individua una linea difensiva secondo cui gli studi sarebbero stati volutamente ritardati nella consapevolezza degli effetti devastanti del loro risultato finale. L’autore tuttavia non esprime giudizi definitivi sulla plausibilità di questa argomentazione.

Risulta invece chiaro che anche in altre parti del mondo erano in corso analoghe ricerche che hanno portato ai seguiti che ben si conoscono. Karlsch fa molti riferimenti a queste attività e cita tra gli altri Enrico Fermi. A un altro italiano, Luigi Romersa, è dedicato un capitolo. Romersa, inviato da Mussolini in Germania, avrebbe assistito nell’ottobre 1944 a un primo test nucleare nei pressi della base di Peenemünde.

Alcuni refusi, in parte dovuti alle difficoltà di traduzione di un testo dai contenuti molto tecnici, non intaccano la validità sostanziale del lavoro. Il Casio 137 è evidentemente il Cesio 137, il fusto di cannone è forse l’affusto di cannone (ma sarebbe interessante conoscere il termine usato in tedesco) e nel 1994 la piazza d’armi di Kummersdorf non poteva essere utilizzata dall’armata sovietica ormai disciolta.

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