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| Anno 2006 | |
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Si è svolta a Kuwait City il 12 dicembre scorso una conferenza sul tema “La Nato e i Paesi del Golfo. Fronteggiare minacce comuni attraverso la Istanbul cooperation initiative (Ici)”. Lanciata durante il summit dell’Alleanza del giugno 2004 e destinata ad ampliare l’orizzonte del Dialogo mediterraneo già in atto, l’Ici ha raccolto finora l’adesione di Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar. Alla conferenza hanno partecipato il segretario generale della Nato Scheffer, i rappresentanti permanenti dei 26 Paesi dell’Alleanza ed esponenti del mondo accademico e dei governi della regione del Golfo.
Un anno fa (il 1° dicembre 2005) un analogo evento a Doha in Qatar aveva coinvolto oltre alla Nato e ai Paesi del Golfo anche la Rand corporation Usa. Questa volta l’approccio tra Nato e Ici è stato diretto, ma in sostanza si sono affrontati gli stessi temi del precedente incontro. L’interesse di Arabia Saudita e Oman non ancora aderenti all’Ici è rimasto tale, anche se la Nato ha offerto un nuovo contributo scaturito dal vertice di Riga. Scheffer nel suo intervento ha citato l’istituzione di una facoltà del Medio Oriente presso il Nato Defense College di Roma nel quadro della nuova Nato Training Cooperation Initiative. Il passaggio più interessante del discorso del segretario generale è stato quello sull’Afghanistan. Nel ribadire la necessità di cooperazione tra la Nato e le altre istituzioni internazionali, Scheffer ha detto che “il successo in Afghanistan non dipende solo dalla Nato. […] La Nato deve fare ciò che meglio fa cioè fornire sicurezza. Noi possiamo aiutare con la ricostruzione e lo sviluppo, ma la parte principale deve essere fatta da altri”. Può essere letto come un richiamo a un maggiore impegno dell’Onu e della Ue, ma anche come l’implicita ammissione delle difficoltà che sta incontrando la missione Isaf. Rimane comunque difficile mettere nella giusta luce l’impegno in Afghanistan di una Alleanza che in molte parti del mondo arabo e musulmano è vista come braccio armato degli Usa. I Paesi del Golfo dal canto loro sembrano in tutt’altre faccende affaccendati. Proprio alla vigilia della conferenza Nato il 9 e 10 dicembre si era svolto a Riyadh in Arabia Saudita il 27° summit del Gulf Cooperation Council (Gcc). L’organizzazione, che raccoglie Arabia Saudita e Oman oltre ai quattro Paesi aderenti all’Ici, risale al 1981 e si propone di arrivare entro il prossimo anno a una forma di mercato comune ed entro il 2010 alla moneta unica. A conclusione del summit di Riyadh è stata dichiarata l’intenzione dei Paesi del Gcc di varare un programma di studi congiunto per sviluppare tecnologia nucleare per uso civile. Il segretario generale della Gcc Al Attiyah ha affermato che “i Paesi della regione hanno il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici”. Al tempo stesso ci sono stati richiami all’Iran per collaborare con la comunità internazionale sul suo programma nucleare, che potrebbe innescare una corsa regionale agli armamenti. Le dichiarazioni sull’Iran sono analoghe a quelle fatte dello stesso Al Attiyah a Doha lo scorso anno, ma ora la novità del programma di studi potrebbe aprire uno scenario di confronto o addirittura emulazione nei riguardi dell’Iran. Per una strana coincidenza il 5 dicembre scorso il neo segretario alla Difesa Usa Robert Gates aveva detto: “[L’Iran] è circondato da potenze dotate di armi nucleari: il Pakistan a est, la Russia a nord, Israele a ovest e noi nel Golfo Persico”. La frase aveva suscitato scalpore per l’implicita ammissione dell’esistenza di un arsenale nucleare israeliano. Ma di meglio ha fatto il premier Olmert quando una settimana dopo ha incautamente confermato l’affermazione di Gates durante la sua visita in Germania. Le successive smentite sono servite a poco (voce dal sen fuggita poi richiamar non vale). Sono sicuramente intenzionali invece le frasi con cui il papa Benedetto XVI il 12 dicembre nel suo discorso in occasione della giornata della pace ha espresso preoccupazione per il proliferare degli armamenti nucleari: “Altro elemento che suscita grande inquietudine è la volontà, manifestata di recente da alcuni Stati, di dotarsi di armi nucleari. […] La via per assicurare un futuro di pace per tutti è rappresentata non solo da accordi internazionali per la non proliferazione delle armi nucleari, ma anche dall'impegno di perseguire con determinazione la loro diminuzione e il loro definitivo smantellamento”. Il papa parla da Roma urbi et orbi rivolgendosi senza riguardi alle vecchie potenze nucleari e ai nuovi proliferatori. Scheffer, invece, a Kuwait City si trovava nell’area di un nuovo potenziale ciclone: quello evocato nella frase di Gates. Per presentare il volto migliore dell’Alleanza, il segretario generale ha trattato i soliti argomenti, accennando solo di sfuggita alla proliferazione nucleare. Forse non voleva rischiare di inceppare i meccanismi del Gcc, ma gli interlocutori potrebbero avere percepito un messaggio diverso: un tacito salvacondotto per i loro intenti nucleari... pacifici naturalmente.
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