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| Anno 2006 | |
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Le recenti olimpiadi invernali di Torino hanno confermato la validità del connubio tra sport e Forze armate. Da un lato gli atleti in uniforme hanno la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alle attività agonistiche, dall’altro le Istituzioni beneficiano del prestigio per i risultati ottenuti dai loro rappresentanti. Qualche caduta di stile di cui si ha memoria non pregiudica la sostanziale correttezza del connubio, grazie al quale nel mondo si ricordano ancora oggi, per esempio, campioni italiani con le stellette come i fratelli D’Inzeo.
Alcuni sport sono nati come versione agonistica di discipline militari e proprio l’equitazione rappresenta l’esempio più significativo. Tuttavia, quello che si vede oggi nei campi di gara richiama solo vagamente e per gli addetti ai lavori l’equitazione praticata nei maneggi e nei campi ostacoli dei reggimenti a cavallo. L’equitazione militare italiana è cresciuta nella Scuola di cavalleria di Pinerolo dove agli inizi del Novecento ufficiali provenienti da tutto il mondo imparavano il sistema naturale, ideato e sperimentato con successo anche in gara dal capitano Federico Caprilli. Vale la pena di chiedersi se quella equitazione possa essere conservata e per cominciare si può trarre spunto da un episodio accaduto pochi mesi fa. Il 29 novembre del 2005 la Federazione italiana sport equestri (Fise) ha diffuso un comunicato che esordiva con questa frase: “Lohengrin di Villa Emilia, cavallo di proprietà della Fise e dato in gestione esclusiva nelle scuderie private del cavaliere Roberto Cristofoletti, è risultato positivo, al controllo antidoping effettuato in occasione del Concorso di salto ostacoli internazionale ufficiale (Csio) di Drammen del 23-26 giugno 2005, per la presenza di teobromina e caffeina”. Seguivano considerazioni di natura tecnica volte a ‘salvare la faccia’, soprattutto della Federazione stessa. Si da il caso però che il cavaliere in questione partecipi ai concorsi ippici con l’uniforme dell’Esercito italiano, nel quale sarebbe stato arruolato, come altri cavalieri, per il ritorno di immagine che le sue prestazioni sportive potevano dare alla Istituzione. L’equitazione militare italiana è un patrimonio troppo prezioso per essere dilapidato in nome di un ipotetico ritorno di immagine. Né si vede quale possa essere l’efficacia pratica di questo ritorno in una disciplina che oggi non gode di grande risonanza nel pubblico, specialmente in quei giovani che costituiscono potenziale bacino di reclutamento. Meglio sarebbe, per l’Esercito, cercare investimenti più proficui in altri sport a forte esposizione mediatica. Ma soprattutto occorre chiedersi cosa sia rimasto dei valori più autentici della equitazione militare nella attuale pratica agonistica degli sport equestri. Il sistema naturale ha posto le basi delle moderne discipline del salto ostacoli e del completo, ma oggi i livelli tecnico-agonistici sono ben lontani dalle origini. Come ormai in tutti gli altri sport, anche nell’equitazione per conseguire risultati significativi in campo internazionale sono necessarie risorse economiche talmente ingenti da vincolare inesorabilmente la pratica sportiva agli affari. Questo non ha nulla a che vedere col patrimonio dell’equitazione militare, che potrebbe essere conservato e coltivato con costi di gran lunga meno ingenti di quelli necessari per la pratica agonistica ai massimi livelli. Esiste una normativa di riferimento - a quanto risulta - tuttora valida: la circolare emanata dallo stato maggiore dell’Esercito nel 1997 “Norme per l’attività equestre dell’Esercito”. E’ illuminante la prefazione che merita di essere riletta per esteso: “La presente pubblicazione attiene alla organizzazione dell’attività equestre. In essa si è voluto conferire rilevanza ai principi e criteri che possano mantenere durevole validità anche se, al fine di preservare la qualità delle componenti più significative, per motivi di necessità, convenienza od opportunità si dovrà procedere al contenimento o all’eliminazione di specifici settori e/o aspetti ora contemplati dalle presenti norme”. In parole più crude, dovendo fare i conti con bilanci della Difesa sempre più esigui, è necessario orientare le risorse sui settori ritenuti prioritari tagliando il resto. In questo la circolare appena citata offre tutti gli strumenti per organizzare e condurre le attività che consentano la pratica della equitazione militare che – e qui sta il punto – non deve necessariamente identificarsi con l’equitazione sportiva. Nella premessa si parla infatti di “complessivo modello educativo che ha: contribuito alla formazione caratteriale e fisica dei Quadri e di tutto il personale militare; incentivato il senso del dovere, all’unisono con lo spirito di abnegazione del cavallo”. Si ha invece la sensazione che sia oggi prioritaria la ricerca del risultato prestigioso in campo agonistico, anche a rischio di appannare quella immagine da cui si vorrebbe trarre profitto. Più in generale, occorre riconoscere che i Centri ippici militari sono talora considerati come una specie di vetrina, da addobbare e fare risplendere in occasioni che possano dare lustro alla unità o al comando: concorsi ippici di vario livello, feste e ricorrenze con esibizione di reparti a cavallo in uniformi storiche o cosiddette ‘da parata’, che peraltro di storico hanno ben poco. Il riferimento agli elmi da dragone rifatti in plastica e relativa diatriba ‘con o senza croce di Savoia’ non è casuale. Tutto andrebbe realisticamente riconsiderato alla luce del rapporto costo efficacia, tenendo a mente che per fare equitazione militare non sono necessari cavalli con cifre a nove zeri. Anche il rapporto costo efficacia dell’allevamento militare che ha sede a Grosseto andrebbe verificato; se questo rapporto risultasse favorevole, senza pretendere campioni ormai frutto di alchimie anche queste a molti zeri, ci si potrebbe accontentare di prodotti onesti – ‘cavalli di squadrone’ si diceva una volta – che consentano di svolgere le riprese di equitazione. Se così non fosse, meglio acquistare al commercio. Sono dunque auspicabili da parte delle competenti autorità militari decisioni drastiche che certamente scontenteranno i cavalieri in uniforme attratti solo dai campi di gara. Ma per quanto sgradevoli possano risultare i provvedimenti da prendere, saranno ineccepibili se attuati in sintonia con lo spirito della norma e volti alla salvaguardia di quel patrimonio di cui tutti a parole si sentono gelosi custodi. La peggiore decisione sarebbe, come in verità a volte è già capitato, decidere di non decidere. Sulle pareti del maneggio Caprilli a Pinerolo sono (o forse ormai erano) scritti i nomi di cavalli e cavalieri protagonisti dei più importanti concorsi ippici internazionali negli anni tra le due guerre mondiali. Se è impensabile far rivivere quei tempi, resta tuttavia il dovere di coltivare il patrimonio di cultura equestre che aveva consentito quei risultati. Di quella cultura il sistema naturale era la componente più importante ma non l’unica. C’era la conoscenza del cavallo (qualcuno ricorda i manuali di ippologia?), la disciplina con cui veniva regolata la vita di scuderia, le riprese, le frotte (percorsi di campagna con ostacoli naturali effettuati da piccoli reparti), la progressione delle attività addestrative di uomini e cavalli mirata all’impiego operativo prima ancora che alla pratica sportiva. Solo per citarne alcune. Forse il sistema naturale ha monopolizzato la cultura equestre, mettendo in ombra gli altri aspetti altrettanto importanti. Si è verificato un fenomeno perverso per cui i ‘fondamentalisti’ del sistema hanno cancellato tutto il resto. Si guardava con sufficienza - se non con scherno - alle fotografie del Cavalier Paderni, istruttore a Pinerolo prima della ‘rivoluzione’ caprilliana, senza pensare che quella Scuola aveva pur sempre prodotto un patrimonio di valori, suscettibili di evoluzione sul piano tecnico, ma ineccepibili sul piano formativo e morale. Basta rileggere quelle pagine di “Alle porte d’Italia” di De Amicis che parlano della Scuola di cavalleria. Vi si racconta tra l’altro della morte del maggiore Baralis che “nato di famiglia povera, aveva cominciato la sua vita militare a sedici anni, trombettiere nei Cavalleggeri di Saluzzo; ed era entrato, poco più che ventenne, alla Scuola…”. De Amicis lo descrive così nel suo delirio dopo la caduta da cavallo che gli costerà la vita: “…s’affannava per un allievo che gli pareva pericolante all’esame, e lo difendeva con la Commissione, gridando che lo dovevan provare con un cavallo anziano, non con un cavallo giovane…”. Sono passati più di cento anni, ma più che il tempo rischia di separarci da quei valori un abisso di indifferenza.
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