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| Anno 2006 | |
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Torna a farsi sentire il colonnello Gheddafi con l’ennesima richiesta di indennizzo rivolta all’Italia. Non è una novità, naturalmente: tali rivendicazioni vengono ciclicamente reiterate, dal termine della Seconda Guerra Mondiale in poi, con la relativa amplificazione mediatica di regime e le alterne reazioni da parte del governo nostrano in carica. Rivendicazioni che finiscono inevitabilmente per attenuarsi alla prima prospettiva di accordo commerciale o di investimenti italiani in Libia, per riprendere vigore quando le circostanze o la ricerca del consenso lo richiedono.
Nel discorso pronunciato in occasione di un raduno di rappresentanti governativi a Sirte, trasmesso il 2 febbraio dalla televisione libica e diffuso dall’agenzia Jana, il colonnello però non si è attenuto al copione ricorrente: egli ha sostenuto che il fine della manifestazione antioccidentale di Bengasi era l’uccisione del console italiano e della sua famiglia. Le ragioni alla base di tale atto sarebbero ancora una volta legate alla “rabbia” che dal 1911 i libici nutrirebbero verso l’occupazione coloniale italiana e dal rifiuto, da parte nostra, di risarcire il popolo libico per le sofferenze patite. Nella stessa occasione il leader libico, forse dimenticandosi degli slogan scanditi dai manifestanti durante i disordini, ha voluto specificare che l’odio libico è volto esclusivamente verso l’Italia e non è associato alla questione delle vignette danesi. Ulteriori attenzioni sono state dedicate all’iniziativa provocatoria dell’allora ministro Calderoli. Nel ribadire la richiesta di indennizzo, non vengono inoltre esclusi ulteriori attacchi contro nostri connazionali, interessi o sedi diplomatiche in Libia. Un tempo eravamo abituati alle stravaganze di Gheddafi. Le vicende che hanno coinvolto la Libia negli anni 80 avevano già determinato progressive attenuazioni e aggiustamenti nella pretesa del leader libico di condurre la politica estera secondo le sue regole. La svolta nella sua modulazione dei rapporti internazionali si è avuta, più per necessità che per virtù, quando la Libia ha dovuto fronteggiare gli effetti dell’embargo UE ed Usa conseguente alla serie di azioni terroristiche culminate nel 1988 con la strage di Lockerbie. Tale svolta fu ufficialmente formalizzata dalla rinuncia ai programmi di sviluppo di armi di distruzione di massa ed alla conseguente apertura alle ispezioni di Stati Uniti e Gran Bretagna. In un documento del 15 agosto 2004 la Libia, oltre a prevedere un risarcimento per le vittime di Lockerbie, ammise le sue responsabilità nella strage e si impegnò a non appoggiare il terrorismo in futuro. La revoca dell’Embargo sembrava essere indicativa di un effettivo impegno da parte della Libia verso la distensione con le potenze occidentali. In effetti, anche l’atteggiamento del governo libico e le dichiarazioni ufficiali dopo gli scontri di Bengasi sembravano coerenti con tale linea di condotta. Le ultime esternazioni di Gheddafi, tuttavia, appaiono particolarmente significative in relazione ai recenti disordini sviluppatisi in diverse aree del mondo islamico. E’ stato già oggetto di considerazione, in Pagine di Difesa, il fatto che subordinare ad un rapporto causa-effetto la pubblicazione delle vignette in Danimarca e le manifestazioni antioccidentali possa essere limitante per la rappresentazione del fenomeno al quale stiamo assistendo. In realtà gli incidenti di Bengasi sono stati un grosso problema per il governo libico, la cui maldestra risposta repressiva, testimoniata dalla pronta rimozione del ministro dell’interno, ha rischiato di innescare una catena di reazioni dalle conseguenze incontrollabili. Diverse le reali motivazioni su cui si fondano le esternazioni del leader libico. I disordini, continuati nei giorni successivi all’attacco contro la sede diplomatica occidentale, hanno raggiunto il culmine in occasione dei funerali delle vittime della repressione. Essi sono andati progressivamente autonomizzandosi dal presunto casus belli, per assumere una forma oppositiva generalizzata e, proprio per questo, altamente esplosiva. Sperimentato l’effetto boomerang e gli scarsi risultati di un atteggiamento istituzionale di zero-tolerance, non rimaneva al rais che la misura paradossale del cavalcare istituzionalmente il malessere per veicolarlo verso l’esterno ed attenuarne la spinta destabilizzante. Esiste però un ulteriore malessere di fondo nella società libica che può leggersi tra le righe del discorso di Gheddafi: l’ostilità anti-italiana è lo strumento ricorrente utilizzato dal suo governo per far emergere una coscienza nazionale. Nella Gran Jamahiriya libica continua a essere scarsa l’identità nazionale, a causa delle forti autonomie che caratterizzano i diversi clan tribali residenti nel territorio. Una forte spinta identitaria fu data proprio durante la presenza coloniale italiana. Tale fatto, senza in alcun modo voler discutere gli eccessi propri di un colonizzatore comunque diverso dalle altre presenze europee in Africa, rappresenta una vera e propria spina nel fianco per il regime del colonnello. A riprova di ciò, malgrado la censura di regime, non è troppo raro sentire ancora qualche vecchio Zaptiè, Buluc-basci o anche un sopravissuto del battaglione di paracadutisti locale (precursore della Folgore e, come la gloriosa Divisione, destinato a sacrificarsi impiegato come fanteria in Cirenaica nel ‘40-‘41) rimpiangere i “bei tempi andati” come un “vecio” nostrano. Per contrastare le interferenze identitarie attenuando i legami tribali e incentivare lo sviluppo del sentimento di identità nazionale attraverso immissione di nuova linfa, il governo del colonnello ha adottato un ulteriore provvedimento, permettendo l’ingresso in Libia di immigrati nordafricani, senza necessità di visto di soggiorno. Le conseguenze sono state notevoli: oltre a rendere ulteriormente incontrollabile il flusso dell’immigrazione clandestina verso le porte d’Europa, gli immigrati hanno innescato una serie di scontri con i locali, aumentando la soglia del disagio sociale che il governo si trova a dover gestire. Niente di nuovo sotto il sole mediorientale. E’ sufficiente richiamare alla mente le esternazioni del presidente iraniano Ahmedinajad, volte a distrarre l’opinione pubblica dalle difficoltà interne di governo. Esternazioni che, pur funzionali allo scopo, costringono il Capo Supremo della rivoluzione islamica, l’Ayatollah Khamenei a interventi di ridimensionamento, nel timore di innescare la già citata incontrollabile catena di reazioni e rendere ancora più problematiche le relazioni internazionali iraniane. Un altro tratto comune tra i due leader è quello di intervallare tali affermazioni con messaggi di apertura verso l’occidente europeo, evidentemente fondati dalla necessità di non chiudere le porte ai rapporti economici. Così, inevitabilmente, salta fuori una mediazione russa nell’affaire nucleare iraniano o si assiste all’enigmatica affermazione da parte di Gheddafi sul fatto che gli insulti verso l’Italia si riferiscono “all’Italia di Mussolini, non a quella attuale o futura”; si possono quindi portare avanti i contratti, gli accordi commerciali e le commesse nel “bel suol d’amore”. Certo, il colonnello avverte sempre più il fiato sul collo delle spinte di dissidenza interna e teme particolarmente il contagio delle correnti islamiste e fondamentaliste. I prossimi giorni saranno particolarmente significativi per valutare i reali orientamenti della Libia. In particolar modo saranno indicative le strategie di fronteggiamento adottate nei confronti di ulteriori disordini, le motivazioni su cui le eventuali manifestazioni sosterranno di fondarsi e il reale influsso della situazione, al di là delle dichiarazioni del leader libico, sulle relazioni commerciali col nostro Paese. Fondamentale, poi, sarà l’atteggiamento del nostro governo. Le reazioni da parte di maggioranza e opposizione sono abbastanza omogenee e lo sdegno per le dichiarazioni più aggressive di Gheddafi pare essere bipartisan. In ogni caso, nel valutare la reazione istituzionale più opportuna, sarà utile rammentare l’epoca in cui un nostro ministro degli Esteri veniva snobbato dal rais per essere ricevuto dal locale ministro della Pesca.
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