![]() |
| Anno 2006 | |
|
|
I negoziati commerciali multilaterali iniziati a Doha (Quatar) nel 2001, sono sostanzialmente falliti. Il 24 Luglio 2006, Pascal Lamy, direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), dopo aver constatato che le posizioni dei principali attori commerciali mondiali rimanevano inconciliabili e che non c’era interesse a trovare un accordo di compromesso, ha formalmente dichiarato la sospensione sine die dei lavori. Le cause di questo fallimento sono molteplici. Il Doha Round, che era stato lanciato nel 2001 con grande enfasi come il primo grande negoziato commerciale multilaterale a favore dello sviluppo, si è scontrato con le resistenze e i timori di molti Paesi più o meno sviluppati. I cambiamenti profondi dell’economia mondiale dopo la caduta del muro di Berlino, l’incredibile sviluppo industriale della Cina, la crescita di nuove potenze commerciali come India e Brasile e il timore dei Paesi industrializzati di perdere posizioni di privilegio considerate acquisite, hanno convinto molti Stati ad assumere una posizione più prudente e difensiva se non marcatamente protezionista.
Negli ultimi anni il sistema delle relazioni commerciali internazionali è divenuto ancora più complesso e articolato a causa di due fenomeni. Si é passati in primo luogo da forme di integrazione commerciale semplici (shallow integration), limitate sostanzialmente alla liberalizzazione delle barriere tariffarie al commercio dei beni, a forme più complesse (deep integration). Infatti, oggi il processo di liberalizzazione riguarda le barriere tariffarie e non tariffarie, i servizi, i diritti di proprietà intellettuale. E’ inoltre in fase di valutazione l’inserimento di nuovi temi (investimenti, concorrenza, ambiente, regolamentazioni domestiche). Tutto ciò ha mutato radicalmente gli oneri e gli impegni a carico dei paesi membri del Omc. In secondo luogo, da un club di pochi Paesi industrializzati dominato dagli Stati Uniti e dalla Comunità Europea quale era il Gatt (General Agreement on Trade and Tariffs, il predecessore dell’Omc creato nel 1947) si è passati a una realtà più complessa che vede il progressivo coinvolgimento di molti Paesi in via di sviluppo e la crescente influenza di Paesi in forte crescita economica quali la Cina, l’India e il Brasile. Questo nuovo contesto commerciale non permette tuttavia di trovare facilmente soluzioni condivise e lascia ai margini proprio quei Paesi più deboli e meno sviluppati che avrebbero dovuto essere i maggiori beneficiari del round. Un simile contesto spiega la serie di insuccessi (conferenze di Cancun nel 2003 e poi di Hong Kong lo sorso anno) che ha accompagnato la travagliata vita del ciclo di Doha, fino al prevedibile fallimento di questi giorni. Riforma e rinnovamento dei meccanismi negoziali costituiscono il cuore del problema da affrontare per il rilancio del quadro multilaterale ed evitare che l’Omc, al pari di altre organizzazioni internazionali, veda drasticamente ridimensionarsi la sua capacità di decisione e rischi una crescente marginalità. Il ciclo di Doha era stato aperto nel novembre 2001 in un contesto internazionale favorevole che sembrava favorire la rapida conclusione un accordo commerciale multilaterale. Questo ciclo di negoziazioni avrebbe dato per la prima volta enfasi allo sviluppo dei Paesi più arretrati del mondo e si sarebbe dovuto occupare di questioni chiave quali la circolazione dei servizi, le sovvenzioni ai prodotti agricoli, gli aspetti commerciali della proprietà intellettuale e le agevolazioni degli scambi commerciali in genere escluse dagli accordi precedenti. Le trattative si sono invece rivelate difficili fin dall’inizio. Forti contrasti sono sorti in tutte le più importanti aree negoziali. Gli Stati Uniti hanno difeso strenuamente le enormi sovvenzioni garantite agli agricoltori americani e in particolar modo ai produttori di cotone del Texas. In quattro anni (dal 1998 al 2002) la potente lobby del cotone ha ricevuto sovvenzioni per circa 15 miliardi di dollari. Questa imponente pioggia di denaro favorisce una parte minima dell’economia degli Stati Uniti, ma produce effetti estremamente negativi in altre aree del mondo (in particolare l’Africa sub-sahariana) in cui il cotone rappresenta una delle principali fonti di reddito. Le aperture mostrate dagli Stati Uniti sono state invece condizionate all’ottenimento da parte degli altri partner commerciali di sostanziali concessioni in materia di accesso ai mercati per i prodotti industriali e servizi americani. L’ambasciatrice Susan Schwab (capo del Ustr – United States Trade Representative) ha qualificato le modifiche al pacchetto negoziale imposte da altri paesi membri dell'Omc come un “Doha lite”, vale a dire un accordo con poca sostanza. L’amministrazione Bush ha preferito non concludere nessun accordo piuttosto che concluderne uno che non fosse favorevole agli Stati Uniti. Alcuni influenti Paesi dell’area in via di sviluppo, in particolare India e Brasile, desiderosi di preservare il loro mercato interno dei prodotti industriali e dei servizi, sovente poco efficiente e soggetto a significative distorsioni, hanno rifiutato l’offerta degli Stati Uniti e dell'Unione Europea di scambiare la riforma del sistema agricolo con un'apertura sostanziale in materia di prodotti industriali e servizi. Anche l’Unione Europea, nonostante avesse accettato di ridurre le tariffe agricole medie del 51% (contro il 39% originariamente proposto), é stata accusata di essere responsabile del fallimento. L’accusa nei confronti della Comunità è però soltanto parzialmente giustificata. La Commissione Europea pur sacrificando molto del suo margine negoziale alle paure degli agricoltori europei (e specialmente francesi), è comunque andata al di là delle concessioni fatte dagli Stati Uniti e ha cercato fino all’ultimo una soluzione di compromesso che potesse salvare i negoziati. Il pacchetto proposto da Bruxelles era infatti uno dei più considerevoli che sia mai stato offerto in un ciclo di negoziati commerciali multilaterali. I costi del mancato accordo sono ingenti. Questo ulteriore fallimento, dopo quello di Seattle del 1999, rappresenta un serio colpo alla credibilità del sistema commerciale internazionale e dell'Omc e potrebbe porne in discussione la stessa esistenza. Nel futuro più immediato la crisi del ciclo di Doha offrirà nuovi incentivi alla crescita del bilateralismo commerciale. In questi ultimi anni il numero di accordi bilaterali e regionali è cresciuto in modo sostanziale, divenendo uno strumento largamente utilizzato dalla quasi totalità dei Paesi membri dell’Omc. Il bilateralismo o il regionalismo non sono necessariamente un male, a condizione però che vi sia una sostanziale uguaglianza tra i contraenti. Altrimenti c’è il rischio che a prevalere sia la legge del più forte con costi pesanti per tutti i contraenti, e in particolare per i Paesi più poveri e meno sviluppati, privi di un reale potere negoziale. Si é inoltre sprecata la possibilità di creare un nuovo quadro di riferimento per il commercio Sud-Sud che rispecchi il crescente ruolo della Cina e delle economie emergenti dell'Asia e del Sudamerica nell’economia globale. Questi Paesi dovrebbero infatti rendersi conto che al nuovo potere economico conseguito corrispondono nuove e più gravose responsabilità. I prodotti industriali europei (in particolare quelli italiani) e statunitensi rimangono esclusi dai nuovi mercati delle economie emergenti, come la Cina e il Brasile, che costituiscono uno sbocco di vitale importanza. La mancata intesa sul commercio dei servizi danneggia inoltre quei Paesi europei dotati di una economia avanzata e quindi forti esportatori di servizi. Ma il fallimento di Doha colpisce ancora di più i Paesi più poveri e meno sviluppati. Senza un accordo sulle sovvenzioni agricole gli Stati Uniti potranno mantenere il loro sistema di sovvenzioni inalterato, mentre la riforma degli aiuti agricoli comunitari potrebbe essere messa in discussione. La mancata standardizzazione delle pratiche doganali priverà inoltre i Paesi in via di sviluppo di importanti benefici finanziari. Un recente studio economico valuta in 20 miliardi di dollari il vantaggio per i Paesi dell’Africa sub-sahariana da qui al 2020. Questo importo equivale all’intero ammontare degli aiuti che la regione riceverà nei prossimi 15 anni. Viene infine meno il pacchetto per lo sviluppo proposto dall’Unione Europea. Il pacchetto prevedeva, fra l'altro, un impegno di tutti i Paesi industrializzati a esentare tutti i prodotti dei Paesi meno industrializzati da qualunque dazio e contingentamento e la massima flessibilità per tali Paesi in materia di riduzione tariffaria. La sospensione delle negoziazioni potrebbe durare anni. Le posizioni dei contraenti sono così lontane tra loro e gli interessi in gioco così forti che non è lecito prevedere una riapertura dei negoziati in breve tempo. Inoltre a metà del 2007 scadrà il mandato a negoziare conferito al presidente Bush dal Congresso degli Stati Uniti (Trade Promotion Authority) e tutto dovrà essere rinviato almeno a dopo le elezioni presidenziali americane del 2008. * Funzionario del Parlamento europeo. Le opinioni espresse impegnano solo l'autore e non l'Istituzione di appartenenza.
|