Anno 2006

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L’eroica fine della corazzata Roma

Pier Paolo Bergamini, 9 giugno 2006

Il 10 giugno è la Festa della Marina militare italiana. Quest’anno la Festa risente degli ultimi avvenimenti tragici che si sono compiuti in Iraq. Pagine di Difesa intende onorare la Marina, commemorando una pagina della sua storia, scritta da PierPaolo Bergamini, figlio dell’ammiraglio di squadra Carlo Bergamini, inabissatosi con la corazzata Roma il 9 settembre 1943. PdD

L’8 settembre 1943 i vertici della Regia Marina erano: l’ammiraglio di squadra Raffaele de Courten (ministro e capo di stato maggiore); l’ammiraglio di squadra Carlo Bergamini (comandante in capo le Forze navali da battaglia, d’ora in avanti Fnb); l’ammiraglio di squadra Luigi Sansonetti (sottocapo di stato maggiore). Scrive, tra l’altro, l’ammiraglio de Courten, nelle sue “Memorie”, (pubblicate dall’ufficio storico della Marina militare nel 1993), quale era la situazione, a lui nota, dal 3 settembre fino alle ore 18.00 dell’8 settembre 1943.

3 settembre 1943

Il maresciallo Pietro Badoglio (capo del governo - convocò per le 15.30 i capi di stato maggiore delle tre Forze armate, comunicò loro che erano in corso trattative, con gli Alleati, per giungere alla firma di un armistizio. I tre alti ufficiali giurarono che non avrebbero comunicato a nessuno tale notizia.

6 settembre 1943

Alle 12.30 venne consegnato all’ammiraglio de Courten, al ministero della Marina, il "Promemoria N. 1” del comando supremo contenente le disposizioni, cui dovevano attenersi le tre Forze armate, qualora venissero attaccate da truppe tedesche. L’ammiraglio de Courten, fece convocare al ministero, per le 16.00 del giorno 7, i comandanti in capo dei complessi navali e dei dipartimenti militari marittimi. L’ammiraglio Bergamini - invece - fu convocato anche per le ore 09.00. Alle 16.00, il generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, consegnò all’ammiraglio de Courten copia del “Promemoria Dick” (commodoro Roger Dick, capo di stato maggiore dell’ammiraglio inglese Andrew Cunningham, comandante in capo delle Forze navali alleate in Mediterraneo), che prescrivevano le norme da rispettare, da parte della Regia Marina alla proclamazione dell’armistizio. L’ammiraglio de Courten ritenne che tale documento gli venisse dato per conoscere le sue osservazioni da sottoporre agli Alleati nel corso delle trattative. Alle ore 20.00 dal comando supremo e da Supermarina vennero avvistate rilevanti formazioni navali da sbarco Alleate che - fortemente scortate - dirigevano verso le coste dell’Italia centro-meridionale, probabilmente verso il Golfo di Salerno. L’ammiraglio de Courten ricevette, dal comando supremo, il benestare per rendere operativo il piano difensivo previsto.

7 settembre 1943

Alle ore 10.00 avvenne la riunione tra l’ammiraglio de Courten e l’ammiraglio Bergamini. “[…] Ebbi da lui […] assicurazione che la Flotta era pronta a uscire per combattere l’ultima battaglia. Comandanti e ufficiali […] erano consapevoli della realtà cui andavano incontro, ma che in tutti era fermissima la volontà di combattere fino all’estremo delle possibilità. Gli equipaggi erano pieni di fede ed entusiasmo. Egli confermava che, intervenendo a operazione di sbarco appena iniziata e traendo profitto dall’inevitabile crisi di quella delicata fase, sarebbe stato possibile infliggere al nemico gravi danni. Ricordo con commozione questo colloquio perché dalle parole di quest’uomo, vissuto sempre sulle navi e per le navi, emanava - senza alcuna iattanza - la sicurezza di poter chiedere alla potente organizzazione nelle sue mani […] il sacrificio totale […]” (de Courten “Le Memorie”). Alle 16.00 ebbe luogo la riunione con gli altri ammiragli; l’ammmiraglio de Courten dette le relative disposizioni.

Alle 18.30 l’ammiraglio Bergamini telefonò a La Spezia al contrammiraglio Stanislao Caraciotti - suo capo di stato maggiore - comunicandogli che le Fnb sarebbero presumibilmente salpate, nelle prime ore del pomeriggio dell’8, per andare a contrastare lo sbarco che gli Alleati avrebbero eseguito nel Golfo di Salerno. Inoltre egli dispose che l’8 mattina il comandante in capo delle Fnb si trasferisse dall’Italia sulla Roma. Alle 19.00 vi fu una ulteriore riunione tra gli ammiragli de Courten e Bergamini. Venne esaminata l’eventualità che le Fnb di fronte a una azione offensiva tedesca, riuscissero a salpare ma non sapessero dove dirigere, per non recarsi in porti italiani controllati o dai tedeschi o dagli Alleati. In tale ipotesi venne deciso di autoaffondare le navi in alti fondali, mettendo in salvo gli equipaggi. Dall’insieme dei colloqui e delle riunioni l’ammiraglio Bergamini ebbe l’impressione che la situazione stesse precipitando.

8 settembre 1943

Ulteriori avvistamenti dei convogli Alleati dettero a de Courten la certezza che lo sbarco sarebbe avvenuto nel Golfo di Salerno all’alba del 9. Le Fnb dovevano quindi salpare da La Spezia non oltre le 14.00 dell’8. Alle 7,30 egli ottenne dal comando supremo l’autorizzazione a comunicare alla Flotta di essere “pronti a muovere in 4 ore”. Alle 8.00 Supermarina inviò il relativo messaggio al comandante in capo delle Fnb. Il messaggio fu consegnato all’ammiraglio Caraciotti, che dette le opportune disposizioni ai comandi dipendenti. L’ammiraglio Bergamini era in viaggio di rientro. Alle 8.30 l’ammiraglio de Courten si recò dal generale Ambrosio per comunicargli le disposizioni impartite alle Fnb e consegnargli due note relative al “Promemoria Dick”. Il generale Ambrosio concordò con quanto disposto da de Courten, gli precisò però di attendere il suo “via” per far salpare la Flotta.

Fu deciso di inviare le navi in rada e di essere “pronti a muovere in 2 ore”. Alle 10.00 Supermarina trasmise il messaggio alle Fnb. L’ammiraglio Caraciotti impartì gli ordini relativi, lasciando nei recinti retali le corazzate Roma, Italia e Veneto essendo collegate telefonicamente con la terra, ordinandogli però di passare sugli “ormeggi leggeri”. L’ammiraglio Bergamini, al suo rientro, avrebbe deciso quale corazzata doveva rimanere nei recinti per assicurare il collegamento telefonico fino all’ultimo momento. L’ammiraglio de Courten, alle 12.45, non solo non aveva ricevuto il “via” dal generale Ambrosio ma non riusciva a contattarlo. Decise quindi: di ritenere annullata la partenza delle Fnb in quanto non sarebbero arrivate a Salerno all’alba del 9; di far partire quanto prima la Flotta per La Maddalena, porto più sicuro di La Spezia, in caso di azioni di forza da parte dei tedeschi; di considerare possibile l’autoaffondamento delle navi. L’ammiraglio Bergamini arrivò sul Roma alle 13.00.

L’ammiraglio Caraciotti lo informò in merito ai messaggi ricevuti e alle disposizioni impartite. Alle 13.30 l’ammiraglio Bergamini chiamò il ministero per avere chiarimenti in merito. Gli rispose l’ammiraglio Sansonetti ed apprese, con profonda amarezza, che la missione a Salerno era annullata mentre poteva divenire attuabile l’autoaffondamento. Bergamini riunì subito il suo stato maggiore per informarlo sulla riunione a Roma delle 16.00 del 7 e sulla telefonata con Sansonetti; dispose di indire, per le 15.00, una riunione dei suoi ammiragli e comandanti per dare loro le due notizie e le relative disposizioni; telefonò all’ammiraglio Luigi Biancheri - comandante la 9° divisione di scorta alle Fnb di base a Genova - per metterlo al corrente della situazione; parlò con l’ammiraglio Giotto Maraghini - comandante in capo di Maridipart La Spezia - per decidere quali navi ai lavori dovevano essere autoaffondate e quali distrutte perché impossibilitate a muovere. Al termine della riunione, delle ore 15.00 l’ammiraglio Bergamini spostò in rada la Roma e l’Italia, lasciando il Veneto nei recinti retali.

Intanto a Roma, tra le 24.00 del 7 e le 02.00 dell’8, si erano svolti degli incontri tra i due rappresentanti inviati dal generale Americano Dwight Eisenhower (comandante in capo delle Forze armate alleate in Europa) e il maresciallo Badoglio. I due emissari fecero presente che il generale Eisenhower, alle 18,30, avrebbe comunicato da Radio Algeri la notizia dell’armistizio firmato con l’Italia. Infatti gli Alleati avevano specificato al generale Giuseppe Castellano - del comando supremo e rappresentante del governo italiano sia nelle trattative che alla firma dell’Armistizio - il 3 settembre a Cassibile (Sicilia), che avrebbero dato notizia dell’avvenuta firma dell’armistizio, 24 ore prima di uno sbarco che avrebbero effettuato, entro pochi giorni, nella fascia costiera dell’Italia centro-meridionale.

Il generale Castellano riferì questa notizia al generale Ambrosio. Ma il comando supremo non collegò i ripetuti avvistamenti dei convogli diretti a Salerno, con la comunicazione dell’armistizio da parte alleata. Pertanto il maresciallo Badoglio dichiarò che non era pronto a proclamare l’armistizio la sera dell’8: chiedeva almeno tre giorni di proroga. Inviò un fonogramma, in tale senso, al generale Eisenhower. Questi non poteva né fermare né dirottare i convogli che ormai erano giunti nelle acque del Golfo di Salerno e alle 17 inviò un duro messaggio al maresciallo Badoglio confermando che alle 18.30, da Radio Algeri, avrebbe dato notizia dell’Armistizio, intimandogli di far seguire alle 19.30 il Proclama al popolo italiano. Precisava che, in caso di inadempienza, le ripercussioni sull’Italia sarebbero state gravi e dolorose.

8 settembre 1943, dalle ore 18.00

Il messaggio fu consegnato al maresciallo Badoglio alle 17.15. Questi comprese che il governo doveva obbedire a tale intimazione e, con il benestare del Re, convocò per le 18.00 il “Consiglio della Corona”. Durante il Consiglio, i tre capi di stato maggiore appresero che il 3 settembre era già stato firmato un armistizio con gli Alleati, e che il governo aveva preso degli impegni che coinvolgevano le Forze armate, senza consultarne i responsabili. Alle 18.30 entrò in sala Consiglio il generale Mario Puntoni (aiutante di campo del re) per comunicare che il generale Eisenhower, da Radio Algeri, stava annunciando la firma dell’armistizio con l’Italia. A questa notizia la tensione aumentò. Il Re invitò i convenuti a lasciarlo solo. Dopo pochi minuti fece chiamare il maresciallo Badoglio affinché comunicasse ai partecipanti che la sua decisione era “la completa e leale esecuzione delle clausole armistiziali”.

Il generale Ambrosio riunì, subito dopo alle 19.00, i tre capi di stato maggiore e lesse loro l’Armistizio Corto. L’articolo 4 prevedeva il “trasferimento della Flotta […] italiana nelle località che potranno essere indicate dal comandante in capo alleato […]”. La reazione dell’ammiraglio de Courten, nell’apprendere tale clausola, fu molto dura. Allora il generale Ambrosio gli consegnò, in visione, il Memorandum di Quebecq (allegato all’armistizio corto) dicendogli: “In ogni modo gli Alleati hanno assicurato che rispetteranno l’onore della Flotta”. Il Memorandum così iniziava: “Le presenti condizioni non contemplano un’assistenza attiva da parte dell’Italia nel combattere i tedeschi. La maniera in cui le condizioni saranno modificate, a favore dell’Italia, dipenderà da quanto verrà effettivamente fatto dal governo italiano per aiutare le nazioni alleate contro la Germania durante il resto della guerra”. L’ammiraglio de Courten rilesse attentamente la premessa del Memorandum.

Comprese che l’unica Forza armata che poteva subito aiutare le nazioni alleate era la Marina ed essenzialmente le Fnb. Richiese al generale Ambrosio di inviargli al ministero, il mattino del 9, i due documenti. Lasciò la riunione. Alle 19.45. Il maresciallo Badoglio lesse, dalla sede dell’Eiar (l’attuale Rai) il “Proclama al popolo italiano”. Verso le 20.00 de Courten arrivò al ministero dove trovò gli ammiragli Sansonetti e Ferreri (segretario generale) che lo aspettavano in ansiosa attesa. Riferì loro lo svolgimento delle due riunioni, comunicò i motivi che lo avevano indotto a decidere di attenersi alle clausole armistiziali. I due ammiragli concordarono con quanto deciso dall’ammiraglio de Courten. Iniziò la diramazione degli ordini esecutivi. Occorreva inoltre prendere subito contatto con l’ammiraglio Bergamini che, certamente, aveva appreso dalla radio la proclamazione dell’armistizio. Le sue decisioni erano determinanti per il futuro della Marina, anche perché - data la stima di cui godeva - ammiragli e comandanti avrebbero seguito il suo esempio.

A La Spezia, alle 18.30, la Roma intercettò il messaggio del generale Eisenhower; venne consegnato all’ammiraglio Bergamini che apprese così la notizia dell’armistizio. Questi rimase profondamente colpito da tale annuncio, in particolare per il modo in cui era venuto a conoscenza di questo evento. Riunì il suo stato maggiore e venne deciso di attuare l’autoaffondamento delle navi costituenti le Fnb. Alle 19,45 l’ammiraglio ascoltò il Proclama del maresciallo Badoglio; decise di recarsi sul Veneto per telefonare a de Courten, inoltre dispose di indire, per le 22.00 sul Veneto, una riunione dei suoi ammiragli e comandanti. Alle 20.30 ebbe luogo la telefonata con de Courten.

L’ammiraglio Bergamini esternò vivacemente la sua indignazione per non essere stato informato né il 7 a Roma, né l’8 alle 13.30 dell’avvenuto Armistizio. Considerava, questo atteggiamento, una grave mancanza di fiducia nei suoi riguardi. Rassegnava le dimissioni. Comunicò che le sue decisioni, quelle del suo stato maggiore e, riteneva, anche quelle dei suoi ammiragli e comandanti erano di autoaffondare le navi. De Courten comprese la reazione di Bergamini “[…] che era più che giustificata da parte di chi non era a conoscenza dei fatti che lo toccavano invece direttamente […]. Gli esposi l’andamento della riunione svoltasi presso il Sovrano che si era chiusa con il suo ordine […] di eseguire fedelmente le dure clausole armistiziali; gli accennai dell’incontro avuto con il capo di stato maggiore generale e dell’esistenza di un documento (il Memorandum di Quebecq) dal quale risultava essere questa la via per dare […] possibilità di vita e di ripresa al popolo italiano […]. Erano queste le considerazioni che mi inducevano a ritenere necessaria la leale esecuzione delle clausole armistiziali. Gli accennai pure che […] l’Armistizio prevedeva il trasferimento della Flotta in zone controllate dagli anglo-americani oltre Bona (Capo Bon, Algeria) con misure di sicurezza, ma con il rispetto dell’onore militare […] gli dissi di prepararsi a partire […] per La Maddalena dove […] gli avrei fatto trovare il testo esatto delle clausole armistiziali […] nonché le istruzioni […] per gli ulteriori movimenti. Con quella prontezza di percezione e decisione, che gli erano caratteristiche, mi rispose che comprendeva l’intimo significato e il profondo valore di quanto gli avevo esposto. Egli mi assicurò che entro breve termine mi avrebbe riferito sulla riunione da lui convocata, affermando che avrebbe svolto la propria opera per convincere tutti sulla necessità di attenersi agli ordini del Sovrano […]” (de Courten “Le Memorie”).

Non fu facile, per l’ammiraglio Bergamini decidere - nel corso di questa telefonata - di obbedire, anche perché, nel giro di poche ore, era passato dall’annullamento della desiderata missione a Salerno all’autoaffondamento, che pur essendo doloroso per un comandante, rientrava nel codice d’onore delle Marine militari e infine al trasferimento delle sue navi e dei suoi equipaggi, cui aveva dedicato tutta la sua vita con entusiasmo e abnegazione, nel porto controllato dagli anglo-americani, porto che gli sarebbe stato comunicato a La Maddalena. Egli però ritenne che, per il bene della Patria e per il giuramento di fedeltà prestato al re, doveva superare ogni suo sentimento e “obbedire al più amaro degli ordini” (dalla motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare).

Supermarina, subito dopo il termine della telefonata, comunicò al comandante in capo delle Fnb che: la rotta da seguire, per andare a La Maddalena, doveva passare “a Nord della Corsica”; che “l’armamento principale e i lanciasiluri dovevano essere per chiglia”, “eccettuate le armi antiaeree, ma il fuoco poteva essere aperto solo al momento in cui l’azione dell’aviazione attaccante diveniva offensiva” (artt. 3 e 6 del “Promemoria Dick”). Alle 21.30 l’ammiraglio Sansonetti chiamò l’ammiraglio Bergamini per comunicargli, fra l’altro, che “[…] dovevano partire, non solo le navi pronte, ma anche quelle approntabili rapidamente […]”. L’ammiraglio Bergamini richiamò l’ammiraglio Maraghini, per comunicargli le istruzioni ricevute affinché desse disposizioni all’Arsenale militare di approntare subito l’incrociatore leggero Attilio Regolo e il cacciatorpediniere Artigliere che, pur essendo ai lavori, potevano salpare con lui.

Alle 22.00 ebbe luogo la riunione con i suoi ammiragli e comandanti e l’ammiraglio Bergamini riuscì a convincerli della necessità di rispettare le clausole armistiziali. Subito dopo chiamò l’ammiraglio Biancheri, gli comunicò il colloquio con de Courten, le decisioni prese nella riunione delle 22.00. L’ammiraglio Biancheri fu d’accordo di obbedire. Alle 23.00 richiamò l’ammiraglio de Courten e gli disse: “[…] stai tranquillo fra poche ore tutta la Squadra partirà con me per compiere interamente il suo dovere, tutte le navi in grado di muovere anche con una sola elica partiranno con me […]”. (de Courten “Le Memorie”). Supermarina alle 23.40 trasmise al comandante in capo delle Fnb l’ordine d’operazione per andare a La Maddalena. Il comando in capo predispose e inviò, ai comandi dipendenti, i relativi ordini. Nel definire l’ora di partenza considerò che questa poteva avvenire alle 03.00 del 9, in quanto il Regolo e l’Artigliere sarebbero stati pronti a muovere alle 02.30.

9 settembre 1943

Alle 03.15 le Fnb salparono. L’ammiraglio Bergamini, consapevole che con buone possibilità le sue navi sarebbero state attaccate da aerei tedeschi comunicò alle 04.00: “A tutte le unità dipendenti: fare attenzione agli aerosiluranti all’alba”. Alle 06.00 avvenne il congiungimento con l’8° divisione navale, partita da Genova. E ancora alle 07.00 il comandante in capo comunicò: “A tutte le unità dipendenti: massima attenzione agli attacchi aerei”. Alle 09.00 ricognitori tedeschi e alleati iniziarono a controllare costantemente la navigazione delle Fnb. Alle 09.55 il comandante in capo delle Fnb, in mancanza di comunicazioni da Supermarina relative alla scorta aerea, ordinò alle tre corazzate Roma, Italia e Veneto: “Preparatevi a catapultare RE200” (la Squadra disponeva di cinque caccia RE200 imbarcati sulle corazzate).

Alle 11.00 alcune unità aprirono il fuoco contro un ricognitore inglese. Intervenne immediatamente il comandante in capo, che inviò a tutte le unità il seguente messaggio: “Non, dico non, fate fuoco contro velivoli riconosciuti inglesi o americani”. Alle 12.15 le Fnb giunsero all’altezza di Punta delle Scorno (Isola dell’Asinara), accostarono a sinistra per entrare nel Golfo dell’Asinara e seguire le rotte di sicurezza - relative ai nostri campi minati - per arrivare a La Maddalena. Alle 14.38, mentre le Fnb stavano per giungere alle Bocche di Bonifacio, fu consegnato all’ammiraglio Bergamini il seguente messaggio di Supermarina: “La Maddalena occupata dai tedeschi, invertite la rotta dirigendo su Bona”. Due minuti dopo, alle 14.40, l’ammiraglio Bergamini ordinò: “A tutte le unità dipendenti. Accostate a un tempo di 180° a sinistra”.

La manovra viene così descritta, dall’ammiraglio Biancheri, nel suo Rapporto di Navigazione: “La manovra eseguita a velocità elevata (24 nodi, circa 48 km/ora) si compie in maniera brillante che testimonia il perfetto addestramento dei comandanti”. Alle 14.45 il comandante in capo ordinò di assumere rotta 285° che era quella necessaria per tornare a Punta dello Scorno e di lì accostare a sinistra e dirigere su Capo Bon e inviò subito a Supermarina, e per conoscenza alle sue divisioni, il messaggio 06992 comunicando che aveva invertito la rotta e dirigeva su Bona. Alle 14.47 un ricognitore tedesco, osservò la manovra e la nuova rotta delle Fnb e inviò la notizia al suo comando. Alla proclamazione dell’armistizio, il comando supremo tedesco aveva dato l’ordine al comando della Luftflotte in Italia: “Le navi da guerra italiane che fuggono o provino a passare dalla parte del nemico devono essere costrette a rientrare in porto o distrutte”.

Il comando della Fliegerdivision più vicino alla zona in cui si trovavano le Fnb era situato a Istres (Francia), pertanto fu dato ordine a tale comando di attaccare le Fnb. Decollò dall’aeroporto di Istres un primo stormo, costituito da 11 bombardieri “Dornier DO217/42” muniti, ogni apparecchio, di due bombe radiocomandate “PC 1400X” di nuova concezione. L’alta velocità della bomba, dovuta al suo peso di 1.400 kg, e la possibilità di correggerne la traiettoria, consentiva di sganciare la bomba da una altezza di 5-7.000 metri, e quando si era quasi sulla verticale del bersaglio, sito 80°. Ci si trovava quindi di fronte a un nuovo e sconosciuto tipo di attacco in quanto fino al 9 settembre 1943, le bombe venivano sganciate da una altezza di 3-3.500 metri e su un sito di 60° (angolo compreso tra il piano orizzontale della nave e la congiungente nave-aereo). L’incarico di attaccare la Roma fu affidato al migliore equipaggio, che era costituito dal pilota sergente Kurt Steinbor, dal puntatore sergente Eugen Degan, da un marconista e da un addetto alla mitragliera.

Alle 15.15 il comandante in capo delle Fnb avvistò una formazione di bombardieri in avvicinamento e identificò che erano tedeschi. L’ammiraglio Bergamini, dato l’elevato numero di aerei e l’alta quota a cui volavano - che consentiva di fare solo un fuoco di interdizione, poiché i nostri cannoni dovevano sparare con il massimo alzo - e data la maggiore potenza delle mitragliere tedesche e l’elevato numero di aerei, decise di non catapultare gli RE 200 perché avrebbe significato mandarli, inutilmente, incontro a una morte sicura. Alle 15.16, un minuto dopo l’avvistamento, fece alzare il segnale a bandiere P3, che significava “Posto di combattimento – pronti ad aprire il fuoco”, dette inoltre l’ordine di zigzagare e diradarsi. Alle 15.37 i primi cinque aerei volavano a una quota di 6.500 metri e avevano superato il sito di 60°, in cui avrebbero dovuto sganciare le bombe. Vennero perciò considerati in allontanamento.

Non sussistevano quindi elementi tali da far giudicare, come un’azione ostile, il loro volo e quindi permettere al comandante in capo di dare l’ordine di “aprire il fuoco”. Ma proprio in quel momento venne sganciata la prima bomba. Fu subito ordinato: “Aprite il fuoco” e i nostri cannoni antiaerei da 90/55 aprirono il fuoco. Si ritiene che un aereo tedesco sia stato abbattuto. Alle 15.42 l’aereo pilotato dal sergente Steinborn raggiunse la Roma sul lato dritto, il sergente Degan sganciò la prima bomba che colpì la nave al centro-poppa di dritta tra i complessi antiaerei n° 9 e n° 11. La bomba attraversò la nave e scoppiò in mare poco al di sotto della chiglia. Si apri una falla che provocò l’allagamento del locale caldaie e motrici di poppa, le eliche dell’estrema poppa si bloccarono, la velocità della nave si ridusse da 22 a 16 nodi.

L’ammiraglio Bergamini ordinò di alzare il segnale a bandiere V16 (a tutti: riducete la velocità a 16 nodi); si portò, insieme all’ammiraglio Caraciotti sulla aletta di plancia di dritta per osservare il punto in cui la Roma era stata colpita. Alle 15.52, mentre la Roma, zigzagando, faceva una accostata di 60° a sinistra, l’aereo pilotato dal sergente Steinborn sorvolò di nuovo la corazzata e sganciò la seconda bomba che colpì la nave sul lato sinistro nelle vicinanze del torrione corazzato, dove si trovavano anche le plance ammiraglio e comandante. La bomba si infilò tra il torrione corazzato, la torre n.° 2 dei cannoni da 381/52 e l’impianto dei cannoni da 152/55 di prora a sinistra. Scoppiò nell’interno dello scafo provocando la deflagrazione del deposito munizioni dei 152/55 e, per “simpatia”, la deflagrazione del deposito della torre n.° 2 che venne lanciata in aria. Allo stesso tempo si aprì una falla e l’acqua allagò il locale motrici che si bloccarono. Si bloccarono pure i comandi del timone e quindi la nave proseguì per abbrivio nella sua accostata di 60° gradi a sinistra.

Dalle viscere della nave si elevò una grande colonna di fiamme e fumo alta 400 mt, che avvolse il torrione corazzato provocando la morte di tutto il personale che vi si trovava. La corazzata sembrò sollevarsi, ricadere in mare, e si inclinò sul lato di dritta. Le riservette antiaeree (armadi in ferro dove vengono conservate le munizioni delle mitragliatirici antiaeree), che si trovavano nelle vicinanze del torrione, si incendiarono, le munizioni presero fuoco, i proiettili vennero lanciati a 360°, ferendo e uccidendo molti marinai. Il comportamento del personale della Roma fu esemplare, come risulta da tutte le testimonianze dei superstiti. Moltissimi furono gli episodi di abnegazione per salvare i compagni feriti, così come fu encomiabile l’opera degli ufficiali e sottufficiali che, con la loro sicurezza e tranquillità, riuscirono a riportare e mantenere la calma e l’ordine, specie nelle zone colpite. Molti persero la vita pur di salvare i compagni che erano rimasti intrappolati in alcuni locali.

Alle 16.00 il tenente di vascello Agostino Incisa della Rocchetta, quale ufficiale del Corpo dello stato maggiore più elevato nel grado, si portò a poppa radunandovi il personale e i feriti aiutati da ufficiali, sottufficiali e marinai. Alle 16.07 Incisa, resosi conto che non vi era alcuna possibilità di salvezza per la corazzata, ordinò al personale di abbandonare la nave e i superstiti si lanciarono in mare al grido di “Viva l’Italia”, “Viva la Roma”. Alle 16.11 la Roma si capovolse spezzandosi in due tronconi che affondarono verticalmente. Sull’abbandono della Roma così riferisce l’ammiraglio Biancheri nel suo rapporto: “Accosto in modo da passare vicino alla gran nave ferita e che il fumo nasconde in parte. Chiamo la squadriglia Mitragliere e ordino di portarsi a prestare soccorso. Sulla Roma deve essere stato dato l’ordine di abbandonare la nave perché vedo la gente dirigersi verso poppa senza correre, in perfetto ordine. Abruzzi e Garibaldi defilano ai due lati dell’ammiraglia morente, rendendole il saluto con estrema commozione”.

Andarono a recuperare i naufraghi i cacciatorpediniere Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere l’incrociatore leggero Attilio Regolo e le torpediniere Pegaso, Impetuoso e Orsa. Nel numero dei Caduti sono compresi anche i nove uomini che decedettero a bordo delle unità soccorritrici e i sedici deceduti nell’ospedale di Porto Mahon. I loro corpi sono sepolti nel bellissimo mausoleo-ossario, fatto erigere dalla nostra Marina militare, nel cimitero di Porto Mahon. Il totale dei dispersi o deceduti è di 1.393 persone. Sono state concesse le seguenti decorazioni al Valor Militare al personale del comando in capo delle Forze navali da battaglia e a quello della corazzata Roma: “Medaglia d’oro, una; medaglie d’argento, 15; medaglie di bronzo, 35.

Come previsto da Supermarina, gli ammiragli e i comandanti seguirono, nella quasi totalità, l’esempio dell’obbedisco dell’ammiraglio Bergamini e precisamente il 78% delle nostre unità, espresse in tonnellaggio, pari al 72% espresso in numero, si recò nei porti indicati dagli Alleati. Il 20% delle nostre unità espresse in tonnellaggio, pari al 21% espresso in numero, venne autoaffondato o sabotato perché non in grado di muoversi. I comandi militari marittimi, che si trovavano nelle zone sottoposte all’occupazione tedesca, attuarono le disposizioni antitedesche comunicate da de Courten nella riunione delle ore 16.00 del 7 settembre 1943. Gli Alleati, considerando che la nostra Marina era meritevole della massima stima per l’eroico comportamento tenuto durante la guerra (1940-1943) e per la lealtà con la quale si erano attenuti alle clausole armistiziali, richiesero, già dal 12 settembre 1943 e fino al termine del conflitto, la cooperazione delle nostre navi. Collaborazione che risultò valida ed efficace.

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