Anno 2006

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Per favore, lasciamo le forze armate fuori della lotta politica

Giovanni Bernardi, 2 gennaio 2006

L’anno 2005 ha visto un aumento degli impegni delle forze armate italiane all’estero con l’assunzione di responsabilità di generali italiani nei teatri operativi in Afghanistan (generale Mauro Del Vecchio), Kosovo (generale Giuseppe Valotto), Bosnia (generale Gian Marco Chiarini). E ancora in Bosnia e nei territori palestinesi è stato affidato il comando di due missioni di polizia internazionale ad altrettanti generali dei Carabinieri (Vincenzo Coppola e Pietro Pistolese). A fine anno si è aggiunto l’impegno di una unità del genio militare a livello battaglione in Pakistan, nell’ambito della operazione Nato in soccorso alle popolazioni colpite dal terremoto. E’ invece terminata la missione dei paracadutisti in Sudan.

Il 2006, a fronte di una annunciata riduzione delle disponibilità per la Difesa che raggiungeranno il minimo storico dello 0,84% del Pil, non vedrà diminuire l’impegno italiano in operazioni oltremare (la riduzione di 300 unità in Iraq, annunciata dal presidente del Consiglio a dicembre, non è significativa dal punto di vista del comando e controllo e dell’impegno finanziario). Allo stato attuale il capo di stato maggiore della Difesa, tramite il comando di vertice interforze (Coi), esercita il comando operativo su truppe schierate in sei Teatri (Afghanistan, Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Iraq, Pakistan). Questo senza tenere conto delle operazioni sotto comando Onu e di quelle minori.

Diecimila militari circa su sei fronti. Il che corrisponde, tenendo conto delle esigenze di avvicendamento dei reparti in Teatro, a un impegno complessivo di 40mila militari. Un impegno non indifferente, soprattutto se visto alla luce di due principi della strategia militare: economia delle forze e concentrazione degli sforzi. Un impegno che si traduce in esigenze di collegamenti, comunicazioni, rifornimenti, acquisizione informazioni, elaborazione ed emanazione di direttive, oltre a una serie di attività minori. Il tutto proiettato su teatri operativi profondamente diversi l’uno dall’altro, ognuno con le sue spiccate caratteristiche dovute alla natura dell’impiego delle forze, morfologia del territorio, condizioni climatiche, caratteristiche socio-culturali e religiose degli abitanti.

I primi tre mesi del 2006 vedranno, sul fronte politico interno, l’accentuarsi di una campagna elettorale che sembra già iniziata nel 2005 con quelli che con termine militare si chiamerebbero ‘combattimenti preliminari’. La tenzone politica è l’anima della democrazia e si può affermare - senza timore di sbagliare - che nessun italiano oggi sarebbe disposto a rinunciare né all’una né all’altra. Si conduca quindi la battaglia secondo le regole democratiche e senza esclusione di colpi, con una limitazione però: tenere le forze armate fuori dei giochi politici e fuori della battaglia.

E’ pur vero che le forze armate dipendono dall’Esecutivo tramite il ministro della Difesa, ma i militari hanno giurato fedeltà alla Repubblica, non a una maggioranza politica. Per questo motivo l’articolo 87 della Costituzione affida al presidente della Repubblica il comando delle forze armate. E poiché il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale, altrettanto va detto delle forze armate: rappresentano l’unità nazionale. Un attacco politico al governo o a un suo ministro usando le forze armate come falso scopo* è un atto di slealtà nei confronti dello spirito che anima la Costituzione della Repubblica Italiana.

Si tenga inoltre presente che nel ‘villaggio globale’ di oggi una parola sbagliata, una frase sbagliata, dette con esclusivi scopi di lotta politica interna, proiettate nelle realtà socio-culturali e religiose dei Teatri dove sono impegnati i militari italiani, possono amplificarsi e assumere significati diversi o addirittura drammatici e ripercuotersi sui rapporti con la popolazione mettendo a repentaglio la sicurezza del personale, delle installazione, dei mezzi e dei materiali. In Afghanistan, Bosnia-Erzegovina, Iraq e Kosovo il ‘sangue dei vinti’ è ancora caldo e una parola sbagliata potrebbe vanificare il lavoro di anni.

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(*) Falso scopo: nelle artiglierie a tiro indiretto, particolare topografico sul quale il puntatore centra il reticolo dello strumento di puntamento (cannocchiale panoramico) per indirizzare la bocca da fuoco verso l’obiettivo.

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