Anno 2006

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Profilo basso

Giovanni Bernardi, 24 ottobre 2006

Ai tempi in cui Patto di Varsavia e Patto Atlantico si sarebbero dovuti affrontare in una possibile guerra per la conquista (da una parte) e la difesa (dall’altra) dell’Europa continentale, il sistema d’arma terrestre di punta era il carro armato. L’attacco in profondità (evoluzione della dottrina messa in atto durante la seconda guerra mondiale da Rommel e Guderian) sarebbe stato portato da formazioni di carri del Patto di Varsavia, anche lasciandosi dietro sacche di resistenza. Attacchi successivi avrebbero portato le formazioni sovietiche e dei loro alleati a Lisbona nel giro di una settimana. Tutto rimasto - per nostra fortuna - a livello di piani.

Durante gli anni Sessanta furono sviluppati da Russia e Stati Uniti due sistemi d’arma: rispettivamente T64 russo e M60 americano. Il carro armato T64, introdotto nella seconda metà degli anni Sessanta come successore della famiglia T54-55-62 e con la stessa sagoma snella dei suoi predecessori, fu prodotto esclusivamente per l’esercito sovietico ed ebbe come successore il T72, distribuito invece a molti alleati-amici della Russia. L’M60 americano era una evoluzione del M48 Patton, a sua volta evoluzione del M47.

Il primo era lungo 9,2 metri, largo 3,4, alto 2,2. A una massa di 38 ton faceva corrispondere una velocità massima di 75 km/h. L’armamento principale era dato da un cannone da 125 mm, con coassiale da 7,62 e arma in dotazione del capocarro da 12,7. L’americano M60 era lungo 9,8 metri, largo 4, alto 3,8. Le 60 ton di massa gli consentivano una velocità di 50 km/h. L’armamento era costituito da un cannone da 105 mm, con coassiale da 7,62 e arma del capocarro da 12,7. L’equipaggio del M60 era costituito da quattro carristi, quello del T64 da tre.

Lo sviluppo dei due sistemi d’arma seguiva quindi due vie differenti. Criticato per la sua mole e la limitata mobilità fuori strada, l’M60 si rivelò invece molto affidabile e durevole nel tempo (è stato impiegato ancora dai Marines in Desert Storm). Lo sviluppo russo privilegiava invece la potenza di fuoco (cannone da 125 mm contro 105), la velocità (75 km/h contro 50) e soprattutto la sagoma frontale (3,4x2,2 contro 4x3,8). Al punto che per il T64 i russi ridussero l’equipaggio a tre carristi, per contenere le dimensioni del carro, sostituendo il caricatore con un sistema automatico a cremagliera, che però non si dimostrò molto affidabile.

Si può capire che lo sviluppo dei carri russi verso le ridotte dimensioni era dovuto al fatto che erano quelli che avrebbero dovuto attaccare e sarebbero quindi stati più esposti al fuoco nemico. Più ridotte erano le dimensioni, più difficile era colpirli. Quelli americani, invece, difendendosi, avrebbero potuto approfittare di appigli tattici che ne avrebbero nascosto in parte la sagoma. Se da parte americana la politica per lo sviluppo del sistema d’arma era quella del confort del personale e della affidabilità del carro, da parte russa, anche facendo soffrire il personale a causa degli spazi più angusti, la politica era quella del ‘profilo basso’: meno mi faccio vedere, meno mi possono colpire.

Il ‘teorema del profilo basso’ è infallibile e può essere applicato anche nella vita di tutti i giorni: brillantissime carriere sono state fatte a profilo basso. L’importante è non offrire troppa sagoma al nemico. L’importante è non emergere, non decidere, non avere iniziative. Meno iniziative, meno rischi. Meno rischi, più probabilità di fare carriera. Una particolare sotto-categoria dei ‘profilobassisti’ è quella dei ‘decembrini’. Quelli cioè che, dopo essere rimasti inattivi per 11 mesi, nel mese di dicembre si scatenano a inviare auguri a tutti quelli che potrebbero influire sulla loro carriera. Auguri con calendario, naturalmente. Così le Poste Italiane sono sommerse da quintalate di calendari con auguri che vanno in tutte le direzioni. Ma principalmente Roma. Dentro il Raccordo Anulare, naturalmente.

Il teorema del profilo basso sembra contagioso. Il 20 ottobre la città di Gorizia ha salutato la brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli che si sta ridislocando con 2.500 unità in Libano. Un impegno importante, se si considera anche l’eco che la crisi Libano-Israele ha avuto nei media di tutto il mondo. Ma come il quotidiano ‘Il Tempo’ fa notare (Parte la “Pozzuolo” ma il governo non c’è, del 21 ottobre), “nessun esponente dell’esecutivo ha partecipato alla cerimonia”, scrive ancora il titolista nel catenaccio. Anzi no, un esponente del governo c’era: il sottosegretario al Commercio estero Milos Budin (eletto nella circoscrizione IX, Friuli-Venezia Giulia).

Alla cerimonia era presente anche il generale Bruno Job, comandante delle Forze operative terrestri, il quale, nella mattina dello stesso giorno, durante una conferenza stampa che faceva seguito alla chiusura della esercitazione Great Result 2006 del Cimic Group South di Motta di Livenza, aveva fatto una affermazione importante e grave: “Le difficoltà finanziarie che abbiamo non ci consentono di chiudere nei tempi previsti i programmi di acquisizione dei mezzi. Non si può permettere che venga disperso il patrimonio di lavoro e sacrificio delle forze armate, di chi ci ha rimesso la vita” (“Pochi fondi per i soldati italiani, non siamo tranquilli”, Corriere della Sera, 21 ottobre).

Insomma: le forze armate italiane non hanno soldi, al punto che non si riescono a portare a termine i programmi di acquisizione e – cosa ancora più grave – non si riesce a garantire un livello di addestramento tale che consenta di avere tutte le brigate operative (si pensa di ridurre quelle operative a quattro); sono impiegate in Albania, Bosnia, Kosovo, Iraq, Libano e Afghanistan (per citare solo i principali Teatri); ufficiali, sottufficiali e soldati continuano a rischiare la pelle ogni giorno; e c’è pure qualcuno che gioca a ‘profilo basso’? Chi ce l’ha mandata la Pozzuolo in Libano, il governo o è stata una iniziativa personale del generale Job?

Profilo basso, profilo basso. Ce ne siamo accorti quando i comunicati stampa provenienti dai Teatri si sono ridotti drasticamente, a parte qualche comunicazione d’incidente (e nemmeno tutti), qualche nave che va e qualche altra che torna, qualche cambio di comandante. Quando la Friuli era a Nassiriya, diramava un paio di comunicati a settimana. Ora che c’è la Garibaldi, non si fa fatica a pensare che le consegne date al generale Carmine De Pascale siano state: profilo basso. E le avrà avute così anche il generale Paolo Gerometta, comandante della Pozzuolo.

Le forze armate italiane questo non se lo meritano. Non se lo meritano quelli che hanno perso la vita nell'adempimento del loro dovere, se non altro per il rispetto che dobbiamo alla loro memoria. Non se lo meritano ufficiali, sottufficiali e soldati che si sono arruolati per servire la Patria e in nome di questo ideale chiedono di essere degnamente addestrati ed equipaggiati. Non se lo meritano le famiglie, che vedono partire i loro cari senza nemmeno un saluto di Palazzo.

Ma non sarà mica perché dentro il Raccordo Anulare si pensa che Gorizia è all’estero? Roma, un giorno qualunque in un ministero qualunque: “A Nando, ma Gorizzia sta in Italia?” “Me pare de sì” “E Trieste pure?” “Ahò, ma quante domande che mme fai oggi!” Chissà se una scena di questo genere è mai avvenuta.

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