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| Anno 2006 | |
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Contestualmente alla presentazione del CalendEsercito 2007, nella stessa biblioteca dello stato maggiore dell’Esercito, il professore di Psicologia del marketing della università cattolica di Milano, Albino Bosio, ha presentato una indagine di Eurisko (di cui ricopre l’incarico di vice presidente) sulla conoscenza e sulla immagine che l’opinione pubblica ha dell’Esercito italiano. L’indagine è stata condotta telefonicamente su un campione rappresentativo di mille italiani nel periodo tra il 6 e il 9 novembre.
Gli obiettivi della ricerca tendevano a valutare presso l’opinione pubblica italiana: l’immagine dell’Esercito; la conoscenza e la percezione che la popolazione ha delle attività svolte dalla Forza armata; il grado di conoscenza e la valutazione delle missioni internazionali nelle quali quest’ultima è coinvolta. La rilevazione è stata condotta dalla unità telefonica GfK Eurisko specializzata in rilevazioni Cati (Computer assisted telephone interview) e il campione di mille persone comprende una popolazione di età superiore a 18 anni, ripartito per sesso, età, collocazione geografica e ampiezza del centro di residenza. Secondo quanto afferma Eurisko, le stime hanno un errore statistico del tre per cento e un livello di confidenza del 95 per cento. “Non senza una certa sorpresa – ha commentato il professore Bosio – abbiamo rilevato che si prospetta una rappresentazione dell’Esercito presso l’opinione pubblica decisamente favorevole”. Sul piano sociale si profila un “capitale d’immagine” per la Forza armata ampiamente spendibile, anzitutto “sul versante interno in attività di supporto alla popolazione, ma anche sul versante esterno nella partecipazione alle missioni internazionali”. In conclusione, secondo il professore “l’Esercito sembra proporsi in modo condiviso come una realtà dotata di valore e di capacità di servizio per il Paese”. Alcuni dati della ricerca sono particolarmente significativi. I cittadini, pur avendo una conoscenza limitata della recente riforma delle Forze armate (30%), ne conosce gli effetti e cioè che queste sono aperte a maschi e femmine (97%) e che l’arruolamento è su base volontaria (95%). Per quanto riguarda la presenza delle donne, l’immagine complessiva dell’Esercito migliora (78%), vi è una maggiore capacità organizzativa (71%), vi è un più elevato livello culturale e di istruzione (64%) e non è vero che la capacità di combattere è diminuita (81%). Significativo il fatto che la percezione positiva della presenza delle donne nelle Forze armate è ugualmente distribuita nei maschi e nelle femmine che hanno risposto all’indagine. Altro dato significativo è la valutazione complessiva della immagine della professione militare. L’ottanta per cento la considera positivamente con un range di valutazione che va da 6/10 a 10/10. Non solo: i militari sono utili al Paese (90%), la professione è utile per apprendere e comprendere (86%), forma il carattere (80%), ha buone prospettive di carriera (83%), consente di conoscere nuove persone (77%), è un modo per realizzare i propri ideali (77%), è apprezzata dalla gente (80%), è prestigiosa socialmente (78%), è interessante (75%), facilita il successo professionale (73%), offre una vita avventurosa (63%), ed è ben retribuita (59%). Ancora significativo il fatto che è l’Esercito (non solo l’immagine) a essere valutato molto positivamente (83%). E in particolare: nel soccorso alle popolazioni colpite da calamità (93%), nel servizio al Paese in tempo di pace (88%), nei rapporti con la popolazione (86%), nella partecipazione a missioni internazionali (82%), nella possibilità di sbocco professionale per un giovane (84%), nella garanzia per il Paese in caso di guerra (77%), in competenza e preparazione (79%) e in efficienza organizzativa (78%). Alla domanda “Quali sono i compiti che l’Esercito è chiamato a svolgere?” hanno risposto: difesa della nazione (53%), missioni internazionali (29%), ordine pubblico (24%), aiuto alla popolazione in caso di calamità (21%). Non c’è male. Anzi, si può affermare che l’indagine ha dato dei risultati lusinghieri. Certamente l’impegno internazionale delle Forze armate italiane – e in particolare dell’Esercito - in missioni ‘post conflict’ è stato determinante per l’immagine della istituzione. E’ stato altrettanto determinante per altri aspetti che non sono percepiti dal grande pubblico, ma che poi vanno a determinare l’indice ‘di gradimento’: la capacità di pianificazione e condotta degli stati maggiori; l’addestramento e l’impiego operativo dei reparti; la dotazione di armamenti, equipaggiamenti e mezzi; la preparazione e la sensibilità del personale a condurre operazioni in Teatri con contesti socio-culturali molto diversi da quello nazionale. In ultima analisi: l’operatività dello strumento militare. Non si può negare che a tutto questo ha contribuito anche l’abbandono del modello a coscrizione obbligatoria. Niente da dire nei confronti degli splendidi italiani che hanno prestato servizio militare con passione, dedizione e spirito di sacrificio. Ma quel modello offriva un Esercito puramente addestrativo (dodici mesi sono appena sufficienti ad addestrare il combattente). E non sarebbe stato possibile rischierare una Forza nel volgere di appena sette-dieci giorni, com’è avvenuto nel caso del Libano (Unifil-2). Lo stesso ambasciatore Staffan de Mistura non ha potuto fare a meno di far notare che in casi simili l’Onu prevede una fase di pianificazione di tre-sei mesi. Le Forze armate italiane, invece, pur con tutti i problemi di bilancio (che si riflettono in modo grave, gravissimo sull’addestramento), hanno dimostrato cosa vuol dire ‘impiego immediato’, quindi: massimo livello di operatività. A quanto pare, gli italiani se ne sono accorti.
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