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| Anno 2006 | |
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L’evoluzione della guerra e della teoria che la studia ha affrontato negli ultimi anni un nuovo capitolo. Questo è quanto sostenuto dai teorici delle nuove forme in cui il conflitto armato si estrinseca e che è stato nominato Fourth Generation Warfare (4GW). La prima Intifada palestinese, la sconfitta in Somalia dell’Onu, AlQaeda, le guerre in Iraq e in Afghanistan sono lì a testimoniare che la teoria sta diventando pratica.
L’espressione ‘Fourth Generation Warfare’ fu usata per la prima volta nel numero di ottobre 1989 della Marine Corps Gazette in un articolo in cui si preconizzava l’avvento di una nuovo tipo di guerra. Essa avrebbe fatto seguito a quelle di prima generazione (basate sull’uso del manpower), a quelle di seconda (fondate sul firepower) e a quelle di terza (dominate dal concetto di manovra). In modo incredibilmente preveggente si teorizzava una possibile dualità nelle forze guida delle guerre di quarta generazione: da un lato una guerra basata sulla tecnologia (technology-driven warfare) e dall’altro una basata sulle idee (idea-driven warfare). Il progresso del mondo occidentale si è fondato sullo sviluppo delle tecnologie, soprattutto quelle informatiche e della comunicazione, portando al ben noto Network Centric Warfare. Ma in tutto il resto del mondo le cose hanno seguito una strada diversa. Col passare degli anni il pensiero teorico si è andato arricchendo incorporando anche idee legate alla sociologia e allo sviluppo mondiale. Vediamo alcuni dei punti cardine che sostengono la teoria. Il tramonto dello Stato. Il concetto di declino dello Stato viene esposto dal professore Van Creveld, che nel libro ‘The rise and decline of the State’ teorizza la fine del monopolio dello Stato sulla capacità di condurre una guerra, non essendo più giudicato in grado di affermare la propria superiorità nei confronti di altre entità organizzative, quali tribù o organizzazioni etnico-religiose, che meglio riescono a garantire alle persone sicurezza, riuscendo a catalizzare meglio lo sforzo di una guerra ‘idea-driven’. Questo progressivo indebolimento del ruolo dello Stato porta a un continuo aumento del disordine mondiale, che mina alla radice il funzionamento e il significato di molti aspetti della politica internazionale e di sicurezza. Indebolire la percezione di sicurezza fornita da uno Stato è ormai diventata la ‘mossa d’apertura’ classica degli attori di quarta generazione. La non-trinitarietà. Un altro concetto base degli studiosi della 4GW riguarda la rottura dello schema clausewitziano Stato-popolo-esercito: la cosiddetta trinità. Le guerre di quarta generazione sono guerre non-trinitarie, s’intende con ciò il venir meno della netta separazione tra pace e guerra e il fatto che non si condurrà più una guerra solo con l’uso di forze armate espressione di uno Stato e supportate da un popolo. Al-Qaeda, Hezbollah sono solo un paio di esempi. Tre nuovi livelli della guerra. Ai classici e molto conosciuti livelli della guerra individuati da Clausewitz, i livelli tattico-operativo-strategico, vengono affiancati tre nuovi livelli di scontro: il livello fisico (quello meno importante), il livello mentale, il livello morale. Questi nuovi livelli non sostituiscono i vecchi livelli clausewitziani, ma li affiancano per rendere possibile il collegamento delle azioni militari al contesto non-trinitario. Per esempio, si parla di ‘caporale strategico’, facendo riferimento alle immense conseguenze che potrebbero avere sul livello morale dello scontro le azioni anche di un semplice graduato, quando magari riesce a portare offese profonde alla popolazione e tali azioni vengono riprese in diretta su al-Jazeera o diffuse su YouTube. Abu Ghraib docet. L’introduzione del concetto di Grand-Strategy. Essa viene intesa come la capacità di aumentare i propri rapporti con altri centri di potere indipendenti, isolando contemporaneamente al nemico quante più connessioni. Ciò che rende specifico il concetto di guerra di quarta generazione è il fatto che aspetti della guerra già ben conosciuti da secoli - quali l’asimmetria, la guerriglia o il terrorismo - cambiano radicalmente di significato quando vengono considerati assieme ad altri aspetti del mondo contemporaneo come i sempre maggiori squilibri, la globalizzazione, lo sviluppo della tecnologia e lo sviluppo delle reti e dei mezzi di comunicazione. Questi aspetti del mondo moderno si prestano a una strumentalizzazione che permette agli strateghi della quarta generazione di andare direttamente al di là della necessità di forze armate e di ingombranti e costose organizzazioni parastatali logistico-organizzative per riuscire a sconfiggere l’avversario. Asimmetria, terrorismo, uso dell’arma economica, corruzione sono tutte realtà che esistono da sempre. Ma è solo il mondo contemporaneo che ne permette il contemporaneo uso a fini politico-militari. Facciamo un breve esempio. Le tribù afghane lottarono vittoriosamente contro l’esercito inglese nel corso del XIX secolo utilizzando la tattica della guerriglia e impedendo all’impero britannico qualunque capacità di governo e di controllo del territorio afghano. Ma la sconfitta strategica inglese a livello di Stato era fuori discussione. Oggi, in un contesto di quarta generazione, la guida strategica dei Taliban può affiancare alla guerriglia azioni di carattere strategico, quale fu il bombardamento della subway londinese oppure pensare addirittura al dirottamento multiplo di dieci aerei di linea in alleanza con al-Qaeda, mirando alla sconfitta anche a livello strategico del Regno Unito. E’ evidente che tra il tipo di guerra afghana di un tempo e quella di oggi c’è, appunto, qualche generazione di differenza. La guerra di quarta generazione punta sostanzialmente ad abbattere la capacità di resistenza dell’avversario al livello morale, evitando di scontrarsi in impossibili scontri di carattere militare, se possibile anche evitando quelli asimmetrici. Le azioni di carattere militare non hanno quasi mai un significato al livello fisico ma puntano sempre a influenzare la nostra determinazione a livello mentale e morale. Una guerra di quarta generazione non vede nello scontro armato il proprio aspetto principale. Le azioni dei Taliban in Afghanistan non si prefiggono di sconfiggere militarmente la Nato, ma di raggiungere tutta una serie di obiettivi che porteranno all’impossibilità di mantenere le nostre truppe in teatro. La prima Intifada palestinese raggiunse l’accordo di Oslo senza addirittura sparare un colpo. Il venir meno di una chiara suddivisione fra civili e militari e dello Stato come unica entità capace di combattere una guerra porta alle ormai ben conosciute difficoltà, da parte degli Stati costituiti e delle loro forze armate, ad affrontare questo tipo di sfide. Le capacità richieste alle forze armate sono molto diverse da quelle che per decenni sono state pianificate sia in termini di materiali che di preparazione del personale. Il fatto è che il mondo Occidentale pare preparasi a una guerra che ormai nessuno gli offrirà più occasione di combattere. La guerra del Golfo del 1991 passerà probabilmente alla storia come l’ultimo conflitto del suo genere. Dopo l’operazione Iraqi Freedom con la dimostrazione delle capacità tecnologiche delle Forze armate Usa, nessuno per molto tempo a venire concepirà sfide di carattere classico contro l’esercito americano. Sembra infatti svanita anche la prospettiva, per un ipotetico avversario classico degli Usa, di infliggere almeno un significativo tasso di perdite, tale da poter impattare al livello mentale e morale di uno scontro di generazione precedente. Il diffondersi di guerre di quarta generazione rende ovviamente ancora più complessa e delicata la preparazione dello strumento militare da parte dei governi occidentali, stante la necessità di assicurare la deterrenza nei confronti di minacce di generazione precedente. Infatti, così come nelle epoche passate guerre di generazione diversa si affiancarono, così anche l’avvento della 4GW si andrà ad affiancare a quelle di seconda e terza generazione. Lo sviluppo di queste nuove concezioni della guerra si presta a valutazioni importanti e dalle conseguenze profonde e di difficile gestione politica in quanto evocano temi spinosi. Le società occidentali possono affrontare un nemico di quarta generazione? E se sì, come? Per una moderna società occidentale è molto difficile - se non impossibile - affrontare e vincere una guerra di quarta generazione. La nostra società, fondata sulla separazione dei poteri, sul rispetto dei diritti umani e sulla democrazia, ben difficilmente potrà affrontare sfide a spettro così ampio, che affrontano aspetti su piani tanto diversi e regolati da diverse entità burocratiche (ministeri diversi, poteri diversi ecc..) e di difficile integrazione. Inoltre, se da un lato l’orizzonte temporale molto lungo delle guerre di quarta generazione contrasta con le dinamiche interne degli Stati democratici legate ai cicli elettorali, dall’altro le nostre società non possono essere mobilitate, con una temporanea sospensione delle tutele del tempo di pace, contro ‘una idea’. Nel caso in cui si dovessero comunque combattere conflitti di questo tipo, le capacità richieste alle forze armate, a cui gli occidentali demandano questo tipo di interventi, dovrebbero essere decisamente diverse da quelle disponibili. Il concetto base viene riassunto in una constatazione provocatoria: nella storia umana, tra Davide e Golia, nessuno ha mai parteggiato per Golia. Con questo si intende sostenere che l’impiego della forza deve essere radicalmente diverso. Il concetto base è quello di de-escalation. Un concetto molto ben conosciuto dalle Forze di polizia di tutto il mondo che fisiologicamente rifuggono dall’uso della forza. E come spesso accade alle Forze di polizia di sostenere perdite superiori a quelle dei malviventi, così potrebbe succedere alle forze armate. Ma contrariamente a quanto avviene nelle guerre di generazione precedente, questo fatto non dovrebbe essere considerato una sconfitta. L’impiego del British Army nell’Irlanda del Nord costituisce un buon esempio, anche se effettuato a contatto di una società le cui dinamiche erano perfettamente conosciute e la cui maggioranza era guidata da ‘idee’ che appoggiavano la presenza dell’esercito. Inoltre le operazioni militari dovrebbero sin dall’origine essere concepite di durata molto lunga, decennale se non di più e la presenza delle forze armate dovrebbe essere quantitativamente parametrata alla popolazione civile e non alle forze armate da combattere. Solo questi due aspetti citati portano ad alcune gravi conseguenze per quanto riguarda la rispondenza degli attuali schemi di reclutamento delle forze armate. E’ evidente che operazioni di lunghissima durata e numericamente rilevanti mal si adattano a forze armate professioniste. Inoltre, impegnare soldati professionisti in missioni di basso profilo ma molto rischiose, renderebbe il loro reclutamento sempre più difficile e l’abbassamento degli standard conseguente potrebbe portare a soldati sempre meno adatti alla missione e tendenzialmente più facilmente permeabili al ‘disordine’ diffuso dal nemico. Le autorità statunitensi stanno monitorando con preoccupazione l’impatto che reduci di basso livello qualitativo stanno avendo sulle tecniche usate nelle guerre tra gang (guerre idea-driven, per altro). Anche tutta la politica degli approvvigionamenti e dello sviluppo di nuovi armamenti dovrebbe essere rivista sia per valutare la reale necessità di alcuni sistemi d’arma sia per capire la sostenibilità a fronte di un impiego così lungo e dei costi connessi. Inoltre, affrontare sfide di quarta generazione espone inevitabilmente al rischio rendere gli eserciti impegnati e le società di cui sono espressione sempre più simili ai loro avversari. Inevitabilmente queste guerre tendono a diventare fonte di disordine che si riflette anche sulle nostre società. Combattere un avversario che è idea-driven inevitabilmente spingerà a una battaglia di idee al nostro interno. I disordini delle banlieu parigine e le ricorrenti tensioni su argomenti come immigrazione e integrazione ne sono una fresca testimonianza. Anche a una analisi così sommaria risulta evidente come per una democrazia occidentale i pericoli nel condurre guerre di questo tipo siano enormi. Molto più forti appaiono invece realtà statuali a contenuto democratico assai modesto o discutibile, capaci di concepire e gestire politiche su un arco temporale molto lungo e in grado di imbrigliare meglio la pubblica opinione, limitando le possibilità dell’avversario di raggiungere successi al livello morale. Specularmente emergono, come possibili avversari, formidabili forme di Stato idea-driven fortemente ideologizzate che con molta facilità riescono a giocare la partita su tutti i diversi tavoli utilizzando in pieno tutto lo spettro delle possibili forme di lotta sia utilizzando le possibilità date dall’essere un vero e proprio Stato, quali il disporre di capacità Wmd e finanziarie, sia da quello di gestire entità extra-statuali ed extraterritoriali. Dopo aver sconfitto il blocco comunista nella Guerra Fredda, vinta peraltro senza sparare un colpo con una svolta di quarta generazione imperniata sull’alleanza Usa-Chiesa Cattolica-complesso militar-industriale, il mondo occidentale dovrebbe rendersi conto di essere esposto al concreto rischio di una sconfitta.
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