Anno 2006

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Le istituzioni militari nel rapporto con la società e la politica

Luigi Caligaris, 16 gennaio 2006

Cortesia di
I sentieri della ricerca
rivista di storia contemporanea diretta da Angelo Del Boca

Chi leggerà queste righe potrà non condividerle affatto, definirle pretestuose, superate o banali o addirittura indignarsi ,come alcuni hanno fatto, alla loro prima lettura. Peraltro, sono proprio quelle esagitate e ansiose reazioni a uno scritto che fuori dell’Italia provocherebbe solo sbadigli perché giudicato cauto e conforme, a convincermi di avere toccato una nota dolente, sintomo di un disagio latente. Motivo per cui, dopo avere convenuto con Pagine di Difesa, di pubblicare la presente stesura, ho ripreso l’indagine per approfondire gli aspetti istituzionali specifici del Corpo militare, inquadrandoli nel contesto politico-istituzionale del paese e della sua cultura militare. In altri Paesi, peraltro, dove l’attenzione all’evolversi della cultura militare e ai rapporti fra militari e società non è venuta mai meno, l’interesse per questi temi è in crescendo, anche a causa delle incognite emerse nel dopoguerra iracheno.

L’eccezione che conferma la regola è la cultura italiana, sorda a sollecitazioni di questo tipo nonché condizionata da un approssimata e tendenziosa lettura degli scenari di pace e guerra, con un timido colpo al cerchio delle strategie ad alta tecnologia e uno vigoroso alla botte del soldato dedito solo alla causa umanitaria. Tutto ciò per assecondare chi fa della causa della pace strumento politico nella speranza di guadagnare a costo zero consensi. In siffatto contesto non ha spazio nel paese la figura del combattente soldato. Come peraltro evitare una forte crisi d’identità in chi viene inviato a fare qualcosa che può imporgli di battersi se quando si batte è criticato o smentito da chi glielo ha chiesto?

Eppure il ritornello pacifista è ormai parte del nostro lessico militare. Scrive Sergio Romano: “I militari hanno finito per adottare, quando parlano di loro stessi e dei compiti a cui debbono fare fronte, un linguaggio che si conviene ai caschi blu, alla Croce Rossa e alle associazioni di volontariato più di quanto non si addica a una forza combattente”. Mesi fa, ha scritto Paolo Mieli che sarebbe ora di smetterla di appiccicare a impegni oltremare e soldati il predicato ‘di pace’ seppure dubiti che si voglia farlo. Il 12 dicembre Claudio Magris precisa: “E’ ipocrita parlare di ‘missione di pace’ … i soldati caduti in guerra vanno onorati come tali e non come scolaretti ... la guerra dobbiamo chiamarla con il suo nome, senza la viltà e l’ipocrisia di non volere vedere cosa i nostri soldati, che abbiamo mandato in guerra, fanno. La guerra”.

I tre sono autorevoli storici nonché ‘opinion maker’, quindi fanno opinione, sul Corriere della Sera e non vi è dubbio che altri, in altre sedi, si siano così pronunciati. Poiché chi fa opinione è più attento a flussi e riflussi dell’opinione pubblica, ciò significa che il profilo ‘buonista’ ha tediato gli italiani che non vogliono essere eroi ma solo soldati affidabili, senza mistificanti aggettivi e senza mandolino e ulivo. Tipo e qualità del soldato non è tema superato ma è ben presente nella storia di ogni paese e non sarà certo un venticello di postmoderno a rimuoverlo.

Commenta quasi un secolo fa il politologo Gaetano Mosca: “Or, se interessi economici e ripugnanze morali, s'oppongono a uno scoppio bellicoso fra nazioni civili, per sessanta anni di seguito, è dubbio se fra le nuove generazioni potrà durare quello spirito patriottico sul quale sono fondati gli eserciti. Abolito o reso parvanza vana gli eserciti, rinascerà il pericolo che la prevalenza militare ritorni ad altre razze, ad altre civiltà, diverse da quella europea di cui si saranno appropriati mezzi e metodi di distruzione. E anche se questo pericolo parrà ad alcuni troppo lontano e chimerico, nessuno potrà ne-gare che vi saranno i caratteri violenti e quelli ti-midi, discrepanze d'interessi e voglia d'imporsi con la forza materiale. Sicché, sciolta o indebolita la grande organizza-zione, tolto il monopolio della funzione militare a quella categoria di persone che vi ha più gusto e attitudine, chi impedirà alle piccole organizzazioni di forti, arditi e vio-lenti di ricostituirsi per opprimere deboli e pacifici? E la guerra, morta all'ingrande, non rinascerà nelle contese fra famiglie, classi e villaggi?"

Ogni commento sulla sua attualità, pare inutile. In definitiva, fino a che non si sarà - e chissà mai se sarà - realizzata nel mondo la Grande Illusione, la pace giusta e universale, il soldato sarà indispensabile per ogni attore Stato. Pur riconoscendo questa realtà, le tentazioni di semplificare il problema sono tante, come dimostra il ricorso da parte degli americani all’outsourcing, reclutando per compiti a rischio decine di migliaia di ex militari, quasi fossero novelle compagnie di ventura. Ma qualcosa non ha funzionato, tanto è vero che il Pentagono ha intrapreso una campagna massiccia per il reclutamento nelle sue unità regolari. Se l’outsourcing è l’eccezione e non la regola, il Corpo militare si conferma come Istituzione fra le altre ma diversa dalle altre per funzioni e potenzialità. Questa considerazione, che può apparire banale, non lo è affatto in Italia dove la sua collocazione, forse risolta sul piano formale, è tuttora incerta su quello sostanziale, colmo di contraddizioni e lacune in merito al suo rapporto con la nazione e lo Stato.

Per un compito critico e atipico, quale quello dell’uso della forza, occorrono requisiti diversi da quelli propri di altre professioni e mestieri e il rapporto fra soldati e nazione non può essere quello di altre categorie dell’apparato statale. Lo sapeva Ottaviano che ha curato personalmente e nel dettaglio la riforma del suo esercito facendone una delle colonne portanti di Roma imperiale. Venti secoli dopo il problema del ruolo del Corpo militare è tuttora e ovunque centrale . Max Weber, nel riconoscere al solo attore Stato il ‘monopolio della violenza’, legittima l’esercizio di tale funzione, responsabilizza lo Stato che la possiede e il Corpo militare a cui quel compito affida. “La democrazia in America”, di Alexis de Tocqueville, testo sacro della democrazia americana, dedica a questo soggetto capitoli e sulla sua scia esiste negli Stati Uniti una letteratura assai ricca in qualità e quantità. In Italia, ove analogo sforzo non è stato tentato, il problema si pone più oggi di ieri in quanto, dopo mezzo secolo di oscurantismo verso il Corpo militare, non si è fatta chiarezza sul suo ruolo e sulla sua collocazione politica e istituzionale.

Se è stato sdoganato, come si dice in politichese, lo è stato sul piano formale, retorico ed emozionale. Qualità del rapporto con la nazione e lo Stato, trasparenza, chiarezza, fine della crisi d’identità sono aspetti di uno sforzo culturale che non si può fare attendere e che dovrà indirizzarsi non al solo albero militare ma estendersi alla foresta politico-istituzionale in cui opera. In assenza di un svolta culturale adeguata, la riforma delle forze armate, pur valida per i risultati raggiunti, rischia di relegarle nel ruolo di fornitrici di prestazioni, se e quando serve. Non è un traguardo adeguato, soprattutto in un panorama politico e istituzionale quale quello italiano, dove ogni parte è protesa a difendere il proprio orticello ed è ben lieta di lasciar fuori gli altri servitori della nazione (art. 98 della Costituzione). Il caso del ministero della Economia che premia i suoi profumatamente e invita gli altri al digiuno, riducendo ai minimi termini i finanziamenti per la funzione Difesa in assenza di chiarimenti e commenti da parte del ministero della Difesa, è tipico di una tendenza che di trasparenza istituzionale ha ben poco. Non saranno certo queste mie righe a fare chiarezza. Sono infatti solo un primo tentativo di capirci qualcosa, niente di più che una libera chiacchierata sul tema. Dovrò proseguirla da solo mentre altri sbadigliano?

Le istituzioni militari nel rapporto con la società e la politica

Non sono pochi in Italia coloro che, consapevoli della crisi di autorevolezza e credibilità dello Stato, prospettano cure politiche o parapolitiche per conferirgli ipso facto prestigio e credibilità. Tuttavia, sorge il dubbio che non di rado si tratti non già di lungimiranti e coraggiose riforme ispirate da senso dello Stato e interesse per la nazione, quanto di accorgimenti contingenti e pragmatici per assicurarsi il proprio successo elettorale per poi gestire, senza troppi condizionamenti e problemi, il potere così assicurato.

Seppure, in ogni democrazia, sia fisiologico - oltre che logico - che le parti politiche facciano quanto loro è possibile per assicurarsi la conquista del potere e una sua più agevole gestione, tuttavia le scelte dei percorsi possibili per conseguire entrambi gli scopi sono dettate e condizionate dalle culture politiche e istituzionali delle singole nazioni. Anche se, per tutelare le libertà democratiche e il buongoverno, ognuna di esse dispone di una sua rete di controlli ed equilibri affine - almeno nelle finalità - ai flessibili checks and balances (controlli ed equilibri, ndr) americani, tuttavia nelle singole società nazionali e nei diversi momenti della loro storia, differiscono i modi per assicurarli e i ruoli assunti da politica e istituzioni, sia individualmente sia nel rapporto fra loro.

Gli anglosassoni, più che alla norma s’affidano all’autonomia di giudizio e senso di responsabilità di chi deve attuarla, che in tal senso viene formato ed educato. Noi italiani, invece, plagiati da un Giustiniano grafomane, tendiamo ad attribuire più valore alla norma che non alla capacità di chi deve applicarla. Non è distinzione da poco. Mentre, infatti, nella società e cultura anglosassone gli organismi istituzionali hanno una loro forte identità e rivendicano una propria libertà d’azione, in quella italiana si pongono in funzionale sottordine rispetto alla norma che magistralmente gestiscono. Nel gergale delle burocrazie istituzionali italiane, il frequente ricorso a termini sopra le righe, quali ‘dogma’, ‘cattedra’ o ‘verbo’ nell’alludere a tesi e testi ufficiali, non è solo atto d’ossequio verso chi la norma la detta, ma rivelano la voglia di rifugiarsi al suo riparo per sfuggire a responsabilità individuali. Otto settembre docet. A comprova di questa tendenza, ogni volta che scoppia una grave crisi in Italia, la reazione corale è di accusare lo Stato, anonimo capro espiatorio su cui riversare le accuse.

Per cambiare corso, si dovrebbe riconoscere che il buon governo del paese non dipende solo dalla maestà della politica, dalla auspicata saggezza delle regole o dalla saggia e solerte supervisione dello Stato da parte di illustri garanti. Sono altrettanto importanti: la qualità dei singoli attori istituzionali a qualsiasi livello essi siano; la loro orgogliosa coscienza del ruolo e il loro responsabile modo d’assolverlo. Tali attori, beninteso, non debbono essere pregiate eccezioni da cercare ogni volta nel parco di eroi che, in barba a Brecht, spesso l’Italia esibisce per perdonarsi la modesta qualità dell’insieme, bensì essere il naturale prodotto di una cultura politico-istituzionale rigorosa e di qualità. Infine, non meno importante è l’auspicabile apporto della cultura e dei mass media alla formazione e diffusione di tale cultura politico-istituzionale, oltre che al monitoraggio della sua applicazione.

C’è da dubitare che in Italia, da quel che si legge o si sente, che una cultura di tale tipo e livello ci sia e che vi sia interesse a discuterne. Mentre infatti si concedono le prime pagine alle più marginali vicende della politica, saltuari e distratti sono gli accenni alle istituzioni. Caso tipico quello della magistratura, chiamata in causa non già per sottolineare la rilevanza del suo ruolo quanto perché coinvolta o da coinvolgere nella lotta politica. L’invocazione della ‘politique d’abord’, condivisibile quando allude alle alte politiche, è invece distruttiva se strumentalizzata per asservire ai partiti le istituzioni. La tendenza a convertire le istituzioni da super partes in partigiane della politica risale alla fine della seconda guerra mondiale quando, nel contesto del confronto fra i Blocchi, la sinistra ha tentato in vari modi di accreditarsi parte della magistratura e delle forze dell’ordine, provocando azioni eguali e di segno contrario nello schieramento anticomunista. In quel frangente solo le forze armate si sono sottratte ai tentativi di politicizzazione, riconfermando la neutralità propria dei servitori dello Stato già da esse affermata durante il fascismo. Il contenzioso politica-istituzioni si è stabilizzato fino agli anni Settanta quando, sulla scia della solidarietà nazionale e con il pretesto di dare più spazio alla politica e di democratizzare la nazione, si è legittimata l’invadenza dei partiti nella vita pubblica e nelle istituzioni. L’accoppiamento dettato da comuni interessi fra partiti e burocrazie istituzionali ha dato alla luce la partitocrazia.

Imperdonabile errore. Senza sminuire il ruolo primario della politica, è ovvio che dall’affidabilità e competenza delle istituzioni dipendono in non piccola parte le sue probabilità di successo nel governare lo Stato, di conseguenza il tanto invocato buon governo del paese. E’ luogo comune fra politologi che, nella politica nazionale di sicurezza, istituzioni sane e motivate "ottimizzano il potenziale e l'influenza di una nazione" mentre vi sono "nazioni impedite ad agire tempestivamente dalle loro stesse istituzioni“ e come “culture e istituzioni che contraddicono le esigenze della nazione". Ad avvalorare il dubbio sulla ingerenza dei partiti nelle istituzioni, concorrono essi stessi quando lamentano i tentativi del fronte avverso d’aggiudicarsi la lealtà delle alte e medio-alte cariche dello Stato. Nel passato consociativo si sono tacitate le proteste spartendo fra i partiti e all’interno degli stessi le cariche dello Stato e del parastato. E’ così nata la ‘lottizzazione’.

Sono così sorti i funzionari ‘in quota’ di partito, tributari della propria nomina a un partito di riferimento, promuovendo così una lealtà a doppia faccia, una verso l’istituzione e una verso la parte benefattrice. Non contenti di questo, i partiti hanno tentato, soddisfacendone senza troppi scrupoli le pretese corporative, di lottizzare in toto o in parte anche gli apparati istituzionali. Quei metodi che trovavano terreno fertile in un Paese in cui per scelta politica si erano sfumati il senso della nazione e dello Stato non hanno avuto comunque sempre successo, in quanto la loro veste surrettizia ed ‘extra legem’ non era allora accettabile per istituzioni, quali le forze armate, più coese e più convinte della statualità del proprio ruolo.

Quando il periodo consociativo ha ceduto il campo a quello bipolare, si è pensato di porre fine almeno in parte alla lottizzazione, non più praticabile nel nuovo contesto politico. Dopo decenni di cattive abitudini non era però realistico persuadere sia i partiti sia i loro seguaci, adusi a una pratica clientelare che aveva a entrambi giovato, ad abbandonare criteri di scelta politici per adottarne altri, meritocratici. Perciò, con la trasversale complicità delle parti politiche, si è cercato un modo alternativo per perpetuare, sia pure in altre forme e in linea con la mutata scena politica, i consolidati legami clientelari fra partiti e istituzioni.

Non si sono ripetuti gli errori del recente passato, la via surrettizia è stata sconfessata e un nuovo metodo è stato politicamente e istituzionalmente legittimato. Poiché, inoltre, nulla piace in Italia quanto ciò che viene dall’estero, quel metodo è stato mutuato da una cultura istituzionale straniera liberal-democratica - quella americana - e fra tamburi e fanfare lo ‘spoils system’ (appropriazione delle spoglie del vinto da parte del vincitore) ha fatto solenne ingresso in Italia. Si ha però motivo di credere che, come non di rado è avvenuto allorché si sono adottate cure straniere per curare mali tipicamente nostrani, di questo metodo si siano colti soprattutto gli aspetti più convenienti per le parti interessate (partiti e loro adepti), marginalizzando due aspirazioni fondamentali: la promozione di una cultura alta delle istituzioni e la valorizzazione della meritocrazia.

Si è infatti accolta la versione più grezza dello spoils system, che consente di avvicendare le alte cariche rimpiazzando un cospicuo numero di funzionari in carriera con altrettanti elementi graditi alla parte vincente. Anche cultura e mass media hanno trascurato l’accezione nobile del metodo statunitense, nota come ‘in outer system’, stimolante travaso nell’amministrazione pubblica della cultura ed esperienza della società civile mediante l’aggregazione di elementi qualificati oltre che pronti a lasciare la carica al termine del loro mandato, per tornare alle proprie occupazioni. Seppure talvolta vi siano abusi, le istituzioni e i mass media vigilano, la pubblica opinione è sensibilizzata e la regola è generalmente rispettata.

Ci si augura che in Italia, chiamando in causa il senso dello Stato che spesso s’invoca, si sposi tale versione e gestione del metodo americano, che la qualità dei prescelti sia alta, che la loro lealtà verso lo Stato e le sue istituzioni non sia in subordine alla parte politica, che essi non alternino il loro mandato alla politica attiva. In caso contrario, quale sarà l’impatto per le istituzioni, come reagiranno i servitori dello Stato - specie i meno smaliziati e i più giovani - quando avranno la prova che il loro lavoro e il loro futuro dipenderanno non dal merito bensì dalla benevolenza di questa o quella parte politica? Come non temere demotivazione, calo d’affidabilità e competenza delle istituzioni se senza trasparenza e rigore si vorrà imporre loro un folto nonché anonimo stuolo di alti funzionari di dubbia qualità nonché motivati da lealtà extraistituzionali?

L’adozione del nuovo metodo - lo si chiami pure spoils system purchè sia bene applicato - è l’ultima tappa di un lungo percorso seguito dalle parti politiche per assicurarsi la parzialità delle istituzioni, sottraendola di conseguenza allo Stato. Ad aprire la via è stato il placet politico che ha spesso ignorato i criteri di merito nella designazione delle alte cariche dello Stato, legando il prescelto al suo sponsor. In seguito, con solerte inventiva, sono stati pensati altri modi per aumentare il numero dei beneficati politici. Chiamando in causa una ipotetica meritocrazia, si è ignorata la regola - discutibile ma trasparente - dell’anzianità di carriera. Per confermare la fedeltà così acquisita, si è provveduto con crescente frequenza a prorogare anche più volte talune cariche oltre il tempo previsto e l’età di congedo. Eppure le prove non mancano che la proroga , tranne poche eccezioni, ha non di rado nuociuto al paese.

Duramente la critica Niccolò Machiavelli, affermando che ”l’autorità col tempo lungo sempre fia pericolosa e farà gli effetti buoni o tristi a seconda che siano tristi o buoni coloro a chi sarà data” e che Roma “non arebbe lasciata introdurre quella consuetudine di prolungare i magistrati la qual cosa col tempo rovinò quella repubblica“. Seppure venti secoli siano passati da allora, si può dire che la proroga deve essere misura eccezionale per tempi eccezionali e che va motivata da una forte e chiara ragion di Stato, mai dal contingente interesse politico. Se alla scelta di vertici e alti funzionari per via surrettizia o con spoils system non rigoroso si somma la pratica disinvoltamente discrezionale della proroga e/o l’attribuzione di cariche istituzionali o extraistituzionali alla fine del loro mandato, come non dubitare che la politica, nel costruire carriere infinite, voglia assicurarsi sempiterne gratitudine e acquiescenza da una sempre più ampia fascia di alti responsabili delle istituzioni? Seppure un dubbio siffatto non possa non inquietare chiunque creda in una sana ed equa amministrazione dello Stato, su tale via comunque ci si sta sempre più incaponendo.

L’anomalo abbraccio fra politica e istituzioni, conseguenza dell’invasione politica (Cassese) dell’amministrazione dello Stato e della via consociativa che, affermatasi negli anni Settanta è entrata a far parte della cultura politica dello Stato italiano, ha altre implicazioni. Ovunque, infatti, anche solo in nome di una migliore e più tempestiva risposta alle sfide di ogni natura che accrescono la complessità dell’attività di governo, si rafforza l’interesse dell’esecutivo a sottomettere le istituzioni. Cinque secoli fa, Machiavelli consigliava il Principe di non riconoscere ruolo forte e autonomo ai magistrati (leggi istituzioni), per non essere condizionato nel suo governare. Di opposto parere, tre secoli dopo, il liberale Alexis de Tocqueville, attento osservatore della democrazia americana, ha messo in guardia gli Stati Uniti da legami fra maggioranza, governo e istituzioni, tanto stretti da configurare un invisibile e incontrollabile Quarto Potere.

Il suo grido d’allarme ha contribuito a convincere le istituzioni americane a introdurre nello Stato anticorpi istituzionali che tuttora si mobilitano, anche spontaneamente, ogni volta che tale eventualità si profila. Il rischio non è comunque rimosso né negli Stati Uniti né altrove. Saranno sempre necessari autorevoli ed efficaci anticorpi. Fra i più rispondenti, il restituire alle istituzioni la consapevolezza del proprio ruolo e la voglia di responsabile autonomia, sottraendole all’improprio abbraccio della politica. Una leale collaborazione all’insegna della ‘non ingerenza’ sarebbe la chiave di lettura del loro rapporto. E’ forse questo il caso in Italia?

Vi è infine da tenere conto, sul piano delle prestazioni, dell’incidenza negativa sulla funzionalità di un istituzione, della sottomissione dei suoi quadri alti e medio-alti alla politica. Soprattutto in istituzioni di tipo e cultura verticistici, tale tendenza non può non penalizzare il rendimento dell’insieme. L’aspirazione dei beneficati per grazia ricevuta di compiacere e il timore di dispiacere contraddicono le esigenze di trasparenza, tempestività ed efficacia alla base di ogni serio apparato. Se mai un Quarto Potere di forma analoga a quello paventato da Tocqueville fosse così costruito, esso sarebbe non solo oppressivo ma anche inefficiente.

Passiamo al ruolo e identità delle istituzioni militari, o meglio dei Corpi armati dello Stato, forze armate e forze dell’ordine. In Italia raramente di loro si tratta in quanto istituzioni e soprattutto inevasa è la definizione del loro rapporto con la politica. Su questo argomento, sul quale esiste copiosa e qualificata letteratura straniera, non vi è in Italia un solo testo comparabile al saggio ‘The soldier and the state’ di Sam Huntington. Testo a cui attingerò a piene mani per segnalare cosa s’intenda per il rapporto fra politica e militari. Comincerò col citare un nostro affermato e autorevole intellettuale, secondo il quale quel rapporto non merita alcuna attenzione poiché “le cose militari sono problema tecnico, non politico”. Il che equivale a dire che il problema militare consiste unicamente nel costruire e gestire una complessa organizzazione, lasciando alla politica totale discrezionalità nel decidere che cosa farne. Mai Clausewitz è stato tanto citato a sproposito.

In effetti, il suo pensiero non è affatto isolato, anzi è ben radicato nella nostra cultura politica e istituzionale con ricadute pesanti. Se i Corpi armati dello Stato - diversamente da altre istituzioni - sono privi di rilevanza politica, essi possono essere rivoltati da capo a piedi, senza che nessuno voglia verificarne conseguenze e motivi. Poiché nessuno, inoltre, oserebbe sostenere che le istituzioni sono solo ‘tecniche’, si dovrebbe desumere che i Corpi armati dello Stato sono meno istituzioni delle altre, meno eguali fra eguali, avvalorando una percezione che ne sminuisce lo status e ne mortifica l’autonomia, facendone oggetto di sottomissione alla politica.

Di opposto parere è Huntington che afferma: “Il dibattito militare s’incentra su aspetti operativi ma le decisioni dipendono dal modello istituzionale che le regola … .le istituzioni militari sono soggette a due sollecitazioni: quelle che derivano dalla minaccia alla sicurezza e quelle delle forze sociali, ideologie e istituzioni dominanti. Istituzioni militari che riflettono soprattutto valori sociali non sanno assolvere le loro funzioni … quelle che ubbidiscono a imperativi puramente funzionali non sono accette alla società“. Per concludere: “le nazioni che sviluppano un equilibrato rapporto fra civili e militari conseguono un grande vantaggio nella sicurezza mentre quelle che non ci riescono finiscono per sprecare le proprie risorse e per correre incalcolabili rischi”.

A fronte di quanto sopra, alcune domande s’impongono. Si può forse dire che quanto affermato da Huntington sia riferibile a organismi privi di rilevanza politica? Certo che no. Se il problema militare è solo tecnico e non politico, non è neppure sociale, ideologico o istituzionale? Quanto all’affermazione che vi sono Paesi che non hanno sviluppato un equilibrato rapporto fra civili e militari, come evitare che il pensiero corra all’Italia? Allora occorre comprendere cosa in Italia abbia provocato tale sostanziale declassazione del Corpo militare e perché essa si sia confermata nei successivi periodi, nonostante i mutamenti dello scenario politico, sociale e strategico, con ricadute nient’affatto indolori non solo per esso ma per lo Stato.

La disattenzione verso il Corpo militare come strumento di sicurezza negli anni della Guerra Fredda nasce da due considerazioni: la deliberata marginalità dell’Italia nel contesto militare dell’Alleanza Atlantica e la prioritaria attenzione da essa devoluta all’ordine interno. A quanto pare le cattive abitudini sono dure a morire se già alla fine dell’Ottocento secondo gli italiani ”l’ideale militare era il carabiniere“ e l’esercito doveva essere “forza di pace sufficiente ad assicurare l’ordine pubblico in qualsiasi circostanza”. In quel contesto la politica non si è fatta carico della chiara definizione del ruolo che lo strumento militare avrebbe dovuto assolvere nel contesto alleato. La preoccupazione dominante è stata di assicurare una vasta presenza sul territorio per motivi di ordine interno e per esigenze di ordine sociale, demandando alla Nato le decisioni di maggiore rilievo. Quanto alle forze armate, poco o nulla si è detto loro sul cosa fare e su come farlo, limitandosi a imporre loro un basso profilo e ad assegnare loro modeste risorse. Inoltre, con la presenza nel paese e nella politica di una forte ideologia pacifista, i governi che si sono avvicendati, in cui con rare eccezioni si sono alternati ministri a disagio con la dimensione militare della sicurezza, non abbiano sentito lo stimolo a dibattere seriamente del rapporto fra il Corpo militare e la società.

Quel dibattito, invece, è stato condotto negli Stati Uniti allo scopo di porre termine “al declinare del prestigio della professione militare e al vacillare del morale del Corpo degli ufficiali”. Ne è scaturita la rivalutazione dello spirito e dell’identità militare nella convinzione che “un forte, integrato, altamente professionale corpo di ufficiali, immune dalle tentazioni della politica, rispettato per la fermezza del carattere, offre un contributo stabilizzante alla stessa politica”. Negli anni successivi, su iniziativa del Congresso e del Pentagono si è prodotta una evoluzione intellettuale più favorevole alla istituzione militare e, di conseguenza, “le istituzioni militari si inserirono senza serie difficoltà nella struttura politica, sociale ed economica del Paese”.

Impietoso un confronto con la situazione italiana. Non solo, in Italia su questi temi non ha mai preso corpo un dibattito di pari tono e vigore né lo hanno promosso e condotto in sintonia intellettuali, parlamenti, mass media e Difesa. Tanto meno vi è stata, a sostegno delle forze armate una levata di scudi, analoga a quella che negli Stati Uniti ha unito il Congresso e i mass media, dall’estrema destra all’estrema sinistra, contro l’ingresso della politica nelle alte sfere delle forze armate. Nell’Italia del dopoguerra, semmai, si sono moltiplicate le campagne diffamatorie contro le forze armate, quelle sì condotte in sintonia fra politici e mass media, fra le tante accuse di velleità golpiste - mai provate - che hanno però contribuito a dissociare il paese dalle sue forze armate. Temi come ‘spirito militare’, ‘comando’, ‘morale’, rivalutati dal dibattito americano, sono stati rimossi, anzi respinti, dalla cultura del nostro paese.

Nel rendersi conto che non c’era chi volesse riproporre, come valore positivo, la militarità e i suoi valori, il Corpo militare ha finito con l’adottare un basso profilo disegnandosi un ruolo piattamente subordinato alla politica. I suoi vertici non hanno profferto parola contro la propria esclusione, caso unico in Occidente, dalla consultazione e decisione di governo su temi militari, ivi inclusa la guerra. Se talvolta sono stati invitati a partecipare, ciò è stato per via informale, probabilmente a evitare che nell’apprendere del loro ingresso in via ufficiale qualcuno s’accendesse di sdegno per la presunta militarizzazione della Repubblica. Nessuno che tuttora si chieda se non è un paradosso che il capo delle forze armate italiane non abbia accesso al Consiglio dei ministri. Su questi aspetti non mi soffermo perché il discorso sarebbe lungo e complesso. Basti dire che il luogo di consultazione e decisione di governo nelle crisi e in guerra (il Centro di Decisione Nazionale, Cdn) a vent’anni dalla sua nascita è più deserto che mai, con le sue venti e più sedie vuote in vana attesa dei titolari. Il problema non è la sede - quella o un'altra è lo stesso - ma la carenza di cultura decisionale nei momenti di crisi.

Si potrà dire: che importa? Importa, eccome. Tanto per fare un esempio, il generale Wesley Clarke, ex comandante supremo della Nato durante la guerra del Kosovo, affermò che, in caso di guerra terrestre, l’Italia avrebbe contribuito con 3.500 soldati. La decisione è forse stata discussa dal Cdn e, se la seduta vi è stata, sono stati sentiti i capi militari per accertare i rischi della operazione e la preparazione delle truppe a quell’imprevisto scenario? Pare di no. Ma non è un solo caso. In realtà nessun governo ha mai voluto ascoltare i propri capi militari e, senza un giro di boa nella cultura politico-militare, così continuerà. Sorprende inoltre che, nell’apprendere da Clarke la notizia, nessun giornale, radio o televisione abbia pensato di chiedersi se così fosse corretto procedere. Anzi, vi fu chi si compiacque per il nostro coraggio. Gonfiarsi il petto d’orgoglio per merito di pochi soldati, possibili martiri o eroi, resta il leit motiv della nostra cultura militare.

In realtà, ciò avviene quando la classe politica, pur non sapendo di cosa mai tratta, non è tuttora disposta a cedere spazio ai ‘tecnici’, categoria in cui, come detto, in Italia i militari dimorano. Una definizione un po’ ipocrita perché l’influenza dei vertici militari sui politici è innegabile e non solo in quanto loro danno il supporto di conoscenze e competenze di cui essi non possono fare a meno, ma anche perché essi, seppure in via surrettizia, possono - e spesso ci riescono - persuadere i vertici dello Stato a negare la carica a un potenziale candidato ministro della Difesa, come a confermarne un altro di loro gradimento. È inevitabile che il ministro ricambi il favore, in omaggio alla regola della cooptazione reciproca. Altrove, a verificare la bontà delle scelte ministeriali provvede il legislativo con trasparenza e rigore.

Mai da noi si è detto, come negli Stati Uniti, che è necessario “dare cultura politica agli ufficiali, attribuire responsabilità politiche alle istituzioni militari, disporre di un competente parere militare“ per poi chiedersi: “Se il parere militare è vitale per la sicurezza nazionale e se generali e ammiragli non sono chiamati a esporre il loro punto di vista, chi mai lo dovrebbe fare in vece loro?” Ma invitare i militari a parlare non basta, importa assai di più si siano convinti di avere l’obbligo, se interrogati in ambito istituzionale, di esporre con serena e competente franchezza il loro parere, anche quando contrasta con l’opinione corrente o con la posizione dei loro capi politici.

Ha scritto, alla fine degli anni Cinquanta, un capo di stato maggiore dell’Esercito, il generale Giorgio Liuzzi: “E' naturale che salendo verso i più elevati gradini gerarchici l'attività militare e quella politica si avvicinino fino a interferire: gli alti capi militari non possono agire esclusivamente nel settore disinteressandosi di quello politico, nello stesso modo che i governanti e gli eminenti uomini politici non possono svolgere azione di governo o fare alta politica senza tener presenti le esigenze della difesa e l'organizzazione militare”. Mezzo secolo dopo è cambiata qualche cosa?

La collocazione dei militari in un riduttivo e improprio contesto ‘tecnico’ non all’altezza di dialogare con un pseudo Olimpo politico, esonerandoli da un dibattito civile-militare adeguato, ha inciso pesantemente su molte loro importanti scelte a loro imposte in chiave solo politica senza una serie verifica della loro attuabilità. Per citarne alcune: la smilitarizzazione delle forze di polizia di cui è difficile capire perché, dato che nella forma e nella sostanza non è meno militare degli altri Corpi armati dello Stato; la proliferazione di modelli difesa (più o meno una dozzina) esibiti da ogni ministro al suo arrivo senza che nessuno di essi sia andato in porto; la fine del servizio di leva e il suo rimpiazzo con il professionismo in base a requisiti di egoistico interesse politico secondo tappe politicamente convenienti ma militarmente nocive.

Tale faciloneria influisce anche nella gestione dei corpi militari che, in assenza di chiara indicazione del loro ruolo, sono sbattuti in ogni direzione secondo criteri di presenzialismo che contraddicono la razionalità militare. Le forze dell’ordine sono pesantemente coinvolte nelle più diverse manifestazioni, sportive o politiche, con grave dispendio di risorse morali, economiche e professionali. In organizzazioni verticistiche quali esse sono un maggiore peso dei rispettivi vertici nella formulazione delle decisioni contribuirebbe a razionalizzarne l’impiego.

Non negli Stati Uniti e neppure in Italia, un metodo analogo allo spoils system ha finora investito l’apparato militare. Tuttavia, mentre quello americano, che vanta forte identità, ha finora opposto con il pieno sostegno della nazione precisi limiti all’ingerenza politica, è difficile dire altrettanto di quello italiano, dopo mezzo secolo di crescente soggezione della politica senza che i mass media obiettassero. Mai, che io sappia, in Italia un giornalista di rango ha messo in guardia dai rischi della politicizzazione degli alti gradi militari, mentre negli Stati Uniti l’autorevole Walter Lippman ha denunciato come “intollerabile l’eventualità d’uno scisma fra generali repubblicani e democratici!” Anzi, non è passato molto tempo da quando esponenti politici hanno rivendicato il diritto di estendere, sia pure extra legem, lo spoils system ai vertici dei Corpi armati dello Stato. I mass media si sono limitati a prendere atto di quelle preoccupanti pretese, quasi che esse rientrassero nella normalità del rapporto fra istituzioni e politica. Quelle rivendicazioni sono a quanto pare rientrate, ma non è arbitrario temere che si rinnovino alla prima occasione, o apertamente o per vie traverse.

Peraltro, non poche fra le tecniche di seduzione messe in opera dalla politica per aggiudicarsi la lealtà partigiana delle istituzioni sono state surrettiziamente rivolte anche ai Corpi armati dello Stato e, se continueranno o peggio si diffonderanno, non potranno non impedire gli auspicabili tentativi di attribuire responsabile e orgogliosa autonomia all’apparato militare. La tendenza oggi imperante non è affatto questa e sbaglia chi trova conferma di un ritrovato spirito militare nei Corpi armati dello Stato, basandosi sulla loro crescente ostentazione di una militarità rituale e formale. Senza la riscoperta del suo significato profondo e senza un serio tentativo di riqualificarla in coerenza con i tempi e gli scenari, il moltiplicarsi di quei riti e quei simboli rischia di tradursi in futili e dispersive forme di quello spagnolismo barocco che da cinque secoli imperversa in Italia. Il divorzio fra forma e sostanza, quando enfatizza la prima e penalizza la seconda, non ci ha mai portato fortuna.

Seppure oggi, grazie al capo dello Stato , il Corpo militare sia riproposto alla nazione e sia in corso una rivisitazione del suo operato, non s’intravedono tentativi significativi per porre rimedio alle vistose e preoccupanti carenze della cultura militare. Per ovviare a questa lacuna non basta riconoscere tardive e fittizie lauree ai quadri ufficiali e contrarre accordi consociativi con le Università, non serve sprecare preziose energie discutendo di strategie altrui senza speranza di applicazione in Italia. Lo scopo di una offensiva culturale non deve essere il dare sotto varie forme un premio di consolazione ai militari o assicurarsi la benevolenza della cultura e dei media. Dopo decenni di subalternità al colto e all’inclita è d’obbligo che i militari, forze armate e forze dell’ordine, si facciano promotori convinti d’un nuovo pensiero militare, d’una forte identità militare, di un genuino spirito militare. In ultimo, per coinvolgere la nazione, sarà determinante il contributo dei mezzi d’informazione, in lenta crescita per quantità con qualche progresso in termini di qualità. Debole è tuttora militare.

Negli anni Cinquanta, periodo critico per le forze armate americane, si è così rivolto ai militari Sam Huntington: “Sui soldati, i difensori dell’ordine, posa una grande responsabilità. Il più grande servizio che essi possono rendere alla nazione è di essere fedeli alle proprie convinzioni, di servire con spirito militare con coraggio e in silenzio. Se rinnegano lo spirito militare, distruggono sé stessi e danneggiano la nazione. Se i civili consentiranno ai militari di aderire ai propri valori, le nazioni stesse potranno tutelare la propria sicurezza facendo propri quegli stessi valori“. A proposito di corsi e ricorsi, ciò è più o meno quanto sosteneva l’imperatore Adriano mentre era all’opera per ridare coesione e vigore all’impero! Mesi fa il capo dello Stato, rivolgendosi ai giornalisti, disse: “La regola è nella propria coscienza, nel mantenere dritta la propria spina dorsale, la schiena dritta è nel vostro Dna”. Può non esserla quella delle istituzioni e di quelle militari per prime?

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