![]() |
| Anno 2006 | |
|
|
Le decine di migliaia di colpi sparati dal contingente italiano in Iraq e la prospettiva di una guerra al terrorismo della durata di almeno una generazione dovrebbero innescare una profonda riflessione sulla organizzazione e sul tipo di preparazione dell’Esercito Italiano. Ormai è diventato un ritornello affermare che i generali si preparano a combattere la guerra futura come se dovessero combattere l’ultima guerra. Ciò non è vero. Spesso e volentieri la struttura e le procedure dottrinarie delle diverse forze armate vengono adottate studiando la composizione e i comportamenti del probabile nemico.
Per il caso italiano, è indubbio che negli ultimi anni i nostri soldati hanno dovuto confrontarsi con un nemico-tipo: il guerrigliero. Infatti, si è interagito – più o meno pacificamente – con miliziani drusi, irregolari somali, paramilitari serbo-bosniaci, separatisti albanesi, afghani tribali, jihadisti iracheni eccetera. Ne consegue che, considerate le scarse risorse finanziarie dedicate alla Difesa dai governi di qualsiasi schieramento politico e la mancanza di minacce dirette al territorio nazionale a breve-medio termine, occorre privilegiare la preparazione per la guerra minuta, contro un avversario medio-leggero. Di particolare importanza per la programmazione dello strumento militare sono le caratteristiche base del prevedibile nemico che, in generale, sarà dotato di armamento leggero, molto mobile, accetterà il combattimento di preferenza su terreno difficile (aree urbane, montagnose o forestali), ecc. Anche l’elevato livello di motivazione mostrato dai recenti nemici dovrebbe far riflettere: infatti, nonostante le centinaia di perdite inflitte dalle forze della coalizione alleata agli irregolari dell’Esercito del Mahdi durante gli scontri del 2004 a Nassiriya, Najaf e Baghdad, questi ultimi non hanno ceduto moralmente. Per fronteggiare gli impegni crescenti, l’Esercito Italiano dovrebbe continuare (e accelerare) sulla strada già intrapresa della polivalenza accentuata. In particolare, si avverte il bisogno di ricalibrare alcuni aspetti dell’organizzazione, armamento e addestramento. Ad esempio, occorrerebbe valutare la convenienza di costituire – come hanno fatto di recente i britannici – unità sul modello delle Forze speciali statunitensi, risultate preziose per l’attività di contro-insurrezione (e non solo). Non si tratta, perciò, di pensionare intere categorie di sistemi d’arma, ma solo rivederne le caratteristiche, la consistenza e le procedure operative di chi li impiega. Si dovrebbe, però, evitare di alleggerire in maniera eccessiva lo strumento militare terrestre in quanto molte caratteristiche dei cosiddetti conflitti a bassa intensità valgono anche per quelli di media-alta intensità. Del resto, perfino negli Usa si inizia a dubitare della necessità di avere un Esercito completamente proiettabile, qualità questa raggiungibile solo attraverso un alleggerimento generalizzato delle dotazioni. D’altronde sono bastate le prime bombe artigianali irachene a far aumentare il peso dei mezzi leggeri statunitensi: dapprima per iniziativa dei militari sul campo (che hanno aggiunto pezzi di cingoli alle fiancate e posto strati di sacchetti di sabbia sul fondo dei veicoli), poi con programmi ufficiali di ‘indurimento’ di emergenza. Oltreoceano ci si chiede, inoltre, quante volte si renderà necessario in concreto immettere in uno scenario di crisi una brigata aerotrasportabile in 96 ore (e il resto della divisione in 120). Se questi dubbi cominciano ad attecchire negli Stati Uniti, in Italia dovrebbero essere già fioriti: quante possibilità reali ci sono che qualche migliaio di militari italiani sia impiegato nel prevedibile futuro in un assalto tridimensionale in grande stile contro un nemico? A che cosa ci servirebbe investire in una struttura militare in grado d’intervenire massicciamente con un preallarme di poche ore, quando di solito si ha tutto il tempo per raggiungere (o abbandonare) tranquillamente il teatro d’operazioni? Occorre poi tenere sempre ben presente quello che ci insegna l’esperienza storica: difficilmente un qualsiasi governo italiano si impegnerà in intense operazioni belliche e, di norma, privilegerà impiegare l’arma aerea. Basta ricordare i 10 aerei italiani impiegati nella guerra del Golfo del 1991, i 14 in quella di Bosnia del 1995 e i 58 in quella del Kosovo del 1999. Dato che l’aspetto politico conta – eccome! - in sede di pianificazione militare, tanto più in tempi di ristrettezze finanziarie, la tecnostruttura non può non tenerne conto. Appare perciò poco realistica l’ipotesi di un impiego dell’Esercito in ‘operazioni multinazionali di proiezione rapida e decisiva di forza per la condotta di operazioni coercitive’ entro i prossimi 20 anni. Mentre, viceversa, acquista valenza primaria l’altra eventualità prospettata dallo stato maggiore dell’Esercito, cioè quella relativa a ‘operazioni di ricostruzione e stabilizzazione post-conflitto e di protezione attiva di aree di interesse strategico’ (come indicato dal responsabile della pianificazione dell’EI, v. G. Maggi, “Un progetto per il futuro”, Rivista Militare, n. 6, 2005, pp. 54-65). Si badi bene, però, che quest’ultima opzione non esclude il coinvolgimento dei contingenti militari all’estero in scontri armati di una certa intensità. Occorre che i decisori politici ne prendano opportuna coscienza. Se ciò portasse ad avere delle remore nell’uso della forza militare, vi sono a disposizione tanti modi alternativi per partecipare a coalizioni internazionali impegnate in conflitti più o meno armati. Ad esempio si può decidere di fornire assistenza sanitaria, concedere basi, addestrare in patria le forze di sicurezza indigene, condividere informazioni riservate, garantire appoggio logistico, pagare una parte dei costi, ecc. Spesso, si ha la netta sensazione che i politici nostrani maneggino con disinvoltura lo strumento militare senza essere ben consci delle sue dinamiche e logiche, potenzialità e limiti. Un’ultima osservazione, più generale, merita l’attuale tendenza delle Forze armate italiane a introdurre, in maniera acritica e frammentaria, elementi concettuali forestieri nella teoria e dottrina militare nazionale. Documenti ufficiali e articoli delle riviste militari italiane sono infatti pieni di riferimenti a costruzioni teoriche di origine anglossassone (Information Dominance, Network Centric Warfare, Revolution in Military Affairs, ecc.) nate per soddisfare altri requisiti e altre politiche, nonché supportate da differenti livelli di investimenti finanziari. A questo proposito, alcuni studiosi di strategia, quali Hervé Coutau-Bégarie e Colin S. Gray, sostengono che l’attuale Rivoluzione negli affari militari (Ram) sia servita al Pentagono per legittimare la propria struttura, stimolare il dibattito all’interno dell’istituzione militare e, infine, impedire eventuali tagli di bilancio negli anni Novanta. La Ram trasmette però anche un messaggio per uso esterno. Infatti, gli Stati Uniti propongono un modello al mondo intero: essi vogliono dimostrare, nello stesso tempo, che il loro vantaggio resiste qualunque cosa succeda e che l’avvenire apparterrà alle forze armate che si conformeranno a quel modello. Le potenze medio-piccole che non hanno i mezzi per seguire gli Stati Uniti sul terreno della modernizzazione, dovrebbero resistere alla tentazione di farlo e valutarne bene le conseguenze. Di fatti, tentare di imitare gli Stati Uniti significa condannarsi a restare in sottordine, a causa sia dell’insufficienza dei mezzi che dell’appiattimento di fatto sui modi di funzionamento e, in breve, sui modi di ragionamento americani. D’altra parte, non è peregrino chiedersi se i mezzi tecnici offerti dalla Ram siano assolutamente necessari all’esecuzione di una strategia di successo, tanto più che la Ram si concentra più sul vincere la battaglia, che la guerra e la pace seguente. Inoltre, è prevedibile che l’eccessivo irrobustimento tecnologico avrà un modesto valore bellico contro i probabili avversari, a causa delle contromisure che i più astuti tra loro adotteranno. (Cortesia ForeignPolicy.it)
|