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| Anno 2006 | |
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Il settimo segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, termina a fine anno il mandato. Prossimo all’uscita di scena, l’11 dicembre al Truman Presidential Museum & Library in Independence nella città di Missouri ha tenuto un discorso da cui si evincono delusione e rammarico. Kofi Annan ha rivolto ai leader di 192 Paesi un monito particolare alle tensioni nel Medio Oriente che sono "vicine al punto di rottura". Il rischio di allargare "un conflitto non come tanti altri, perchè ha un peso simbolico per un vastissimo numero di persone lontano dal terreno di battaglia" è per il segretario uscente il punto dolente della crisi. Il conflitto israelo-palestinese si può risolvere solo con l’intento di contribuire a una pace duratura in tutta la regione.
Sono state usate parole dure per gli israeliani e per i palestinesi. Su entrambi ricade la responsabilità di “porre fine alle violenze e fare concessioni”. Israele ha usato la forza in una zona densamente popolata, come Gaza, e tale condotta "porta a più morte, distruzione, e vendette". I palestinesi, dal canto loro, non avranno mai uno Stato, se non rinunceranno agli atti di violenza. Sulla scia di tali considerazioni, Kofi Annan ha analizzato quelle che definisce le “five lessons” ovvero i cinque ammaestramenti che ha tratto dalla sua esperienza decennale al vertice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Il punto di partenza per una valida azione è “la comunità internazionale”, rappresentata dall’Onu, e “la sua capacità di affrontare le sfide del Ventunesimo secolo” in modo serio e deciso. Annan ha osservato che “non ci sarà modo di sottrarsi alle stesse”. “Tutti i Paesi sono responsabili della sicurezza comune” ha ribadito. Se i paesi non agiscono uniti “non esiste alcuna soluzione a problemi quali la proliferazione nucleare incontrollata, i cambiamenti climatici, le malattie e il terrorismo internazionale”. Il lavoro di squadra fa premio. La sinergia delle forze permette di raggiungere una sicurezza duratura per tutti gli attori in campo. Essenziale responsabilizzare gli Stati per renderli partner attivi “nel proteggere ogni persona da genocidi, da crimini di guerra, da pulizie etniche e da crimini contro l’umanità”. I 192 Paesi hanno già sottoscritto il loro impegno alla responsabilità comune negli anni precedenti ma nulla pare cambiare nel tempo. Gli omicidi e le atrocità che si verificano “agli occhi di tutti nella regione africana del Darfur - ha detto Annan - fanno dedurre che la teoria e la retorica non servono”. E’ necessario intervenire in modo fattivo con strumenti economici, politici e in ultima istanza militari. Tutto ciò implica responsabilità verso le generazioni future che “si manifesta anche con il preservare risorse che oggi ci appartengo”. Quando nulla o troppo poco viene fatto, il peso del fallimento ricade sulle generazioni future e la colpa non può essere che di tutti. La prima sfida del mandato di Kofi Annan è stata la globalizzazione e il correlato concetto di solidarietà. “Non è realistico pensare a una ristretta minoranza di persone destinata a ricevere notevoli benefici e al contempo a milioni di persone lasciate nella totale indigenza” ha sottolineato. Nessuna società può dirsi stabile se non colma questa sperequazione. Sicurezza e prosperità dipendono dal “rispetto dei diritti umani e di leggi condivise”. Annan ha sottolineato come nel corso della storia l’umanità è sempre stata arricchita dal fattore della diversità. Comunità differenti hanno imparato a vivere in pace. Rimarcare ciò che unisce, ovvero “la comune appartenenza al genere umano” e la necessità di una comune dignità accompagnata da diritti tutelati dalla legge diventa allora un dovere. I governi “devono essere responsabili in modo reciproco delle loro azioni sia di politica interna che nel contesto internazionale”. Gli Stati con maggiore influenza politica ed economica devono sentirsi partecipi alle sofferenze dei paesi più poveri e deboli. Non è possibile affrontare le sfide globali da soli. Gli Stati devono tenere conto degli altri in modo mutuale grazie al contributo di istituzioni multilaterali come l’Onu e con l’aiuto di altre associazioni sia governative che solidaristiche. Annan ha sottolineato, infine, come le istituzioni internazionali debbano essere improntate a principi di democraticità al fine di “condizionare le scelte dei potenti nei riguardi dei poveri”. I Paesi in via di sviluppo devono avere maggiore voce nelle istituzioni finanziarie internazionali, le cui scelte possono influire sulla vita o sulla morte della gente. Nuovi membri permanenti al Consiglio di Sicurezza devono essere accolti. Ad oggi l’Onu riflette una visione del mondo datata: quella del 1945. Il principio di democraticità e la necessità "di una grande sensibilità "nei confronti dei credo e dei simboli sacri di altre religioni" saranno utili strumenti per non incorrere nel rischio di una guerra di religione su scala globale. Le idee sbagliate e gli “stereotipi legati all'idea dello scontro di civiltà” sono così diffusi che, gesti o parole nei riguardi di credo e di simboli religiosi di altri popoli, rischia di essere sfruttata da estremisti che desiderano una guerra di religione su ampia scala. Tutti i membri del Consiglio di Sicurezza “devono accettare la responsabilità conseguente il loro privilegio”. Tale organo non è un palcoscenico in cui sostenere a spada tratta interessi personali ma, un volano per coordinare la sicurezza globale. Mai come in questi tempi l’umanità necessita di un valido sistema globale. L’esperienza insegna che un sistema rende in modo poco efficiente se i suoi membri sono divisi e se manca una guida certa, meglio quando i due elementi sono presenti in una visione congiunta e lungimirante. I leader mondiali hanno questa grande responsabilità di coordinamento e direzione. L’umanità intera deve potere vedere che gli stessi vivono per portare a termine questo difficile compito.
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