Anno 2006

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La politica energetica italiana la fa Eni

Giuseppe Croce, 12 dicembre 2006

L’accordo raggiunto tra Eni e Gazprom è “anticipatore di una strategia europea per l’energia”. Con queste parole, il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha fornito, il 5 dicembre, il commento ufficiale della Farnesina all’accordo sulle forniture di gas fino al 2035 firmato da Eni e Gazprom il 14 novembre e lo ha dato in occasione di un incontro col premier russo Putin a Mosca a cui era presente anche l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni e il vice presidente di Gazprom Dimitri Medvedev.

“Non è un tradizionale accordo tra venditori e compratori – ha sottolineato D’Alema - ma un’intesa che prevede un’integrazione strategica, uno scambio di asset”, che da una parte “riduce la dipendenza e porta l’Eni qui in Russia a essere esportatore e produttore di materia prima”, dall’altra “porta Gazprom sul mercato italiano a essere distributore di gas”. Un accordo, quindi, che anticiperebbe la strategia europea in tema di rifornimenti energetici e lo farebbe, secondo le parole del nostro ministro degli Esteri, affidando a Gazprom, cioè alla Russia, il nostro futuro. Se non fosse che, ad essere onesti, l’Unione Europea proprio in questi giorni sta mettendo in campo iniziative che vanno in direzione opposta.

Con l’accordo del 14 novembre, infatti, il nostro Paese si è garantito le forniture di gas per altri 30 anni, ma al prezzo di consegnarsi interamente alla Russia. Si potrebbe affermare che nei prossimi 30 anni i consumi aumenteranno e gli eccessi di domanda di gas potrebbero essere soddisfatti dall’offerta di altri produttori. Tra i papabili sfidanti di Gazprom sul nostro mercato c’è Sonatrach, compagnia di Stato algerina. Ma non va dimenticato che proprio con Sonatrach il 4 agosto scorso Gazprom ha firmato un memorandum d’intesa che di fatto congela ogni competizione tra le due aziende.

L’Italia, quindi, ha scelto: la Russia, principalmente, e le sue compagnie “amiche” come Sonatrach, secondariamente, soddisferanno i bisogni energetici italiani nei prossimi decenni. Il nostro Paese, inoltre, ha scelto anche di continuare a delegare una parte importantissima della propria politica estera, cioè la politica energetica, all’Eni. Tutto questo mentre l’Europa si muove diversamente: nello stesso giorno in cui D’Alema elogiava l’accordo Eni-Gazprom, l’Unione Europea siglava un memorandum d’intesa sull’energia con il Kazakhstan, con l’obiettivo ufficiale e dichiarato di ridurre la dipendenza europea dalla Russia.

Il memorandum, firmato a Bruxelles dal presidente della Commissione Europea Barroso e dal presidente kazako Azerbayev, prevede uno scambio di informazioni sulle politiche energetiche e, soprattutto, cospicui finanziamenti per la costruzione di nuovi gasdotti e oleodotti che attraverseranno il Mar Caspio nei prossimi anni, entrando in competizione con i gasdotti che Eni e Gazprom hanno costruito fino ad oggi per portare il gas russo nel nostro continente. Assai interessante - e degno di nota, una volta tanto, per la lungimiranza europea che dimostra - il capitolo del memorandum che prevede l’istituzione di un tavolo permanente di discussione sulle tematiche nucleari.

L’accordo con il Kazakhstan, inoltre, non è una iniziativa isolata ma, al contrario, rientra in una strategia - questa volta sì - europea a largo spettro. Il 30 novembre, infatti, la Commissione ha piantato un altro pilastro della costruzione geopolitica che garantirà in futuro il gas all’Europa firmando un accordo con i Paesi del Mar Nero e del Mar Caspio. Si tratta dell’accordo conclusivo della cosiddetta “Iniziativa Baku” su cui i tecnici della Commissione lavorano da diversi mesi. Ancora una volta l’oggetto dell’accordo è costituito dalle reti di gasdotti che serviranno a portare il gas centro-asiatico in Europa. Il Memorandum d’intesa con il Kazakhstan, quindi, si può considerare il primo figlio dell’accordo del 30 novembre. Come dire: non erano solo parole. Interessante notare che in questo gioco centro-asiatico la Russia è presente, ma solo come osservatore.

Una strategia energetica europea, quindi, a poco a poco va finalmente delineandosi. E lo fa, però, in controtendenza rispetto alla strategia (tutta nazionale) italiana. Da una parte un continente che, forte dei propri numeri, si propone come ‘consumatore intelligente’ ai suoi (relativamente, rispetto al gigante russo) piccoli ma numerosi fornitori. Dall’altra un piccolo Paese che, pur di fare affari nel mercato delle infrastrutture energetiche, si concede totalmente al più grosso dei pesci grossi. Non si deve dimenticare, infatti, che l’altro lato della medaglia che consacra la dipendenza-schiavitù energetica dell’Italia dalla Russia è la possibilità per Saipem di fare buoni affari nell’upstream nelle repubbliche ex sovietiche.

Considerando che D’Alema tutto è tranne che uno sprovveduto, è difficile pensare che le sue lodi all’accordo Eni-Gazprom siano frutto di un errore o di una svista. Al contrario, tali parole mettono in luce l’atteggiamento classico dei governi italiani, siano essi di destra, sinistra o centro: la politica energetica italiana la fa, e l’ha sempre fatta, l’Eni. E l’Eni in Italia è costretta a ridurre la propria presenza nella distribuzione, mentre contemporaneamente deve garantire (per non subire le ire dell’antitrust) maggiori rifornimenti. Tutto ciò, però, senza perderci un centesimo di euro e restando sempre il colosso, il campione nazionale dell’energia pronto a sfidare ad armi pari i ‘colleghi’ del resto d’Europa.

Non c’è moltissimo da gioire, infatti, dei recenti accordi europei in fatto di energia, almeno finché non verrà superata la gelosia di tutti i Paesi membri nei confronti delle proprie aziende energetiche di Stato. Molto più onesto si è dimostrato il sottosegretario agli Esteri, Famiano Crucianelli, che ha dichiarato, in occasione dell’accordo Eni-Gazprom, che una strategia energetica europea nei confronti della Russia è fondamentale: “Se il rapporto dovesse essere Russia-Italia, sarebbe oggettivamente squilibrato”, queste le sue parole. Crucianelli, inoltre, ha ribadito l’importanza della politica di diversificazione nell’approvvigionamento di fonti energetiche da altre aree geografiche, tra cui in particolare il Caucaso, l’Azerbaijan e il Mar Caspio. Iniziativa Baku, per capirci, ma se nell’accordo Eni-Gazprom la Russia la fa da padrona, nell’iniziativa è semplice osservatore. L’Eni, nel frattempo, partecipa alle gare per lo sviluppo dei giacimenti di idrocarburi di Abu Dhabi e Trinidad e Tobago.

Nella futura strategia energetica europea - ormai lo si ripete da mesi - sarà fondamentale la Turchia: mentre ancora i difensori delle radici giudaico-cristiane del Vecchio Continente stanno a dibattere in tv sulla inopportunità dell’ingresso dei turchi in Europa, la Turchia si attrezza in grande stile e con immensi sforzi economici al fine di diventare essenziale per l’Europa. Ormai non passa mese che non ci sia da parlare dell’ennesima iniziativa e dell’ennesimo progetto turco in campo energetico, nella (ormai non tanto) lunga strada che la porterà a diventare il nostro hub energetico. Sempre il 5 dicembre, infatti, Turcas Enerji e l’azera Socar hanno firmato ad Ankara un accordo di joint-venture nell’intera catena del petrolio e del gas. Il progetto più succulento prevede la nascita entro cinque anni di una raffineria di petrolio da 10-20 milioni di tonnellate l’anno nel porto sul Mediterraneo di Ceyhan. Le due aziende, inoltre, si sono accordate sulla commercializzazione in Turchia e in Europa il gas azero estratto dal giacimento di Shah Deniz. Socar e Turcas, infine, stanno valutando progetti congiunti nell’upstream dell’Azerbaijan. La Turchia, ovviamente, ha partecipato fin dall’inizio alla Iniziativa Baku.

Dopo tante parole sul gas naturale, un breve accenno al mercato del petrolio. La notizia interessante delle ultime settimane è che il colosso russo dell’oro nero Rosneft ha in programma per i prossimi cinque anni investimenti per circa 20 miliardi di dollari. Secondo l’amministratore delegato dell’azienda Sergey Bogdanchikov entro la fine del decennio Rosneft raggiungerà le dimensioni di Exxon Mobil e BP e entro il 2015 avrà una produzione giornaliera di tre milioni di barili. Se qualcuno si chiede dove andrà venduto tutto questo petrolio, la risposta è semplice: il 70% è destinato all’Europa.

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