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| Anno 2006 | |
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Con la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno avuto termine gli scontri tra Idf (Israeli Defence Forces) ed Hezbollah. Per circa trenta giorni l’esercito israeliano e la milizia irregolare di Hezbollah si sono fronteggiati senza tregua, coinvolgendo negli scontri molti civili e causando molte vittime e ingenti danni alle infrastrutture, proprio nel momento in cui il Libano con nuove elezioni stava cercando di riprendersi dallo shock dell’assasinio del premier Rafik Hariri e con grandi sforzi tentava di risalire la china della ripresa economica.
Il testo della risoluzione 1701 merita una riflessione. La prima frase che colpisce è quella in cui si afferma che non dovranno esservi armi senza il consenso del governo libanese e nessuna autorità che non sia quella del governo libanese: pertanto, qualora elementi di hezbollah dovessero essere trovati nel sud del Libano armati si presume il consenso del governo libanese posto che hezbollah fa parte del governo? Come si comporterà nei fatti il governo libanese in tal caso, al di là delle mere e dovute dichiarazioni d’intenti? L’adesione a questa affermazione potrebbe portare a una grave crisi politica interna e alla possibilità di estensione della crisi anche alla popolazione che ora vede in Hassan Nasrallah il paladino che ha sconfitto l’esercito israeliano e che, sulla falsariga di una verosimile vittoria nella guerra mediatica parallela a quella combattuta con le armi, facilmente può essere fomentata. Pur essendo un problema interno questo rischia di avere gravissime conseguenze anche al di fuori delle mura di città. Ma ciò che rende maggiormente oneroso il compito della forza multinazionale è proprio l’affermazione in cui si prevede il disarmo di tutte le fazioni armate presenti nel territorio libanese: chi è preposto a svolgere tale incarico? Se fosse l’esercito libanese, pur sapendo già che sarebbe una operazione assolutamente priva di riuscita, si garantirebbe alle forze Onu una neutralità maggiore e, forse, doverosa vista l’occasione. Ma se così fosse, le forze Onu sarebbero dei semplici spettatori e, forse, bersagli vanificando così l’intensità dell’azione che invece promana dal testo della risoluzione. Se, invece, il compito del disarmo spettasse alle forze Onu, le cose si complicherebbero notevolmente: la consistenza della forza prevista, seppur indicata nella misura massima, farebbe pensare proprio a un’operazione capillare sul territorio e non al posizionamento di osservatori e ciò, allora, ci farebbe pensare alla necessità di regole di ingaggio che vadano al di là del semplice rispondere in maniera proporzionata all’offesa ricevuta: in tale caso il segretario generale delle Nazioni Unite dovrebbe disporre l’utilizzo di tutti i mezzi necessari per il raggiungimento dei fini contenuti nella risoluzione, il che legittimerebbe l’uso della forza per lo svolgimento delle operazioni di disarmo. Ma allora non saremmo più in un’operazione di peacekeeping bensì di peace enforcing, posto che comunque l’uso della forza non sarebbe consentito unicamente per la difesa di installazioni, persone e beni delle Nu ma lo sarebbe, anzi costituirebbe l’unico modo con cui i militari della forza multinazionale potrebbero svolgere il mandato dell’Onu. La pericolosità della situazione è “in re ipsa”: se i nostri militari non avranno regole d’ingaggio adeguate alla missione, questa potrebbe rivelarsi dolorosamente inadeguata. E’ chiaro ciò che vuole l’Onu ma non si può consentire che ipocrisie politiche mettano a rischio la vita e la sicurezza dei militari: se la missione comporta l’uso della forza per il disarmo di hezbollah, deve essere detto in maniera chiara ed esplicita in modo che coscientemente la nazione, ma ancora di più i nostri militari, sappiano esattamente che cosa stanno andando a fare.
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