Anno 2006

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La crisi del Darfur si estende a macchia d’olio

Luca de Fusco, 15 dicembre 2006

Dagli inizi di dicembre la situazione in Darfur è precipitata e sta sfuggendo a ogni controllo. Il quartiere centrale di el-Fasher, capitale del Nord Darfur, è stato invaso e saccheggiato da irregolari arabi (janjaweed, evidentemente reclutati in altre zone del Paese), che si sono scontrati con ex ribelli smobilitati e studenti. In sud Darfur, alcuni rifugiati, esasperati dagli attacchi di esercito e irregolari, hanno sequestrato in più occasioni militari della Forza di pace dell’African Union per protestare contro la mancanza di protezione da questi accordata. L’ultima notizia è che tre rifugiati sono stati uccisi dai militari Au sentitisi minacciati. Gli scontri continuano con crescente virulenza tra una nuova coalizione di gruppi ribelli, il Nrf (National Redemption Front), e l’esercito sudanese, coadiuvato da milizie janjaweed.

Nrf è una coalizione della maggior parte dei movimenti ribelli non firmatari dell’accordo di pace raggiunto ad Abuja il 5 maggio 2006; ha una grossa componente islamista, costituita dalla formazione Jem (Justice & Equality Movement) e dimostra disciplina ed efficienza bellica. Nrf, che si ritiene assistito dalla Libia, ha inflitto negli ultimi mesi pesanti sconfitte ai regolari sudanesi sia in Darfur che nel contiguo Stato del Kordofan, dove ha attaccato l’importante campo petrolifero di Abu Jabra. La laconica descrizione degli effetti demoralizzanti di tali rovesci sulle truppe sudanesi, comparsa sul blog di Jan Pronk, inviato speciale delle Nazioni Unite, ha provocato le ire del presidente el-Bashir, ufficiale dei parà, ed è costata all’autore l’espulsione dal Sudan senza che il Consiglio di Sicurezza muovesse opposizione.

L’aspetto più grave è l’internazionalizzazione del conflitto nei Paesi vicini. In Ciad sono attive almeno due formazioni antigovernative che puntano al rovesciamento del governo di Idris Deby, in sostegno del quale la Francia ha rafforzato la propria presenza militare nel Paese con nuovi reparti e mezzi. La Francia teme che la caduta di Deby riapra scenari di caos,come già negli anni 80 in quel Paese, e si comporta di conseguenza sostenendo però un governo scarsamente popolare che si poggia sulla sola etnia Zaghawa, peraltro divisa al suo interno. Inoltre, irregolari arabi, ciadiani e sudanesi attaccano sia campi di profughi provenienti dal Darfur che villaggi in una evidente replica dei metodi messi in atto dai janjaweed. L’Onu e le organizzazioni non governative (Ong) stanno evacuando la maggioranza del loro personale dall’est, la zona del Paese che ha visto gli scontri più violenti tra una miscellanea di gruppi ribelli e regolari ciadiani con le forze francesi in basso profilo.

In Centrafrica, oppositori del presidente Bozize sono entrati dal Sudan e sono riusciti a occupare alcune cittadine nel nord-est del Paese. I francesi hanno fatto pervenire rinforzi ai governativi, ma in questo caso hanno anche preso parte ai combattimenti, contribuendo alla sconfitta dei ribelli. I governi di Bangui e N’djamena accusano il Sudan di interferenza politica mirante a instaurare governi alleati. Francia e Libia si trovano stavolta dalla stessa parte della barricata, risolute a bloccare qualsiasi influenza fondamentalista nella regione. Si sentono sostenute da altri governi, come quello del Niger e del Camerun, dove le tensioni interetniche sono da tempo evidenti.

In Niger il governo ha ordinato ad alcune migliaia di nomadi arabi originari del Ciad di rientrare nel loro Paese, minacciandone l’espulsione forzata. Sono accusati di detenzione illegale di armi, di furti e stupri ai danni dei loro vicini africani e di invaderne le zone di pascolo. La cura migliore per il governo di Niamey sembra essere per ora la prevenzione. Il contesto ambientale è difficile, con il Sahara che avanza implacabile da nord, le siccità sempre più frequenti, risorse primarie, come l’acqua e i pascoli, sempre più contese. Le prime a risentirne sono le popolazioni nomadi o seminomadi che inizialmente competono tra di loro e come ultima risorsa invadono zone agricole vere e proprie di popoli sedentari. Questa la natura del casus belli, su cui si innestano differenze etniche (arabi contro africani), facendo riaffiorare faide storiche.

Dal punto di vista politico, però, la vera origine del problema è il caos politico istituzionale esistente da decenni nel più esteso Paese africano (il Sudan), effetto e causa della guerra civile nel sud protrattasi per 36 anni in due diverse fasi (1956-72, 1983-2005). Dominato da afro-arabi originari del nord che rappresentano solo tre gruppi etnici dei 300 esistenti (è questa l’essenza della denuncia con cui i ribelli del Darfur hanno dato il via alla lotta armata) e governato da una componente moderata e affarista del fondamentalismo riconducibile ai Fratelli Musulmani, il Sudan sta vivendo nel nord una fase di prosperità senza precedenti, conseguenza di una discreta produzione petrolifera e degli investimenti che essa ha attratto. Se venisse raggiunta una completa pacificazione, l’estrazione potrebbe moltiplicarsi rapidamente senza contare altre importanti risorse minerarie e agricole.

Per i notabili afro-arabi di Khartoum, stanchi di essere considerati i cugini poveri da egiziani e sauditi, la prospettiva di diventare detentori di una grande rendita petrolifera è un obiettivo irrinunciabile, tale da far loro dimenticare la jihad e finanche passare nel campo arabo moderato. Infatti, la concessione dell’accordo di pace con lo Spla del 2005 è stato il primo grande passo verso una richiesta di legittimazione rivolta al governo Usa che risolvesse al più presto tutti i contenziosi in atto,dai diritti civili ai rapporti con al-Qaida fino alla cancellazione del governo di Khartoum dall‘Asse del male.

Questa scaltra iniziativa diplomatica ha fatto breccia nella sospettosa incomprensione dell’amministrazione Bush, più incline a formulare ultimatum e minacce che a cogliere occasioni di distensione, ma non ha posto fine alla perfidia omicida dei servizi di sicurezza sudanesi, controllati dall’ala più retriva del fondamentalismo locale, creatori e finanziatori delle bande janjaweed nell’Ovest e ora nemmeno più in grado di controllarle nei loro sconfinamenti negli stati vicini. Se le pressioni americane hanno permesso che si pervenisse al trattato di pace tra il governo di Khartoum e lo Spla di John Garang nel Sud, esse non hanno potuto evitare sul nascere il conflitto del Darfur. Negli ultimi tempi si è evidenziato anche un terzo ostacolo costituito dall’arretratezza culturale e politica della dirigenza dello Spla emersa in tutta la sua evidenza dalla morte di John Garang.

Gli incidenti verificatisi la settimana scorsa in sud Sudan a Malakal (capitale del Upper Nile) e le centinaia di morti che ne sono conseguiti dovrebbero essere motivo di riflessione per chi in Sud Sudan sta monitorando il disarmo e la smobilitazione dei combattenti. La situazione è ancora fluida, ma per far sì che questi scontri siano solo uno strascico della seconda guerra civile sudanese e non i prodromi di una terza, occorre una iniezione di sforzi più sostanziosi e soprattutto univoci. I pacieri dell’Onu si sono comportati bene, evitando un massacro ancora più grave, visto che Malakal è sempre sul filo del rasoio dello scontro etnico tra le etnie confinanti di Nuer e Shilluk. E’ possibile che sia anche merito della regia di Kofi Annan, il quale in evidente dissonanza con Bush e Blair aveva lucidamente dichiarato da Addis Abeba che, prima di parlare di invio di truppe in Darfur, è indispensabile lavorare a un accordo politico che ne risolva la guerra civile.

Recentemente sono emersi incredibili dettagli dell’accordo di pace che una sola frazione dei ribelli e il governo di Khartum hanno firmato ad Abuja il 5 maggio 2006 sotto i congiunti auspici degli Usa - rappresenati da Zoellick, all’epoca vice della Rice - e della Unione Africana. L’Onu è stata ai margini di tali trattative come osservatore e questo non ha giovato. Innanzitutto, una importantissima clausola manoscritta inclusa su insistenza del governo ciadiano e che imponeva il disarmo e la raccolta in campi delle forze ribelli, è stata inspiegabilmente omessa dall’originale consegnato all’unico capo-fazione ribelle arrivato alla firma finale: Minni Minawi, fazione Zaghawa del Sudan Liberation Movement. Inoltre, grave omissione in un accordo relativo a un territorio vastissimo, nessuna mappa di definizione delle rispettive aree di competenza è stata allegata al testo principale.

Questo spiega, se non tutte, certamente una buona parte delle difficoltà che la forza di pace della Unione Africana ha incontrato nel corso della ‘mission’ rivelatasi ‘impossible’ dall’inizio. Ora, mentre lo stesso Minnawi (di fatto prigioniero del governo centrale) lancia le sue accuse di tradimento, la situazione è sempre più intricata. Ardua per intavolare nuove trattative, come invece insiste Kofi Annan, con un governo che si è smascherato da solo senza disarmare uno solo degli irregolari janjaweed che stanno all’origine del problema.

Possibile via di uscita è l’invio di una forza di interposizione nell’est del Ciad, per isolare il Paese da sconfinamenti nei due sensi. Questa richiesta è stata formulata dal presidente ciadiano da tempo, ma nel contesto mondiale non ha raccolto evidenti consensi, probabilmente per un accordo di spartizione di compiti tra Usa e Francia. Politicamente la Cina si è mostrata più responsabile e forse frena sul governo di Khartoum per non trovarsi schierata in una contrapposizione sempre più grave tra Paesi africani e arabi su quello che sempre più frequentemente nelle capitali africane viene definito un vero e proprio genocidio. Una conferma di ciò può essere la decisione di Khartoum di concludere un enorme acquisto di armi russe e non cinesi, stimato a un miliardo di dollari.

Se non intervengono nuove alternative, l’intensità degli scontri è destinata a aumentare in tutto l’ovest del Sudan e nell’est del Ciad. E se i combattimenti continuano, sarà molto più difficile che l’attuazione dell’accordo di pace nel sud Sudan possa continuare, riservando nuove tragiche sorprese. In Sudan soprattutto, ma anche nei suoi dintorni.

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