Anno 2006

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Modernizzare l’Islam dalla base verso l’alto

Gianfranco Fini, 3 marzo 2006, dal quotidiano "The Wall Street Journal"

The Wall Street Journal, 22 febbraio 2006 - E’ possibile che si possa apprendere qualcosa di positivo da eventi così inquietanti come le proteste anti occidentali che si stanno attualmente diffondendo tra le comunità islamiche in tutto il mondo? Secondo me, sì. La facilità con cui tanta gente si è lasciata persuadere (per non dire manipolare) a scendere nelle strade col pretesto di manifestare contro le vignette danesi su Maometto dimostra che anche in un mondo globalizzato i valori culturali e religiosi che caratterizzano una civiltà sono spesso percepiti come una eredità da proteggere a tutti i costi.

Ciò dimostra che il mondo è meno appiattito di quanto si voglia affermare. Questo non deve necessariamente preoccupare. La coesistenza di diverse civiltà e culture può arricchire l'umanità, purché questa coesistenza sia rispettosa dell’altro. C’è una verità fondamentale, troppo spesso ignorata, che la strada verso la modernità non può e non deve significare una occidentalizzazione forzata. Il riconoscimento di questa verità ispira l’impegno dell’Italia, al fianco dei nostri alleati, per modernizzare parti del mondo islamico. Un esempio particolarmente significativo è il ruolo di guida assunto dall’Italia per ricostruire il sistema della giustizia in Afghanistan.

Gli anni devastanti dell’occupazione sovietica, la successiva guerra civile e la repressione per mano dei Talebani hanno avuto probabilmente il loro effetto più catastrofico nel sistema giudiziario del Paese. Il regime talebano ha imposto l’interpretazione più oscurantista della legge islamica o Shariah; ha permesso anche il permanere di riprovevoli pratiche tribali che sono estranee alle tradizioni islamiche, come il coinvolgimento delle donne e dei figli dell’accusato nelle controversie giudiziarie.

La nuova Costituzione approvata nel 2003 alla Loya Jirga, il grande Consiglio dei rappresentanti delle tribù, garantisce che tutte le leggi rispettino i principi islamici. Al tempo stesso la costituzione stabilisce che la legge scritta – base primaria per i diritti dell’uomo – deve avere sempre la prevalenza sulla giusrisprudenza orale islamica. Sono dunque stati fatti progressi in due settori primari: le tradizioni giuridiche tribali sono state messe da parte mentre i precetti islamici più attuali sono stati trasformati in una sicura fonte di legge scritta. Queste piccole ma abbastanza rivoluzionarie innovazioni garantiscono il rispetto per i diritti umani senza infrangere i valori sostanziali e culturali dell’Islam.

Questo difficile compito va oltre una semplice riforma legislativa. Richiede una urgente riforma delle istituzioni giudiziarie e della pubblica amministrazione nel suo insieme, sia nella capitale sia nelle province. Stiamo cercando di diffondere il più possibile nella gente la consapevolezza della nuova legge e dei diritti fondamentali e siamo impegnati a formare giudici, procuratori e avvocati. Stiamo aiutando a costruire e restaurare tribunali, prigioni e uffici rendendoli di nuovo pienamente funzionanti.

Il nostro lavoro, che sarebbe pesante in ogni circostanza, è reso più difficle dalla situazione precaria della sicurezza in alcune parti del Paese. Tuttavia, siamo riusciti a ottenere risultati apprezzabili. In pochi anni e in collaborazione con altri organismi – agenzie specializzate delle Nazioni Unite, organizzazioni non governative, ma soprattutto le autorità afghane – possiamo elencare diversi risultati: l’introduzione di un codice semplificato di procedura penale e di un codice minorile; la revisione del diritto di famiglia e del codice civile; la riforma del regolamento penitenziario; la ristrutturazione delle Corti di Appello e delle prigioni di Kabul e la formazione di centinaia di funzionari della giustizia, molti dei quali sono stati istruiti per formare a loro volta altri operatori.

Abbiamo anche avviato un programma per rinnovare l’amministrazione giudiziaria a livello provinciale, portando corsi di formazione in sei province (Balkh, Kunduz, Paktia, Herat, Badakshan e Jalalabad). Contiamo entro i prossimi due anni di realizzare analoga attività in tutte le 34 province dell’Afghanistan, ricercando per questo la cooperazione dei Provincial Reconstruction Team a guida Nato. E’ un lavoro di grande respiro e meticoloso, non basato sulla imposizione dall’alto di culture e tradizioni straniere, radicato piuttosto nei principi e nelle tradizioni che la società civile afghana sente come sue. E’ perciò importante stimolare nella gente la consapevolezza di una cultura moderna dei diritti civili attraverso l’insegnamento nelle scuole, nei teatri e perfino nelle soap opera: in breve, le vere leve del soft power.

Il nostro compito è ancora lungo. L’Italia è più che mai determinata a fare del suo meglio per aiutare l’Afghanistan a costruire un domani migliore. Siamo impegnati a lavorare con altri paesi, con l’Onu e con i volontari per ricostruire il Paese. La chiave del successo di questo progetto, però, sta soprattutto nelle mani del popolo afghano che è padrone del suo destino, arbitro del suo successo o del suo fallimento. Il futuro di un Afghanistan pacifico, libero e prosperoso appartiene agli afghani, Né potrebbe essere altrimenti.

Traduzione non ufficiale dalla lingua inglese di PdD

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