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| Anno 2006 | |
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Il 12 ottobre scorso in Afghanistan è stato rapito il giornalista freelance italiano Gabriele Torsello. Un’agenzia di stampa afghana durante le prime ore del sequestro ha riferito che gli autori erano talebani e che Torsello sarebbe stato rapito perchè ritenuto una spia. L’ennesimo rapimento di un cittadino italiano all’estero riapre il dibattito sull’allarme che suscitano i sequestri di persona, oggi divenuti lo strumento privilegiato di gruppi politici e pseudo-politici che vogliono conquistare una nicchia di notorietà nello scenario internazionale.
Così come in altri eventi critici simili la maggior enfasi viene posta sui mezzi di comunicazione di massa che in questi casi forniscono, seppure inconsapevolmente, un notevole supporto ai sequestratori diffondendo le loro richieste e rivendicazioni. Ironia della sorte, come in tante altre occasioni, a essere rapito è proprio un giornalista, rappresentante di quei mass media, della libertà e del diritto di informazione che si intendono assicurare all’umanità anche rischiando la propria incolumità. Un altro aspetto del dibattito verte sulla opportunità per lo Stato italiano di negoziare con i sequestratori e sui termini e le modalità di eventuali trattative. Entrambi i punti sono molto controversi e meriterebbero un’analisi molto approfondita. Tuttavia alcuni spunti sulla tematica possono essere presentati senza fare particolare ricorso al rigore tipico delle analisi scientifiche. Innanzitutto è doveroso analizzare il ruolo che i media rivestono nelle crisi. Essi non hanno la semplice funzione di riportare le notizie e quindi le richieste di una delle parti coinvolte nell’evento. I mezzi di comunicazione mediano le richieste. Supponendo che non esistano trattative segrete tra lo Stato Italiano e i sequestratori, almeno nel periodo iniziale della crisi, l’unico mezzo di comunicazione sono i mass media. Essi non riportano la richiesta, ma la mediano, ossia la acquisiscono, la codificano e la trasmettono codificata. Fin quando non viene aperto un canale comunicativo diretto con i sequestratori tutte le strategie per gestire nella fase iniziale la crisi devono basarsi sul messaggio ricevuto dai media che dovrà essere opportunamente decodificato e valutato. La decodifica appare estremamente importante in questi casi in quanto le autorità italiane per gestire l’evento in modo ottimale dovranno prendere cognizione del soggetto-gruppo con il quale trattare, comprenderne gli obiettivi palesi e non, stabilire sulla base delle sue caratteristiche il modo di interagire con esso e quale tipo di comunicazione utilizzare. La creazione di un canale comunicativo diretto con i sequestratori sarebbe l’ideale, ma facendo parte di un gruppo che vive in clandestinità e dovendo tutelarsi da eventuali interventi repressivi, l’accettazione di una comunicazione diretta risulta molto difficile. Ecco perché i media in questi casi assumono un ruolo di particolare importanza. Ovviamente il modo di codificare il messaggio dei sequestratori seguirà una logica massmediatica con precisi scopi che non sempre coincidono con gli scopi delle autorità che dovrebbero, invece, perseguire l’obiettivo di salvare gli ostaggi. Le notizie confuse o poco chiare che seguono l’inizio dell’evento possono comportare dei ritardi nell’adozione delle misure strategiche previste in questi casi. Trasmettere la notizia a tutti i costi senza valutarne la qualità e la veridicità può comportare dei risvolti negativi di estrema pericolosità. Infatti, per il sequestro in Afghanistan di Gabriele Torsello in pochi giorni sono state diffuse diverse notizie, tra l’altro contraddittorie circa gli autori del sequestro (le notizie iniziali che citavano i Talebani come autori del sequestro sono state successivamente smentite) e le motivazioni. Un codice di comportamento da adottare a livello internazionale da parte dei mass media in relazione a questo tipo di eventi potrebbe facilitare enormemente il lavoro di decodifica del messaggio inviato dai sequestratori, comportando un notevole risparmio di risorse e di tempo per i responsabili della sicurezza dei cittadini di ogni Stato. Non si tratterebbe di imbavagliare i mass media, ma semplicemente di renderli parte attiva nella risoluzione degli eventi critici, rendendoli consapevoli del ruolo rivestito e responsabilizzandoli in merito al loro operato nell’ambito di una cooperazione con gli organi statali che si occupano della gestione della crisi per giungere a una sua risoluzione pacifica. Una valutazione più attenta delle notizie acquisite, la diffusione della notizia nel modo più trasparente possibile, la collaborazione con le Autorità preposte alle trattative per confrontare insieme le informazioni acquisite e valutare l’opportunità o meno di diffondere determinati particolari sono solo alcune delle modalità che, qualora venissero adottate, faciliterebbero notevolmente il compito dei negoziatori. Ritornando al secondo punto della questione, e cioè sulla necessità di giungere a una resa negoziata o comunque di intraprendere delle trattative con i sequestratori, è fondamentale tenere presente che l’intervento tattico per liberare degli ostaggi rappresenta sempre un rischio troppo elevato sia per gli ostaggi che per gli agenti o i militari che devono eseguirlo. La negoziazione, nei limiti del possibile, deve costituire l’opzione privilegiata per il recupero degli ostaggi. Negoziare con i sequestratori non è un segno di debolezza politica, anzi la resa negoziata dei sequestratori o comunque il rilascio degli ostaggi senza interventi militari attribuisce elevato credito politico a uno Stato e in molti casi è un’arma deterrente molto più efficace rispetto alla potenza militare. Il confronto tra autorità e sequestratori rappresenta un conflitto che si combatte sul campo mediatico ed è su questo campo che lo Stato deve affinare le sue armi. Negoziare, inoltre, non significa pagare un riscatto. Esistono, infatti, diverse tipologie di sequestro: a scopo di estorsione, per motivi politici o religiosi, per assicurarsi una via di fuga durante la commissione di altri reati. In ogni caso non sempre è facile risalire ai reali obiettivi che l’autore si è proposto di realizzare. Può succedere che i sequestratori richiedano il rilascio di detenuti o un riscatto, mentre il loro reale scopo è quello si pubblicizzare la causa da essi sostenuta o di essere riconosciuti politicamente dalle autorità dello Stato all’interno del quale sono attivi come membri di una organizzazione clandestina. In ogni caso negoziare non significa assecondare i sequestratori, ma semplicemente capire le loro intenzioni per giungere a un accordo e forse anche a un compromesso che tuttavia possa salvare delle vite umane. Gli esperti di negoziazione del Federal Bureau of Investigation (Fbi) ritengono fondamentale l’utilizzo dell’ascolto attivo quale strumento per gestire le crisi. L’ascolto attivo tramite la comunicazione ha lo scopo di individuare le reali motivazioni dei sequestratori, permettendo di giungere a una soluzione che possa soddisfare sia gli autori della cattura che le autorità che negoziano. Infatti, le trattative durante una cattura di ostaggi non devono rappresentano necessariamente un ‘gioco a somma zero’. Entrambe le parti coinvolte nella negoziazione possono essere soddisfatte dell’accordo raggiunto. Per esempio le autorità riescono a recuperare l’ostaggio e i sequestratori ottengono la pubblicità che permette loro di appagare i propri bisogni narcisistici e diffondere i propri ideali politici o religiosi anche con scopi di reclutamento. Il conflitto in corso deve essere sempre ‘ammorbidito’ e di questo aspetto i negoziatori esperti ne sono a conoscenza. Il conflitto duro non può avere esiti positivi in questi casi per vari motivi. Il primo è che i gruppi che sequestrano ostaggi per motivi politici di solito nascondono le proprie vittime in luoghi segreti difficilissimi da localizzare e questo costituisce un notevole vantaggio per loro. In secondo luogo tali gruppi in genere sono bene organizzati militarmente e, in alcuni casi, sono pronti anche all’omicidio degli ostaggi e quindi al suicidio. Inoltre l’intervento militare con l’uccisione dei sequestratori può rappresentare proprio l’obiettivo che questi ultimi intendono realizzare. Infatti, il cosiddetto ‘suicide by cop’ rappresenta un’arma ideologica molto efficace per screditare la politica di un governo. Per questo l’intervento repressivo appare l’ultima ratio per risolvere la crisi, data la pericolosità che comporta per l’incolumità fisica degli ostaggi. È auspicabile, pertanto, la costituzione di una ‘Unità di negoziazione’ da affiancare alla Unità di crisi del ministero degli Affari Esteri, composta da professionisti che abbiano le conoscenze e le capacità per affrontare questa tipologia di eventi critici scaturiti in scenari internazionali caratterizzati da intensa conflittualità. Inoltre tale Unità dovrà interagire con i Servizi di informazione e sicurezza (Sismi-Sisde) per fornire agli stessi le informazioni acquisite durante le trattative, utili ai fini della localizzazione degli ostaggi e per la predisposizione, in maniera vantaggiosa, di un eventuale intervento militare qualora il processo di negoziazione fallisca.
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