![]() |
| Anno 2006 | |
|
|
Il 2 marzo il presidente americano George W. Bush e il primo ministro indiano Manmohan Singh si sono presentati ai giornalisti convenuti nei giardini del palazzo del governo di New Delhi e nel corso della conferenza stampa congiunta hanno annunciato la conclusione di importanti accordi di cooperazione in molti settori tra cui quello atomico. Secondo i termini dell’intesa in ambito nucleare, punto di arrivo di trattative avviate nel luglio 2005 al tempo della visita di Singh a Washington e conclusi nelle 15 ore precedenti all’arrivo del capo della Casa Bianca in India, i due Paesi si sono impegnati a un reciproco scambio di conoscenze e tecnologie nucleari e New Delhi, pur non avendo sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare (Npt) del 1968 che vieta alle nazioni non firmatarie di poter ottenere materiale fissile, potrà acquistarlo dagli Stati Uniti purché venga utilizzato solo per usi civili.
Washington si è impegnata a smaltire le scorie che tale materiale produrrà e in cambio l’India ha accettato di operare una netta separazione tra l’energia nucleare a scopi civili e a scopi militari sottoponendo 14 dei suoi 22 reattori al sistema delle ispezioni internazioni della International Atomic Energy Agency (Iaea). In base a tale accordo il 65 per cento della sua potenza nucleare sarà dedicata a utilizzi civili mentre la restante parte a scopi militari, senza tuttavia alcun tipo di controllo internazionale. Non solo, tra gli otto reattori sottratti alle ispezioni della Iaea sono compresi quelli autofertilizzanti, in grado di produrre grandi quantità di plutonio facilmente utilizzabile per costruire un maggior numero di testate nucleari. L’accordo concluso tra i due leader ha destato reazioni molto contrastanti. Secondo le forze di opposizione al governo Singh, in particolare quelle di ispirazione comunista, l’accordo consentirà agli Usa una indebita ingerenza negli affari interni indiani. A Washington, dove il Senato per ratificare l’intesa conclusa dovrà emendare l’Atomic Energy Act del 1954 contrario alla vendita di tecnologia nucleare ai Paesi che non partecipano alle convenzioni contro la proliferazione nucleare, molti sono convinti che l’accordo non poteva essere stipulato in un momento peggiore: con quale autorità morale gli Usa sottopongono al Consiglio di Sicurezza i progetti di arricchimento dell’uranio per scopi civili dell’Iran di Amadinejad, firmatario del Npt, se non solo hanno dato il loro via libera ad analoghi progetti condotti da New Delhi, ma hanno anche permesso all’India di mantenere intatti i programmi nucleari a scopo militare pur non essendo questa una nazione firmataria del Trattato di non proliferazione? “Il subcontinente non è come l’Iran o la Corea del Nord”, si è affrettato a sostenere il sottosegretario Nicholas Burns, è un Paese affidabile che non inganna la comunità internazionale, rappresenta la democrazia più popolosa del mondo e gli Stati Uniti devono fidarsi di New Delhi. La nuova politica nucleare di Bush verso l’India rappresenta un completo capovolgimento degli indirizzi seguiti dai suoi predecessori. L’amministrazione Clinton, per contrastare i programmi nucleari delle autorità indiane, decise di sottoporli a sanzioni avviando il progressivo isolamento internazionale del subcontinente. Oggi la situazione è diversa: Bush, nel corso della conferenza stampa con Singh ha affermato che l’accordo siglato con il suo omologo indica che i tempi sono cambiati. Rispetto agli anni di Clinton, il contesto internazionale politico ed economico è profondamente mutato: l’ordine unipolare dominato dagli Stati Uniti, seguito al crollo dell’Urss, è stato sostituito da un assetto multipolare e sono emersi nuovi centri di potere (come la Cina, la stessa India, il Brasile ecc.) influenzando le scelte di Washington e New Delhi e spingendoli, ognuno per motivi diversi a concludere l’accordo. Alcuni commentatori hanno paragonato il viaggio di Bush in India e gli accordi con Singh allo storico viaggio di Nixon in Cina nel 1972 che segnò l’inizio della diplomazia triangolare di Kissinger, il disimpegno americano dal Vietnam e l’avvio della seconda distensione con l’Urss. L’India di oggi non è paragonabile alla Cina di Mao, tuttavia il suo ruolo sulla scena internazionale attuale è simile e un concreto avvicinamento con gli Stati Uniti potrebbe essere utile alle strategie di politica estera di Washington. Il subcontinente indiano è la più grande democrazia del mondo, è un esempio di convivenza (certamente non facile) tra diverse fedi. Basti pensare che vi sono almeno 150 milioni di musulmani, è una potenza economica emergente il cui sistema produttivo, fondato su tecnologie di alto livello, potrebbe costituire una risorsa importante per sostenere la crescita economica americana grazie al rafforzamento degli scambi commerciali e soprattutto potrebbe rappresentare un valido contrappeso alla crescente influenza della Cina in Asia e nel mondo. Nelle dichiarazioni pubbliche Bush ha sostenuto che l’interesse americano verso l’India rappresenta un passo importante nell’attuazione della nuova strategia energetica della sua amministrazione a favore della riduzione della dipendenza dal petrolio e per lo sviluppo di fonti alternative. Attraverso la vendita di materiale fissile gli Usa intendono soddisfare l’eccezionale “fame” di energia del subcontinente indiano favorendo l’uso della tecnologia atomica con l’effetto di ridurre sia le pressioni internazionali sulla domanda di petrolio sia la tendenza al rialzo del prezzo degli idrocarburi. Non solo, con il trasferimento di carburante nucleare all’India gli Stati Uniti potranno riciclare gran parte del materiale fissile proveniente dallo smantellamento delle loro testate nucleari ormai obsolete. In realtà gli accordi di cooperazione energetica sono solo la prima tappa di una alleanza di più ampio respiro. Ne sono testimonianza diretta gli accordi economici stipulati in parallelo alle intese nucleari. Al termine dei colloqui il Pentagono ha dichiarato che gli Usa si sono impegnati a vendere all’India caccia F-16 e F-18 unitamente ad altri avanzati sistemi difensivi. Le due controparti si sono impegnate a intensificare le loro relazioni economiche fino al raddoppio degli scambi commerciali in tre anni, ma soprattutto l’insistenza dei due leader sui comuni valori della democrazia e della lotta al terrorismo fanno pensare alla possibilità dell’avvio di una partnership globale tra Stati Uniti e India. Per Washington New Delhi potrebbe essere non solo un valido strumento di contenimento dell’espansionismo cinese, ma anche un valido alleato nella lotta contro il terrorismo internazionale nonché un sostegno nella strategia a favore della diffusione della democrazia con ben precise responsabilità. Quando Bush ha sostenuto che l’India avrebbe il dovere morale di intervenire a favore della libertà e della democrazia in Paesi come Myanmar, Siria, Zimbabwe, sembra prefigurare una vera e propria divisione del lavoro e delle sfere di intervento tra Stati Uniti e India. Certamente l’India non potrà essere un alleato come la Gran Bretagna. E’ più probabile che assuma le caratteristiche di una sorta di Francia asiatica, uno Stato con cui condividere interessi e strategie comuni ma in grado di considerare il mondo e le altre potenze con occhi e prospettive proprie, indipendenti da quelle di Washington. Il parallelo tra India e Francia nel variegato panorama delle tipologie di alleanze contratte dagli Usa nel corso del tempo non deve apparire azzardato. E’ vero che il rafforzamento degli scambi economici con Washington può essere molto utile a una nazione che cresce con tassi annui superiori all’otto per cento e non è un caso che subito dopo essersi diffusa la notizia dei positivi risultati dei colloqui Bush-Singh, il Bombay Stock Exchange, la borsa indiana ha registrato un enorme innalzamento dei volumi di affari superando la quota record di 10.700 punti. L’accordo concluso consentirà all’India di allearsi con la più grande potenza economica mondiale, aprirà la strada a un vantaggioso interscambio di “cervelli” (si pensi ai fenomenali ricercatori informatici indiani) e ricerca nonché a un enorme flusso di investimenti infrastrutturali energetici e non, bidirezionali. E’ altrettanto vero che gli accordi nucleari permetteranno all’India di percorrere più agevolmente la strada della diversificazione degli approvvigionamenti di energia soddisfacendo in modo più efficiente le crescenti necessità di una economia sempre più dinamica. L’avvicinamento agli Stati Uniti potrebbe essere l’ultima tappa verso il generale riconoscimento del suo status di potenza emergente e il definitivo ingresso nel ristretto club delle nazioni in grado di influenzare i destini del mondo. Tuttavia, malgrado le speranze riposte da Washington nell’alleanza appena conclusa, New Delhi non è Londra, può essere al massimo Parigi. Anche se gli accordi con Bush sono importanti, l’India appare intenzionata a mantenere la propria libertà di movimento e di engagement con tutti. All’interno del Paese le tendenze nazionalistiche e la volontà di mantenere aperti i rapporti con le diverse controparti internazionali sono preponderanti: l’accordo nucleare con gli Usa si è potuto concludere solo ora, dopo aver aperto le trattative nel luglio 2005, proprio perché gli indiani hanno fatto di tutto per poter avere l’ultima parola sulla delimitazione dell’uso a scopi civili o militari dell’energia atomica. Sulla scena internazionale l’India cerca partner ma non padroni o alleati in cui i rapporti siano troppo squilibrati a proprio sfavore. A determinare un simile atteggiamento sono gli stessi elementi alla base del suo volto sociale ed economico così variegato. La pressante sete energetica dell’impetuosa crescita economica costringe le autorità di New Delhi a mantenere buoni rapporti con le nazioni del Medio Oriente e in particolare con l’Iran, la continuità dei cui approvvigionamenti petroliferi è troppo importante per convincere gli indiani a seguire senza eccezioni e distinguo la politica antinucleare di Washington verso Teheran. Le stesse considerazioni vanno fatte per quanto riguarda il Kashmir. I governi di New Delhi sono particolarmente sensibili alle critiche dei maggiori Paesi musulmani verso i progetti indiani per la zona del Kashmir contesa con il Pakistan poiché temono la possibilità di aiuti alle autorità di Islamabad da parte di Stati guidati da teocrazie islamiche. Analoghi apprezzamenti valgono per il rapporto tra India e Cina. Risolte di recente le dispute territoriali, allo stato di sviluppo attuale il subcontinente non può permettersi di ingaggiare un contrasto aperto con Pechino. Ognuna delle due potenze tende a preservare le proprie sfere di influenza e a rafforzare i rapporti commerciali e il recente avvicinamento di New Delhi con Washington potrebbe essere utile agli indiani per trattare con la Cina da una posizione di forza. Certamente la scelta di campo compiuta a favore dell’India da parte americana non potrà restare senza conseguenze negli equilibri asiatici. A parte il fatto che l’eccezione nucleare fatta per l’India potrebbe determinare una nuova corsa agli armamenti regionale, l’accordo nucleare tra Washington e New Delhi costituisce un grave colpo alla usuale equidistanza statunitense tra Pakistan e India, due nazioni con armi nucleari e sempre sull’orlo di un possibile conflitto. Il 4 marzo, dopo l’India, Bush si è recato in visita ufficiale anche in Pakistan dove ha avuto colloqui con il presidente generale Pervez Musharraf. Questi, giunto al potere nel 1999 con un incruento colpo di stato militare, è riuscito a restare al suo posto abbracciando la causa americana della lotta al terrorismo e divenendo uno dei principali alleati di Washington in Asia. Dopo l’accordo nucleare India-Usa, Musharraf pensava di poter “incassare i dividendi” dell’alleanza con Washington chiedendo a Bush un’analoga assistenza nucleare. Ma il presidente non ha voluto equiparare il Pakistan all’India, causando un sensibile indebolimento di Musharraf, già assediato dalle critiche dell’opinione pubblica vicina alle posizioni dei fondamentalisti islamici che considerano l’alleanza con gli Usa un patto con il diavolo. La ragione dell’atteggiamento di Bush è da ricercarsi nella presunta assistenza di scienziati atomici pakistani come A.Q. Khan al programma nucleare dell’Iran. Se non si può escludere che la Cina, tradizionale alleato del Pakistan, potrebbe decidere di intervenire per garantire a Islamabad lo stesso tipo di assistenza nucleare assicurata dagli Usa all’India, le conseguenze dell’indebolimento della leadership di Musharraf all’interno del suo Paese potrebbe avere conseguenze anche più gravi per la strategia antiterrorismo di Washington. Sulla stampa pakistana sono apparsi articoli molto critici verso il generale e non è mancato chi ha chiesto di rivedere la politica di alleanza con gli Usa nella lotta al terrorismo. Secondo molti osservatori Bin Laden e il Mullah Omar operano dal territorio pakistano. Se al-Qaeda riuscirà a rafforzarsi ulteriormente, non si può scartare l’ipotesi di un parallelo consolidamento degli estremisti nel vicino Bangladesh il cui governo non è stato in grado di contenere gravi episodi di violenza fondamentalista ed evitare due tentativi di assassinio dello stesso Musharraf, tanto che si parla di possibile talibanizzazione del Bangladesh. Lo stesso discorso potrebbe valere anche per la Malaysia con la conseguenza di un generale indebolimento del fronte asiatico contro il terrorismo islamico.
|