Anno 2006

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La vittoria di Rafael Correa in Ecuador

Pier Francesco Galgani, 30 novembre 2006

Il 26 novembre, in Ecuador, uno dei paesi più poveri dell’America Latina, si è svolto il secondo turno delle elezioni presidenziali e in quella occasione, il candidato di sinistra, il 43enne Rafael Correa, a dispetto di ogni sondaggio e contro ogni aspettativa, è riuscito a ribaltare il risultato del primo turno e ha prevalso sul suo rivale, il candidato conservatore Alvaro Noboa.

Quest’ultimo, miliardario, magnate della coltivazione delle banane, con amicizie importanti nel jet set internazionale come i Kennedy e i Rockefeller, non è riuscito a mantenere il vantaggio ottenuto al primo turno, malgrado il notevole sostegno anche economico di organizzazioni statunitensi come il Ned (National Endowement for Democracy), istituzione largamente finanziata dal dipartimento di Stato e volta a sostenere la diffusione della democrazia e un programma populista).

Economista e con una ridotta esperienza politica, limitata a un breve periodo come ministro delle Finanze del suo predecessore Alfredo Palacio, Correa è l’ottavo presidente dell’Ecuador in dieci anni e il compito che lo aspetta, non appena si insedierà il 15 gennaio del 2007, non appare facile.

L’Ecuador è uno dei Paesi con il più alto tasso di povertà del continente sudamericano, tuttavia non manca di risorse: con una produzione giornaliera di circa 535mila barili di petrolio è al quinto maggior produttore di greggio dell’America Latina ed è il più importante Paese esportatore di banane al mondo. Nonostante ciò, la corruzione e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi hanno contribuito a ridurre il 70% della popolazione, circa 13 milioni di abitanti in condizioni di indigenza estrema con la conseguenza di un profondo malcontento popolare e una endemica instabilità politica: basti pensare che gli ultimi tre presidenti prima di Palacio hanno dovuto lasciare la carica a causa di sollevazioni popolari.

L’Ecuador è inoltre una delle nazioni maggiormente colpite dal fallimento delle politiche economiche neoliberiste favorite nel corso degli anni 80 e dei primi anni 90 dal Fondo monetario internazionale, conosciute come “Washington Consensus”. Nel 2000, per ridurre il peso del debito pubblico, il Fondo consigliò alle autorità di Quito di adottare la moneta degli Stati Uniti come divisa di Stato al posto dell’ultrasvalutato sucre, ma la ‘dollarizzazione’ dell’economia comportò il collasso delle esportazioni e la riduzione della metà del valore reale degli stipendi.

Il programma politico proposto da Correa, a differenza di Noboa che si era limitato a coltivare il voto popolare con misure di facile presa come raddoppiare i sostegni statali ai poveri, ha tentato di fornire una risposta alle ragioni dell’arretratezza economica della nazione e all’estrema sperequazione nella distribuzione del reddito.

Ad esempio, facendo tesoro della discutibile riuscita di vari accordi di libero commercio stipulati da molte nazioni della regione con Washington (ad esempio il Nafta, il trattato firmato tra Stati Uniti e Messico, o il Cafta che, secondo alcune fonti, in paesi come l’Honduras ha favorito la diffusione dell’Aids, poiché alcune clausole prevedevano l’uso di farmaci curativi non generici e quindi più costosi per i più poveri) ha sempre affermato che se fosse stato eletto, non avrebbe firmato un trattato simile con Washington, malgrado le pressioni dell’amministrazione Bush, poiché a suo giudizio avrebbe contribuito a distruggere l’agricoltura e l’allevamento del suo Paese.

Inserendosi poi nello stesso filone politico proprio di altri leader latino-americani come Evo Morales in Bolivia e Hugo Chavez in Venezuela, ha sostenuto la necessità di una riappropriazione, da parte dello Stato ecuadoregno, delle risorse naturali e dei profitti ottenuti dalla loro estrazione mediante il rafforzamento della compagnia petrolifera nazionale Petroecuador. Sebbene Correa condivida quindi in pieno i principi del nazionalismo energetico e della ‘oil diplomacy’ propugnata da Chavez e si sia dichiarato più volte suo amico e ammiratore, non ha esitato a evitare un eccessivo appiattimento sulla sua figura e la sua rivoluzione bolivariana.

Pur avendo sostenuto che gli ideali di Bolivar non dovrebbero essere considerati solo un sogno, ma andrebbero interpretati come una vera e propria ragione di sopravvivenza per tutte le nazioni della regione, quando l’eccessivo accostamento al leader venezuelano rischiava di nuocergli nei sondaggi, ha saputo distinguersi dal leader di Caracas. Ricordando gli effetti deleteri per il candidato messicano Andres Manuel Lopez Obrador dell’accostamento con il presidente venezuelano, ha voluto mantenere un profilo diverso. In una intervista a una rete televisiva nazionale, a chi gli chiedeva di Chavez ha risposto che quest’ultimo è un suo amico, ma che a casa sua, in Ecuador, i suoi amici saranno solo i suoi connazionali.

Correa ha detto chiaramente che intende mantenere relazioni cordiali e amichevoli non solo con il Venezuela, ma con tutti i leader latino-americani a cominciare dal Brasile di Lula e se possibile anche con gli Stati Uniti di George Bush. Se tuttavia ciò non sarà possibile, l’Ecuador andrà per la sua strada tutelando prima di tutto il proprio interesse nazionale.

In conclusione, se Correa si è dimostrato essere un leader pragmatico, volto a tessere una rete di rapporti con tutti i nuovo leader della regione latino-americana, dai più estremisti ai più moderati, tuttavia, grazie alle posizioni politiche manifestate, la sua elezione può essere considerata un ulteriore tassello verso quel graduale spostamento a sinistra e lontano dall’egemonia statunitense che caratterizza il continente latino-americano in questi primi anni del 21° secolo.

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